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Andrea Parlanti | Racconti

Introduzione-al-teatro-ebraico

Come annunciato nell’editoriale ‘Punto e a capo’, formavera si apre al campo della prosa. Inizia oggi, a fianco delle consuete pubblicazioni di poesia, una nuova rubrica a cui pensiamo da tempo, tutta dedicata al racconto breve.

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Boccale da Litro

     *Uno era soprannominato Boccale. Chiunque lo chiamava così, anche se non aveva mai toccato alcool in vita sua. L’altro era soprannominato Litro, ma erano in pochi a saperlo, benché, in quel caso, non poteva esserci soprannome più azzeccato perché lui, di litri d’alcool, se ne scolava a bizzeffe, quasi tutte le sere, nonostante non avesse ancora compiuto 22 anni. Eppure, strano a dirsi, l’alcolizzato, tra i due, sembrava proprio Boccale, vista la sua esuberanza e visto che Litro, durante le feste nuziali, e cioè durante il lavoro, preferiva non bere per mantenersi lucido.
*Boccale e Litro, a quelle cene, arrivavano insieme, uno di fianco all’altro, per poi separarsi, prendendo due posti in due tavoli diversi e lontani tra loro, come a dire: la nostra è solo una collaborazione, non siamo amici. Litro sedeva sempre nel tavolo dei parenti della sposa. Boccale sempre in quello dei parenti dello sposo. Litro non parlava molto, Boccale sì. Boccale non restava troppo tempo al tavolo, Litro sì. A Litro non piacevano le feste, a Boccale sì. A Boccale non sembrava piacere Litro, ma a Litro sembrava piacere Boccale. E gli invitati, nel vedere quella strana coppia, si domandavano: è stato Boccale ad andare da Litro o Litro ad andare da Boccale?
*Correva voce che i due si fossero incontrati proprio ad un matrimonio, quando Boccale aveva appena smesso di tenere in vita la sua piccola lavanderia di famiglia per dedicarsi al suo nuovo lavoro di intrattenitore tuttofare alle feste nuziali, e Litro non era altro che uno studente iscritto alla triennale di fisioterapia. Un matrimonio dove Boccale era un amico dello sposo e Litro un parente della sposa, dove Litro lesse per la prima volta una lettera-papiro che i parenti gli avevano pregato di scrivere perché chi altro poteva scriverla se non lui che era lo scrittore della famiglia? Quel compito spettava a Litro, per forza, e lui la scrisse, ripercorrendo, in modo sommario e con un tono tra lo scherzoso e il graffiante, la vita della sposa, sua cugina: due pagine formato A2 composte da un’alternanza di versi endecasillabi a minore e a maiore, di cesure classiche e pirotecniche, di rime incatenate e alternate, cosa che nessuno, al momento della lettura, poteva cogliere sia perché i presenti preferivano concentrarsi sul contenuto delle esperienze narrate, sia perché di esperti nel settore non ce n’erano. Ma a Litro poco importava che nessuno capisse sino in fondo la sua arte. Per lui, quello, era un gioco, e si prestò a farlo in cambio di trenta euro, di quella che, scherzando, ribattezzò la mia prima pubblicazione. Un gioco, certo, almeno sino a quando non venne incastrato. I patti sembravano chiari a tutti. Io la scrivo, disse Litro alla madre, ma ad una condizione: la lettera-papiro non sarò io a leggerla,  ma qualcun altro. E i candidati, a ben vedere, non scarseggiavano. Oltre a lui, in famiglia, c’erano altri nove cugini suoi e della sposa, i quali, però, di volta in volta, durante la cena, chi per un motivo e chi per l’altro, si tirarono fuori. Il più grande tra loro, nonché il più indicato alla lettura per via del suo rapporto più stretto con la