Orazio, Odi. Esercizi per false traduzioni di Tommaso Di Dio, parte III

Chen Zhen, Round Table (1995)

di Tommaso Di Dio

[La terza parte del progetto di “false traduzioni” che Tommaso Di Dio ha intrapreso su alcune Odi di Orazio, accompagnata da una nota introduttiva. Qui la prima e la seconda parte.]

Queste, più che vere e proprie traduzioni, si propongono al lettore come viraggi, o, se si vuole, teatrali interpretazioni. Liberate sia dai pur giusti e severi obblighi del filologo, sia dalla facile pretesa dell’invenzione, potrà capitare loro di indignare il lettore più scrupoloso; a costui vorrei suggerire che il massimo adempimento di questi che ha davanti a sé  sia l’offerta di un’inaspettata e ulteriore occasione che sì, si torni a leggere quell’ordito di straordinario nitore, tanto numinoso negli originali; e che si indaghi il margine nascosto fra le due lingue, la loro straniata distanza e violenta prossimità. In fondo, sempre si scrive il testo a fronte di un precedente perduto, appena ricordato, sillabato nel vuoto della voce… ritrovarlo qui è il più grande godimento e l’unica ambizione che mi si possa addurre.

***

II, XVI

Otium divos rogat in patenti
prensus Aegaeo, simul atra nubes
condidit lunam neque certa fulgent
sidera nautis;
otium bello furiosa Thrace,
otium Medi pharetra decori,
Grosphe, non gemmis neque purpura
venale neque auro.
Non enim gazae neque consularis
summovet lictor miseros tumultus
mentis et curas laqueata circum
tecta volantis.
Vivitur parvo bene, cui paternum
splendet in mensa tenui salinum
nec levis somnos timor aut cupido
sordidus aufert.
Quid brevi fortes iaculamur aevo
multa? Quid terras alio calentis
sole mutamus? Patriae quis exul
se quoque fugit?
Scandit aeratas vitiosa navis
cura nec turmas equitum relinquit,
ocior cervis et agente nimbos
ocior Euro.
Laetus in praesens animus quod ultra est
oderit curare et amara lento
temperet risu: nihil est ab omni
parte beatum.
Abstulit clarum cita mors Achillem,
longa Tithonum minuit senectus,
et mihi forsan, tibi quod negarit,
porriget hora.
Te greges centum Siculaeque circum
mugiunt vaccae, tibi tollit hinnitum
apta quadrigis equa, te bis Afro
murice tinctae
vestiunt lanae; mihi parva rura et
spiritum Graiae tenuem Camenae
Parca non mendax dedit et malignum
spernere volgus.

II, XVI

Quiete chiede agli dèi colui che d’un tratto è preso
nell’aperto mare Egeo, mentre nere nuvole
la luna nascondono né più certi fiammano
gli astri per i marinai;
Quiete il Tracio pur pazzo di guerra, quiete
chiede il Medo che si fa bello della faretra: o Grosfo,
questa non si compra con gemme né con porpora
né con l’oro. Non scaccia
un tesoro e neanche un littore consolare il tumulto
misero della mente e le ansie che ruotano
attorno ai lacunari dei tetti. Vive bene
chi vive di poco; a chi splenda
sull’umile mensa la saliera che fu del padre
non il timore o la sordida cupidigia il dolce
sonno sottrae. Ma perché
proprio noi, di vita breve, con forza ci lanciamo
in desideri di così tante cose? Perché mai
mutiamo terra per un’altra che un altro sole scaldi?
Chi scappa dalla patria, riesce forse
a fuggire se stesso? L’angoscia morbosa sale
sulle navi di bronzo, non abbandona
le schiere dei cavalieri: è più veloce dei cervi,
più veloce di Euro il trascinatore
delle nuvole. L’animo sia fertile nell’attimo
e di ciò che sta oltre abbia odio e l’amaro
temperi con il flessuoso riso: niente
è beato da ogni lato.
Un’improvvisa morte portò via Achille,
una lunga vecchiaia consumò Titone,
e a me, forse, ciò che a te avrà negato
il tempo concederà.
Per te sono munte cento greggi
di siciliane vacche e per te tintinna il nitrito
delle cavalle soggiogate alla quadriga, per te
due volte nella porpora africana
sono tinte le vesti; a me, invece, la non mendace
Parca diede un piccolo campo, il soffio
tenue delle greche Camene e infine il disprezzo
per l’infecondo popolo.

