saggi

Maurice Blanchot, La voce e non la parola

pierre alechinsky, ant hill

di Maurice Blanchot

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[Quello che segue è il secondo elemento del dittico di paragrafi tratto da M. Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’insensato gioco di scrivere, Einaudi, Torino 2015, pp. 316-318. Il primo paragrafo, pubblicato lo scorso lunedì, si può leggere qui.]

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Bisognerebbe domandarsi perché, in un’epoca in cui la letteratura tende in modo dichiarato a prendere il sopravvento in virtù dell’esigenza romantica, sia privilegiata proprio la voce, e perché il privilegio della voce si imponga all’ideale poetico. (altro…)

Maurice Blanchot, Dallo scritto alla voce

Anselm Kiefer, Margarethe

di Maurice Blanchot

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[Quella che segue è la prima parte di una riflessione accolta in un dittico di paragrafi concettualmente coeso, tratta da M. Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’insensato gioco di scrivere, Einaudi, Torino 2015, pp.315-316.]

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Diciamo qualcosa di più tranquillo e riprendiamo il procedimento nel momento più classico. Il linguaggio rappresenta. Non esiste ma funziona. Più che per dire, funziona per ordinare. (altro…)

«Di sicuro ci divertiremo»: su “Esercizi di vita pratica” di Gilda Policastro

32    Christian Boltanski    Les Habits de François C    1972

di Marco Malvestio

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Esercizi di vita pratica è una nuova dimostrazione del talento di scrittrice di Gilda Policastro. Con questo libro, che continua e sviluppa temi e stile del precedente, notevole, Inattuali (Transeuropa, 2016), la Policastro inaugura una nuova collana, dedicata ai prosimetri, della casa editrice Prufrock Spa. (altro…)

Il silenzio e il poeta /2

anna maria maiolino

di George Steiner

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La seconda parte del saggio tratto da G. Steiner, Linguaggio e silenzio, Rizzoli, Milano 1972, pp. 64-73.

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Pur trascendendo il linguaggio e lasciandosi alle spalle la comunicazione verbale, tanto la traduzione in luce quanto la metamorfosi in musica sono atti spirituali positivi. Laddove essa finisce o subisce un mutamento radicale, la parola reca testimonianza di una realtà esprimibile o di una sintassi più flessibile, più penetrante della propria.

Ma vi è un terzo modo di trascendenza: in esso il linguaggio ha semplicemente fine e il moto dello spirito non offre nessun’altra manifestazione esterna della propria esistenza. Il poeta entra nel silenzio. Qui la parola non confina più con il fulgore o con la musica, bensì con la notte. (altro…)

Il silenzio e il poeta /1

BDmaiolino1

di George Steiner

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Questa è la prima parte di un saggio tratto da G. Steiner, Linguaggio e silenzio, Rizzoli, Milano 1972, pp. 53-55.

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Tanto la mitologia ebraica quanto la mitologia classica recano in sé le tracce di un’antica paura. La torre di Babele caduta in frantumi e Orfeo straziato, il profeta accecato affinché la vista cedesse all’intuizione, Tamiri ucciso, Marsia scorticato, la sua voce che si muta nel grido di sangue nel vento – tutti questi esempi parlano di un senso, più radicato e profondo della memoria storica, del miracoloso oltraggio del discorso umano. (altro…)

L’opera vocale

Matisse, Nudi blu, 1952
di Paul Zumthor

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Questo saggio è tratto da P. Zumthor, La presenza della voce. Introduzione alla poesia orale, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 197-200.

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La parola poetica (che passi o no attraverso la scrittura) nasce sempre da un luogo interiore e incerto a cui si fa riferimento, con maggiore o minore approssimazione, con delle metafore: fonte, profondo, io, vita…
A rigore di termini, essa non designa nulla. Un evento si produce, in maniera quasi aleatoria (lo stesso rito non consiste che nel cogliere e dominare il caso), in uno spirito umano, su delle labbra, sotto una mano, e ecco che un ordine svanisce e se ne svela un altro, si apre un sistema, è sospesa l’entropia universale. È un luogo e un tempo in cui, in un eccesso di esistenza, un individuo incontra la storia, e, in maniera dissimulata, frammentaria, progressiva, modifica le regole della sua lingua. (altro…)

Una recensione a “Il paziente crede di essere”

3-serra

di Marco Villa

[Una versione leggermente diversa di questa recensione era uscita qualche mese fa su “Mosaici – Learned Online Journal of Italian Poetry“.]

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«Racconti, forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo»: già il sottotitolo de Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens 2016) di Marco Giovenale preannuncia, con le sue sparse indicazioni di genere, uno dei tratti salienti del libro: un’eterogeneità di soluzioni, che rende conto anche dell’arco temporale di composizione dei testi (dal 1990 al 2014, «circa», se si tiene fede a quanto dichiarato con understatement dall’autore nelle note finali) e che però si staglia su uno sfondo unitario per tono e postura. Uno sfondo segnato dall’impassibilità con cui la voce registra gli scarti e i soprassalti di assurdo che tempestano i quadri e le micro-storie della raccolta, relegando ad una percezione in absentia l’assoluta ordinarietà che – il lettore sente – avrebbe potuto/dovuto caratterizzarle. (altro…)