sposa, andò da lui, all’ultimo, e gli disse: tu l’hai scritta, tu sei l’autore, e tu la leggi. Discorso che non faceva una grinza, ma che mandò Litro su tutte le furie: va bene, se non la leggi tu, vorrà dire che non la leggerà nessuno, disse al cugino maggiore. Peccato che, per sua sfortuna, un attimo dopo, arrivò uno dei suoi zii, il padre della sposa, e gli piantò vigliaccamente il microfono acceso nella schiena, per poi annunciare, ancora più vigliaccamente: signore e signori, un attimo di attenzione, prego, c’è un ragazzo qua che deve leggere qualcosa. Al ché, messo con le spalle al muro, recintato da una muraglia di 200 persone, di fronte agli sposi, Litro non poteva rifiutarsi, nonostante gli sudassero anche i testicoli da quanto era in tensione. Nei primi trenta secondi il foglio gli tremava talmente tanto che non riusciva a mettere in riga più di tre parole. Poi, dopo qualche mugugno iniziale, alle prime risate in sala, prese fiducia e andò spedito sino alla fine, sino al verso finale e sino agli applausi. Dopodiché, mentre Marco, uno dei suoi cugini, quello che si era rifiutato di leggere all’ultimo, presentava ad alta voce una stravagante teoria sull’intelligenza dei Senesi – per capire quanti neuroni ci sono nella testa di un Senese, basta guardare al numero della loro Audi. Audi A1, un neurone, Audi A2, due neuroni, e via dicendo – e un’altra ancora più balzana sulle correnti d’aria presenti in casa, – se la corrente d’aria fredda del condizionatore e quella calda del forno si incontrano, creano minimi e impercettibili uragani dove chiunque può rischiare di rimanerci secco – uno degli amici dello sposo andò da Litro e gli fece: senti ragazzino, ti andrebbe mica di fare una di queste cose anche per la mia futura moglie? Quando?, chiese Litro. Tra due settimane, al mio matrimonio. Ti pago, gli disse. E Litro, senza farsi pregare, senza nemmeno chiedere quale sarebbe stato il compenso, disse perché no, va bene. E intanto, mentre i due si salutavano, c’era Boccale che metteva in mostra il suo bagaglio di vitalità, dispensando energia, battute e sorrisi a tutti gli invitati. Boccale uno di noi…uno di noi…Boccale uno di noi!, gridavano i garçons d’honneur dello sposo, mentre alcuni di loro lo tiravano per le bretelle, come fanno i nipotini instancabili con i nonni quando vogliono continuare a giocare, nonostante l’orario dicesse che era ormai ora di partire alla volta delle proprie case e dei propri letti, e nonostante Boccale in quel momento avesse altro a cui pensare: andare da quel ragazzo per chiedergli di fargli da spalla durante le cene dei matrimoni. Fu così che Boccale si staccò dalla folla e andò da Litro a fargli la proposta che Litro accettò ben volentieri, dicendo, con fare professionale che qualcuno avrebbe anche potuto scambiare per spacconeria: d’accordo, l’idea di noi due insieme mi piace, potrebbe funzionare. Affare fatto.
*Ecco, dunque, come sembrò aver avuto inizio la loro collaborazione. Eppure, perché uno come Boccale decise di mettersi in affari con un ragazzino non era del tutto chiaro. Perché scegliere qualcuno, una spalla, quando Boccale, da solo, era già autosufficiente, potendo essere tutto ciò che gli altri gli chiedevano di essere, passando dal freddo giocatore di scala quaranta all’animatore per bambini, dallo stand up comedy serio e iconoclasta alle barzellette più sporche che un paio di orecchie allenate potessero aver mai sentito, dal deejay al pianista, dalla capoeira ai balli di gruppo, dalla pantomima agli scioglilingua, dal cabaret al raccontastorie?