***

III, VIII

Martis caelebs quid agam Kalendis,
quid velint flores et acerra turis
plena miraris positusque carbo in
caespite vivo,
docte sermones utriusque linguae.
Voveram dulcis epulas et album
Libero caprum prope funeratus
arboris ictu.
Hic dies anno redeunte festus
corticem adstrictum pice dimovebit
amphorae fumum bibere institutae
consule Tullo.
Sume, Maecenas, cyathos amici
sospitis centum et vigilis lucernas
perfer in lucem; procul omnis esto
clamor et ira.
Mitte civilis super urbe curas.
Occidit Daci Cotisonis agmen,
Medus infestus sibi luctuosis
dissidet armis,
servit Hispanae vetus hostis orae
Cantaber sera domitus catena,
iam Scythae laxo meditantur arcu
cedere campis.
Neglegens ne qua populus laboret,
parce privatus nimium cavere et
dona praesentis cape laetus horae,
linque severa.

III, VIII

Cosa io faccia senza moglie nelle calende di Marzo
e cosa significhino i fiori, tu, o Mecenate,
pur dotto in entrambe le lingue,
ti chiedi meravigliato e ti stupisci per i turiboli
pieni di incenso e per il carbone riposto
su di una fresca zolla. Al dio Libero
avevo fatto voto di un dolce
banchetto e un bianco capro quando fui quasi reso
cadavere, per il crollo di un albero. Oggi è festa
ricorre un anno: salterà
il sughero con la pece stretto all’anfora
esposta al fumo quando Tullo
fu console. Prendi, Mecenate, cento tazze
per l’amico che vive ancora e fa’ che brucino
le lampade per la veglia sino all’alba: stia lontano
ogni frastuono e ira. Lascia
le preoccupazioni per la politica della città: cadde
l’esercito del dacio Cotisone; il Medo diviso
da sanguinose lotte fa danno a sé; è schiavo
infine domato e in catene il Cantabro, antico
nemico sulle coste dell’Iberia e già lo Scita
allenta l’arco e si prepara all’abbandono
delle pianure. Infine dimentica
cosa affatichi il popolo e risparmia
come un uomo comune di angosciarti troppo. Accogli
con gioia questi doni del presente e lascia
che le faccende serie scivolino via.

***

I, XXIII

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.
Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus folliis, seu virides rubum
dimovere lacertae,
et corde et genibus tremit.
Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusue leo, frangere persequor:
tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

I, XXIII

Tu mi sfuggi, o Cloe, simile ad un cerbiatto
che cerca la timorosa madre sugli impervi
monti, non senza l’inutile spavento
dei boschi e dei venti. Infatti tremi
sia nel cuore che nelle ginocchia come se
l’arrivo della primavera abbia inorridito
le mobili foglie, come se le verdi
lucertole abbiano scosso la siepe. Ma non io
ti inseguo per aprirti
come la rude tigre o come
il leone di Getulia: tu scaccia la madre e pronta
segui il maschio.

***

III, XXVIII

Festo quid potius die
Neptuni faciam? Prome reconditum,
Lyde, strenua Caecubum
munitaeque adhibe vim sapientiae.
Inclinare meridiem
sentis ac, veluti stet volucris dies,
parcis deripere horreo
cessantem Bibuli consulis amphoram?
Nos cantabimus invicem
Neptunum et viridis Nereidum comas,
tu curua recines lyra
Latonam et celeris spicula Cynthiae;
summo carmine, quae Cnidon
fulgentisque tenet Cycladas et Paphum
iunctis visit oloribus;
dicetur merita Nox quoque nenia.

III, XXVIII

Cosa potrei fare di meglio, oggi
giorno di festa per Nettuno? O coraggiosa Lide
versa il vino più nascosto e dà calore
alla tua murata sapienza. Tu comprendi
quanto il mezzogiorno declini eppure
come se il volatile giorno stesse
immobile ti trattieni
dal prendere dalla dispensa l’anfora
che riposa dal tempo del console Bibulo?
Noi canteremo a vicenda Nettuno e le verdi
chiome delle nereidi; poi tu canterai ancora
con la curva lira, Latona e le frecce
della rapida Cinzia. Allo stremo del canto
daremo voce a colei
che tiene Cnido e le cicladi splendenti
e Pafo vede, presa nel volo dai congiunti
cigni. Di notte, comporremo anche
una meritata, incantevole canzoncina.

Immagine: Chen Zhen, Round Table (1995)

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