*E soprattutto: come mai, tra l’ampia gamma di qualcuno dove avrebbe potuto pescare, scelse proprio Litro come socio in affari? Ci fu chi disse che lo fece per implementare i guadagni. Era vero, o lo fece per impedire che gli sposi, ai matrimoni, finissero per essere oscurati dalla sua scomoda e ingombrante presenza? Con qualcuno al suo fianco, Boccale, oltre ai compensi, avrebbe spartito anche la scena? In effetti, tra le regole che si era autoimposto, quella fondamentale era non oscurare gli sposi per nulla al mondo. La luce dei riflettori doveva cadere soltanto su loro due, i festeggiati, mentre lui, intanto, non doveva far altro che aggirarsi, nei paraggi, come un’ombra, come una mosca, come un direttore della fotografia o un regista, e cioè come colui che la indirizzava, la luce, o la faceva riflettere, o come la luce stessa, semmai, ma mai come quello a cui spettava anche solo uno spicchio di quella luce, mai come un One-man-show, un mattatore, o uno special guest, tutti appellativi, quelli, che rigettava al mittente. Boccale entrava in scena soltanto se l’occasione lo richiedeva. Se si accorgeva che qualcosa non tornava, se c’era qualcuno che se ne stava in disparte senza partecipare, un vecchio incazzato colto dalla smania di abbandonare la festa, un ragazzino taciturno preso dalla noia, un bambino capriccioso, allora e soltanto allora interveniva con un tempismo proprio dei Maitre d’Hotel o dei grandi campioni dello sport. Questo, perlomeno, in teoria, perché nella maggior parte dei casi Boccale finiva al centro del palcoscenico senza nemmeno rendersene conto, un po’ perché lui ci era nato per stare lì e un po’ perché erano gli invitati a volerlo lì.
*Ma forse non era così, forse non era quella la ragione, e con ogni probabilità Boccale era semplicemente stanco di lavorare da solo, di fare tutto da solo, di caricarsi da solo tutto il tempo di quelle serate sulle sue spalle, oppure no, non era vero, e Boccale potrebbe aver scelto Litro per soddisfare ancora di più le richieste della clientela. In fondo, c’era un’altra regola da tenere a mente, il suo vero chiodo fisso: soddisfare la clientela, sempre, ad ogni costo. E quello poteva voler dire da una parte organizzare scherzi divertenti per rinverdire un momento morto, ma dall’altra poteva voler dire anche esibirsi in spettacoli osceni, incluso lo spogliarello, oppure, qualora ce ne fosse stato bisogno, scopare con una delle damigelle, per il bene suo, della damigella, e per il bene della sposa.
*Insomma, non era chiaro a nessuno il movente che lo spinse a collaborare con lui, ma sta di fatto che i due divennero soci e debuttarono al matrimonio dell’amico dello sposo che un paio di settimane prima si era messo d’accordo con Litro, e la serata fu esaltante perché la lettura della lettera-papiro di Litro venne coperta di applausi e perché Boccale fece la sua solita performance, se non fosse che quando Boccale si esibì, Litro lo osservò interessato, cosa che, viceversa, non successe: al turno di Litro, Boccale voltò la testa dall’altra parte e prese a guardarsi in giro, come se non volesse ascoltare, come se avesse la testa tra le nuvole, come se non gli importasse.
*Ma al di là di quelle scaramucce silenziose, la coppia funzionava alla grande e i due, matrimonio dopo matrimonio, si fecero un nome, divennero sempre più famosi, finché vennero addirittura chiamati ad una festa nuziale di importanza capitale, quella tra il direttore generale di Monte Dei Paschi e la direttrice di Banca Etruria. E per quella che era la serata lavorativa più importante della sua carriera e che avrebbe potuto farlo conoscere agli uomini più in vista di Siena, Boccale scelse, in controtendenza rispetto ai suoi usi, di vestirsi con una t-shirt attillata color rosa tramonto, con tinte fosforescenti, quasi volesse mettere in bella mostra i suoi trapezi, la sua schiena che da sola copriva perlomeno due persone di media statura, le due spalle che sembravano non smettere mai di crescere, di allargarsi, persino durante la cena e durante la lettura delle lettere-papiro di Litro che si divertì a giocare con le parole e a piazzare qua e là, tra le righe, qualche lieve e sottile punzecchiatura ai problemi causati al sistema finanziario dalle due banche toscane, mentre Boccale preferì ancora una volta evitare di guardare le reazioni sui volti degli invitati, tutte quelle facce meravigliate al momento della lettura, restando al tavolo a scolarsi diversi bicchieri di vino, alternando, senza nessuna remora, il bianco con il rosso, per poi alzarsi dalla sedia, d’un tratto, avanzare verso Litro, strappargli il microfono di mano, a pochi versi dal culmine della lettera-papiro, per poi iniziare, in mezzo alle proteste generali, un discorso che non solo andava contro le due regole che si era autoimposto, ma che sembrava non avere né capo né coda: soltanto uno schizofrenico e interminabile sviluppo a zig zag.
*I compromessi, si sa, fanno parte della vita, e vanno accettati, disse Boccale. Ma non tutti. Ce ne sono alcuni contro cui bisogna combattere, e il matrimonio è uno di questi. Siamo onesti, avanti: sposarsi è da ritardati. Io l’ho capito a mie spese, in tutti i sensi. Se lo avessi capito prima di sposarla, ora non dovrei sborsare ventimila euro ogni anno a quella troia della mia ex moglie. Troia lei e coglione io, perché i presupposti per rendersene conto c’erano tutti, e fin da subito. Lei, la bastarda, Maria, terrona, di Catania, si volle sposare in un monastero di frati francescani poco fuori le mura di Siena. Ma io dico: vi rendete conto? Un monastero di frati! Va be’, già la cosa mi puzzava, ma io, coglione, per l’appunto, la appoggiai, probabilmente per quella cosa orribile che la gente chiama amore senza sapere cos’è, sebbene, ripeto, di frati e monasteri ne avrei fatto volentieri a meno. In ogni caso la messa si svolse, e si svolse come doveva svolgersi, con tutti i crismi del caso, come in una chiesa qualsiasi, presumo, – lo posso soltanto ipotizzare perché in chiesa non ci mettevo piede già da 20 anni – , almeno fino al momento topico, quando, nel bel mezzo della cerimonia, il frate ci chiese di pronunciare l’uno il nome dell’altro, come da norma. Io dissi il suo nome, Maria, mentre il suo testimone, un tale Emiliano, attaccò a fare degli strani versi da dietro l’altare e Maria, un attimo dopo, invece di dire il mio nome, invece di dire sì, Paolo – perché Paolo, per la cronaca, è il mio nome – insomma invece di dire sì, Paolo, ti amo, ti scoperò tutti i giorni della mia vita, o qualcosa del genere, disse il nome del testimone, di quel coglione di Emiliano, al ché il frate, mezzo imbambolato, mezzo assonnato, mezzo incazzato, ci guardò e ci chiese: Emiliano? E chi è costui? Si scatenò il panico. Lei chiese scusa. Disse: eh, vabbè’, mi sono sbagliata. Costui si chiama Paolo, disse lei, correggendosi. Poi ritornò la calma in chiesa, e tutto proseguì abbastanza bene, anche se, quella che divenne mia suocera, poco dopo, al ristorante, mi disse: Paolo caro, sto matrimonio è iniziato male, e finirà tragicamente. E aveva ragione, la vecchia profeta. Porca puttana se aveva ragione! Due settimane dopo, verso la fine del viaggio di nozze, entrammo in bar a Kanazawa, in Giappone, e ordinammo due cappuccini ad una barista metà basca e metà giapponese, un viso dove l’estremo oriente e l’estremo occidente si fondevano alla perfezione in un trionfo di armonia e pace fra tutte le nazioni che mandò fuori controllo il mio cazzo, che mi fece venire un’erezione gigantesca e che mi stregò così tanto che non riuscivo a staccarle lo sguardo di dosso. Così andai da lei, le feci qualche battuta, in inglese, e la ragazza continuava a strizzarmi i suoi occhi a mandorla, a guardarmi con quel sorriso che le donne, come ben sapete, fanno quando vogliono far intendere qualcosa senza dirlo apertamente, e io caddi di nuovo vittima del suo viso e del suo seno, su per giù una quarta, se non ricordo male, ma di quelle quarte così sode e sinuose che il supporto dato dal reggiseno era pressoché inutile. Santo cielo, quel seno stava su da solo, e i suoi capezzoli puntavano dritto su di me, sul mio cazzo che intanto come me non ne poteva più di aspettare e mi ordinava di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Così lo ascoltai ed entrai in bagno con lei, scopandola con tutte le forze che avevo in corpo contro la porta del cesso. Credetemi, una scopata assurda, forse la migliore di tutta la mia vita. Poi mi ricomposi, aspettai che il mio cazzo si acquietasse un po’, ed uscii, raggiungendo mia moglie al tavolo che mi chiese cosa avessi fatto in quei quindici minuti. Nulla, dissi io. Nulla? E questo odore che hai addosso? Quale odore, chiesi io. Questo odore di…donna, mi disse. Sarà il tuo, risposi io. Tu sei una donna, no? E a quella battuta si zittì, quantomeno fino a quando non arrivarono i nostri cappuccini che mi colsero di sorpresa e che avrebbe colto di sorpresa chiunque. La barista era una pittrice nonché una specialista nell’arte del cappuccino e disegnò due immagini sulla schiuma. In uno, quello che diede a Maria, c’era disegnato un volto di donna con delle corna installate sulla testa, mentre in quello che diede a me c’erano una ragazza e un ragazzo che si baciavano. Non potete capire! Non l’avesse mai fatto! Alla vista dei cappuccini, la mia fresca e gioviale mogliettina prese il cappuccino, ancora bollente, e lo riversò su quel viso fatato. Fanculo, pensai. Addio pace fra i popoli. Addio armonia. Addio tutto. Poi si gettò su di lei, e prese a menarla, risvegliando un demone che si espanse a macchia d’olio fino a prendere possesso di lei, mentre io, in un primo momento, non feci nulla. Non so perché. C’era il cappuccino, da un lato, che attirava la mia attenzione con dei segnali di fumo, ma capite bene che non potevo non  godermi quello spettacolo tremendo fatto di pugni nel costato, ginocchia appuntite dritte nel naso, capelli strattonati, gambe attorcigliate, grida di rabbia e sofferenza, una macedonia di lingue e insulti. Bellissimo! Epico! Uno spettacolo che durò fino a quando intervennero il proprietario del bar assistito da una coppia di ragazzi francesi omosessuali in visita a Kanozawa che placarono la rissa, ma non la bocca di mia moglie: brutta puttana giapponese! Brutta puttana giapponese!, urlava, mentre l’altra le rispondeva a tono. Dico tono perché parlava in giapponese e non potevo certo capire cosa stesse dicendo. Però il tono era di quelli che non si dimenticano, il tono di un’anima basca, irredentista. E io per un attimo pensai: fantastico! Due donne che litigano per me. Ma non era vero. Non stavano litigando per  me, no: in palio c’era la supremazia di una donna sull’altra, la stupida ridicola dignità dello spirito femminile. Dopotutto, alla giapponese, non importava un fico secco di me: per lei io ero uno qualunque con cui desiderava farsi una scopata. Per mia moglie, invece, ero già passato dall’essere il più grande amore della sua vita al più grande puttaniere del pianeta. Proprio così: il più grande puttaniere del pianeta, mi disse. Tu sei morto! Sei morto!, mi ripeteva, la troia. E sono certo che mi avrebbe ucciso davvero se il capo del bar non gli avesse portato via i coltelli e la tazza del cappuccino da sotto il naso. Al chè io, indeciso se svignarmela o meno, passai al contrattacco: e tu, allora? Con Emiliano hai fatto lo stesso, o sbaglio?, le rinfacciai. Certo che sbagli, mi disse. Emiliano è solo un amico, mi disse, alzando i tacchi e andandosene. Mi piantò lì, di fianco ad un incidente diplomatico, alla giapponese alla quale aveva scombinato i lineamenti e scarabocchiato la pelle. Avrei voluto rincorrerla, dirle che mi dispiaceva, che avevo fatto uno sbaglio terrificante, orribile, che non si sarebbe ripetuto mai più, ma inaspettatamente, come in un film dove il cattivo riappare nonostante sia stato colpito più volte a morte, quella che era ormai ufficiosamente la mia ex moglie, Maria, tornò, ancora più incattivita, e mi caricò a testa bassa come un toro, coprendomi di calci nelle tibie. Poi si staccò da me, andò dal proprietario, le chiese lo scontrino, in un pessimo inglese. Lui glielo fece, Maria pagò, prese lo scontrino, me lo sventolò davanti alla faccia, e mi disse: lo vedi? Ecco, guarda bene. Poi tirò fuori l’accendino dalla tasca, bruciò lo scontrino e me lo tirò addosso, quella pazza cagna maledetta. E adesso scopati pure la tua giapponese, mi disse, puttaniere bastardo! Ficcagli il cazzo in quella bocca sfigurata se riesci!, mi disse. Poi se ne andò, questa volta davvero, per sempre, mentre l’ambulanza era arrivata per soccorrere la giapponese e mentre io me ne andai lasciando sul bancone i due cappuccini fumanti.
*Boccale si fermò un attimo per incrociare gli sguardi degli sposi che lo guardavano con la speranza che se la finisse di dire tutte quelle stupidaggini mettendoli in imbarazzo, ma la verità è che si fermò anche per perlustrare i vestiti, le scollature e gli sguardi delle damigelle arrapate che non vedevano l’ora di entrare con lui nel bagno del ristorante per farsi una scopata clandestina come lui aveva fatto con la barista giapponese durante il viaggio di nozze, ma era ancora troppo presto perché Boccale non aveva terminato il suo discorso che riprese dopo aver tirato un lungo sospiro: sapete, disse, io sono uno che può scopare per dieci ore. La prima ora preliminari. La seconda sesso con le mutande, la terza sesso senza mutande, la quarta sesso duro, la quinta sesso puro, la sesta amore parlato, la settima amore silenzioso, l’ottava amore rinato, la nona amore eterno, la decima amore sognato. Ma oltre a scopare come dio comanda, disse, facendo un giro su stesso, so fare anche molto altro. So, ad esempio, scrivere delle bellissime lettere! Anzi, delle bellissime lettere-papiro, come le chiama il mio carissimo compagno di avventure. Che ci vuole? Pensate che sia così difficile? Sentite qua, questa l’ho scritta per voi due, o forse l’ho scritta per me, disse Boccale, rivolgendosi agli sposi e tirando fuori un foglietto dalla tasca: adesso basta, disse, con fare perentorio, ho bisogno di dormire per camminare o di camminare per dormire, di uscire all’aperto, rivedere me stesso, anche se, a dire il vero, credo di aver capito quanto il mio passo non c’entri più nulla con quello di qualcun altro, ma che, qualsiasi cosa sia, di certo è autistico, autistico, lo ripeto, è un passo che non indietreggia come lo spadaccino, non si ritrae per prendere lo slancio, ma punta avanti, come il mio cazzo in questo momento, come il naso di un cane quando si arrapa o fiuta il pericolo, punta oltre la punta stessa del naso, un passo che cammina solo con me sulla superficie dell’universo, e non ne vuole sapere di arrestare, di cadere, di entrare nell’ufficio del capo, di andare a capo, perché il mio passo è intestato a tutti coloro che camminano soli per farla franca con se stessi, e non c’è niente di male in questo, no! Vaffanculo! Mi rimetterò a nuovo, e lo farò per me soltanto. Quindi dimenticatemi, lasciatemi in pace, lasciatemi ri-fare il mio cammino da capo!
*Boccale finì il suo discorso, gettò il microfono contro Litro, voltò le spalle agli sposi, e prese la via di casa, dirigendosi verso la sua macchina, mentre nel frattempo si formò una sorta di griglia di partenza prima di una gara di atletica leggera a cui presero parte una sfilza di donne, tra cui damigelle, ragazze e signore attempate, tutte spinte dallo stesso intento: rincorrere Boccale, fermarlo e implorarlo di restare.

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Immagine: M. Chagall, Introduzione al teatro ebraico (1920).

saggi

Nei dintorni di Planaval con Stefano Dal Bianco

Ardan, Platanus orientalis

Da poche settimane è uscita, per la collana Gialla Oro di LietoColle, la ristampa di Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco. Il volume ripropone il testo della prima edizione (Mondadori 2001), seguito da una postfazione inedita di Raffaella Scarpa, uno scritto di poetica dell’autore e un saggio di Fernando Marchiori. Presentiamo l’uscita con un estratto del saggio di Marchiori.

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“Restare senza niente (niente che uno apprezzi) tranne un modo di scrivere, forse non è un male per uno che scrive.” Il dimesso apoftegma di Luigi Meneghello (Le Carte, vol. III) ben si attaglia allo stile e vorremmo dire alla persona di Stefano Dal Bianco. Chi conosca l’autore di Ritorno a Planaval  (Mondadori 2001) – chi ne conosca la biografia e il volto perplesso e la bella mano pronta a tambureggiare metri e discernere versi – potrà leggere infatti tra le righe cose che le parole non dicono che a noi, a ciascuno di noi, e che pertanto sono irripetibili. Restiamo dunque nel luogo che ci viene spalancato, quello della poesia, che qui del resto – come ogni vera poesia riesce a fare, e non ne avremo mai la formula – accoglie e comprende pienamente, tacitamente anche la vita. E non perché l’antinomia vita/scrittura vi sia risolta, ma perché è da quella antinomia, sempre bruciante perché viva, che la poesia nasce.
Per entrare nello spazio di questa poesia dobbiamo – è il poeta che ce lo chiede, ed è il suo modo di venirci incontro – attraversare la soglia, e prima ancora riconoscere che c’è una soglia, che anzi ce ne sono due: una che ci sta già portando dentro e una che ci farà uscire dal libro. Sono soglie prive di insidie, chiare e quasi fisiche nel loro sporgersi verso di noi, nel loro aprirsi fiduciose al nostro passo incerto. Sono i limiti del corpo poetico. Per varcarli occorre un gesto. Anzitutto un gesto di fiducia, poi, alla fine, sul bordo estremo all’altro capo del libro, un gesto e basta. Un gesto e un pensiero. Un gesto che è un pensiero.
Ma soffermiamoci sulla prima soglia: Continue reading “Nei dintorni di Planaval con Stefano Dal Bianco”

inediti

Federico Caruso | Inediti

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Granchi

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Granchi, crabs. Specialità del posto, qua dove sono, da clima oceanico e vento forte. C’è una baia che mi complica la grammatica, insufficiente per attribuirle dei verbi che sono già rari e che probabilmente andrebbero coniugati in persone, tempi, modi diversi da quelli che ricordo affissi sulle pareti delle aule delle medie. Infinito in –are, come questo mare che va oltre-confacendosi ai limiti del mondo fisico.
Quattro ragazzetti, vestiti stretti, hanno lasciato i genitori e sono andati a farsi i loro cazzi. In controluce al tramonto sembrano vestiti neri, come scarafaggi, mentre gli zoom dei turisti sbattono sui loro movimenti ammirevoli da esseri-pesci liberi. L’onda docile arriva sulla scivola della darsena, che li protegge per renderli adulti come genitori (i loro) seduti in mezzo a tre conversazioni: sul calcio minore, sull’invidia nascosta da critica alle colleghe e a quella non detta basata sui corpi e sul sesso.
Io, granchio, osservo le cameriere intente a sorrisi falsi. Fammi un sorriso falso, ti prego fammi un sorriso falso, ti prego incrocia per un secondo lo sguardo su quest’onda forte di ponente, sul lato non portuabile della costa di St. Ives. Come un granchio sento le mie mani sui capelli – un linguaggio autonomo – raccolti per il fritto da stamattina ma che, sfuggenti agli elastici, come quei ragazzini ai moli, cadono e le mie mani sognano un po’, come quel film sulle mani a forbice, d’accarezzare male, tagliando bellezza fritta, quei moti ondulati che giungono alla passeggiata del lungomare, spumeggiando come la limonata che ordino solo per prolungare la mia presenza in questo “RUM&CRABS”, per sfuggire alla tempesta di olezzi da fish and chips, da lobster fatto alla cubana, da polipi, come lupi di mare avvinghiano.
Cozze coltivate, risacche domate, antropizzazioni croniche dei fenomeni naturali, come i tuoi sorrisi falsi al portarmi il conto. Se mi chiamassi Federico, questo sarebbe già Amarcord. Con tipi universali di fiche, marinai, luci standard e brezze riflessive. Di soppiatto, il vicolo che sembra un retro è invece l’accesso. La fine, come l’indigestione da seafood, l’amaro in bocca o il rum in caso. Attenuarsi alle strade che in discesa portano a vedere i gabbiani sui chioschi che sfornano cornish pasties. Tutti uguali, tutti diversi.
Un breve esempio: passo da un boschetto:
Albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero.
Rileggendolo da capo senza saltarli, magari si riesce a individuarne la loro singolarità.
Fai lo stesso, stai vivendo adesso, tu con:
Persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio), persona (nome proprio),
7,5 miliardi di volte, sono persone, sono un libro ciascuno di una collana in continuo aumento di 20 milioni di pagine a carattere Calibri 11 (interlinea 1.15).
La moltitudine di noi, come gli oceani insieme, come i fili di un prato visti al di qua delle rotaie.
La leggerezza dei loro a-tomi affolla ogni pensiero. Vorrei mi fosse almeno chiaro il mio, ma abbiamo tutti pagine scritte in corsivo da altri, scriviamo in una lingua che non basta, infatti è diversa dalla nostra e comprende infrastrutture microscopiche tessute a spiagge d’inverno.
Vado da lei, mi presento come Luca Dretti. Non esisto le dico in primis; trova questo grano tra i campi, trova l’anidride carbonica che emetto e il disastro eutropico che compio. Luca è invisibile e non parla, è una maschera bloccata, come la creta modellata a smorfia per i tipi universali di prima, va in scena in un teatro sgombro intagliato sul granitico fiasco, un revival malriuscito di un monologo recitato a sé stesso. Immagina i coglioni a leggere un libro da milioni di pagine pieno di nomi di persone, monotonicamente annunciato senza colpi di scena: [etc.] Luana Dretti, Luca Dretti, Lucia Dretti [etc.]. Esistere come moltitudine ci ha fottuto l’anima, ci rappresenta come campioni nei sondaggi nel processo di consumare le cose. Che tanto prima o poi devono, come noi, estinguersi. Come un fuoco di particelle impazzite: fumo.
Legni gravidi di legni. Triste caos, triste piangere sulla terra di palco poggiando l’unica secrezione biodegradabile a faccia a terra che non le faccia schifo. Nidi a terra e contorsioni. Luca non ha faccia, assomiglia ad un palloncino di protesi create dalla chirurgia plastica anche se a conoscerlo forse ne potresti cavare qualcosa, farci un ritratto che non abbia viso.
Ho camminato lungo il ciglio di un fiume che aveva scavato grande parte del suolo, in pratica ci stavo a strapiombo. Le parti abitate, a discapito di un autentico piccolo, avevano soffiato un palloncino azzurro che si era incastrato tra le aguzzate selci di uomini corrosi. Tirava per andare in direzione contraria alla corrente, purtroppo di venti in quel solco ne giungevano troppi, esclusi gli aliti e le grida nostre. Io non ci capivo un cazzo infatti. Pensavo al suo volere essere. Una gravità artificiosamente direi sublime, verso nubi. L’appartenenza a un bimbo a cui manca, verso la sua mano. Lo spasimo per il mare, l’eutanasia come soluzione migliore. Non avere storia, non esistere, essere diversi: farsi notare da un passante per esistere. Vanitoso azzurro, scattato: parto d’odio.
Ci riduciamo a invidia da cose pour parler, mostriamo solo nella difficoltà la nostra esistenza. Cerchiamo una luce come i rami.
Anche un tetto lo fa. Sopra quel vicolo in ingresso del pub del crab delle lampadine appannate circolavano gli spazi di un tetto pieno di mucillagine verde. L’esito di questo pullulare di raffiche saline, portava muschi a intasare le grondaie e i vetri a puntinizzare l’esterno, o l’interno – chiaramente dipende da dove guardi – guardavo e volevo guardare di più. Sentivo e sentivo più schiamazzi, più urla di gabbiani e walzer di acqua e cemento, più colleghe con le gonne, più capelli sotto la chela, più amarezza e rum invecchiati in botti di quercia, più alberi con tutto quello che li precede o consegue. Continue reading “Federico Caruso | Inediti”