Poesia?

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di Andrea Zanzotto
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[Questo saggio, uscito per la prima volta su “Il Verri” nel 1976, è tratto da A. Zanzotto, Le poesie e le prose scelte, a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, Mondadori, 1999, pp. 1200-1204]

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Sembra sempre più difficile – o vano – parlare di quel fatto abbastanza equivoco, strambo (proprio nel senso della «stramberia» clinicamente intesa) che oggi rischia di essere la poesia, e che forse è sempre stata. In ogni caso ci si trova non dico a scrivere, ma a “tracciare”, a scalfire il foglio più che con la piena coscienza di quello che si sta facendo, con la sensazione di non poter sfuggire a una necessità. E coloro che si accostano a un libro di versi non si trovano di fronte a una comunicazione e nemmeno a un oggetto, ma a un corpo tendenzialmente vivens, nato per generazione attraverso inquietanti processi che non sono chiari neppure a chi ha collaborato in qualche modo a questa generazione. Tutto ciò potrebbe del resto risolversi in un mero accadimento che non conta nulla e non dà nulla. Esiste inoltre una limitazione intrinseca al fatto poetico, il quale somiglia in un certo senso alla sterile generazione di Narciso, perché parte da una violenza di situazione emozionale «propria» e, in ciò, «privata» (anche come portatrice di una «privazione»), che difficilmente permette a colui che scrive di aprirsi del tutto all’alterità; anche se questa tuttavia preme, «entra». (altro…)

Matilde Manara, Inediti

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la confidenza dei vecchi amici può rovesciarsi senza preavviso in cattiveria. destino o meteorologia, un gesto esce dalla sequenza di quelli che l’hanno preceduto per guadagnare una sua violenza distratta, metallica. il peso di un attrezzo dentistico lasciato cadere sul petto. due volte sollevato e di nuovo gettato sulla piana abbandonata dal mio seno già scarso e adesso dileguato. senza più età né sesso mi ritiro nello spazio breve condiviso dal mio corpo con questo corpo, accordo la mia temperatura alla sua, coincido in durezza, peso, densità e solo quando mi ha neutralizzata rimango sola. finalmente. adesso sono io ad appoggiarmi sotto di lui, lo sostengo nella stanza vuota. il citofono suona e noi due siamo un cuneo proteso a raccogliere la luce della poltrona. (altro…)

Verso un classicismo assertivo: appunti per una sintassi dimensionale

Mel Bochner, Working drawings

di Daniele Iozzia

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Di fronte al rischio di anacronismo generato da un voltaggio troppo sbilanciato su una convergenza “a freddo” verso il Grande Stile, occorrerebbe interrogarsi più a fondo sui possibili ancoraggi strutturali che ne consentirebbero comunque un approdo stabile e allo stesso tempo privo di qualsiasi pertinenza ironico- ludica. Sminuzzato nelle sue componenti (che si configurano in maniera reticolare, una rete a maglie strette cooperanti secondo matrice sistemica), apparirà chiaramente il peso assunto dall’impostazione e dalla centralità del movimento sintattico. Presupposto plasmante, la sintassi ha a che fare in modo intimo col respiro del testo poetico, con la sua “biologia”. Essa sembra dispiegarsi in maniera duplice: da un lato, articolando il corpo del testo, smembrandone e assemblandone le componenti, ratifica un movimento tensivo votato all’organizzazione del materiale; dall’altro, presiede a concretare l’impulso alla scrittura, salvaguardandone l’igiene centripeta e fungendo da catalizzatore di una pronuncia organica e decisa. Pur essendo linee percettive sovrapponibili, è su questo secondo aspetto che vogliamo soffermarci. (altro…)

Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

Alessandro Cardinale, Equilibrium (2015), cotone + legno, 5000 x 180 x 14cm

formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel settembre 2015.

di Simone Burratti, Marco Villa, Andrea Lombardi

 

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Parlare di massimalismo in poesia significherebbe innanzitutto spararla grossa. In seconda battuta, implicherebbe una totale ridefinizione del concetto di massimalismo o, peggio, un cavilloso adattamento delle categorie della poesia a quelle del romanzo. Non ho intenzione di fare nessuna delle tre cose. Vorrei invece che la parola massimalismo attraversasse la mente del lettore come un pensiero distratto e subito dimenticato, un piccolo déjà-vu di propositi ambiziosi, una mappa mentale entro cui muoversi seguendo una filigrana sotterranea; allo stesso tempo, vorrei che suggerisse uno spostamento di direzione consistente nei confronti tanto della scrittura poetica tradizionale quanto delle poetiche minimaliste o di avanguardia. (altro…)

Compiacimento, connivenza, solidarietà. Contro il villaggio della giovane poesia contemporanea

Damien Hirst - The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991)

formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel maggio 2015.

di Andrea Lombardi

Ci troviamo ad operare in un contesto dove prevalgono atteggiamenti di connivenza e compiacimento, connivenza che è anzitutto compiacimento, compiacimento che è anzitutto autocompiacimento. Dato per certo che la poesia non ha più alcun peso, che essa è un gesto anacronistico, inutile, buona solo per chi la fa, un corpo in decomposizione che cerchiamo di rianimare, l’atteggiamento dei giovani poeti è quello del tacito consenso di fronte a tale presupposto – il primo insegnamento che si riceve nella nostra Bildung poetica – che, introiettato, non si fa altro che alimentare in due modi.
Il primo è l’assunzione come imperativo categorico del principio per cui l’unione fa la forza. La giovane poesia contemporanea si presenta come un grande villaggio in cui tutti conoscono tutti, anche senza essersi mai incontrati, a volte anche senza aver mai letto nulla l’uno dell’altro. Un villaggio solidale dove tutti sono amici di tutti perché tutti devono essere amici di tutti. Non avendo più alcun peso ciò che ci ostiniamo a fare, si fa gruppo per sentirsi legittimati a scrivere. E la sede di questo villaggio, fisicamente aperto a tutti, è la rete. (altro…)

Contro gli oggetti (nota per un’essenzialità orizzontale)

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di Marco Villa

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Viviamo nella versione più astratta di una forma di vita già di per sé astrattissima come quella del capitalismo tardo. Tra la moltitudine di oggetti di cui ci circondiamo quotidianamente non si contano quelli che offrono espansioni e rielaborazioni immateriali della nostra esistenza: schermi televisivi, interfacce per la comunicazione virtuale, generatori di mondi possibili in cui giochiamo al surrogato di noi stessi, dispositivi per la riproduzione di suoni in differita, immagini “a scopo presentativo”di prodotti e di bisogni – e talvolta, tutto questo condensato in un singolo oggetto feticcio. In una situazione di virtualità diffusa, di cui ciascuno fa continuamente esperienza, l’atteggiamento della poesia nei confronti del mondo oggettuale non può essere più quello ancora validissimo solo qualche decennio fa. La conquista degli oggetti alla poesia “alta e tragica” è stato un passo fondamentale per l’evoluzione novecentesca del genere, certo. Ma anche su questo versante le nostre vite sono cambiate con estrema velocità, e l’“assedio delle cose” che aveva già progressivamente sfondato la dizione selettiva di Montale ora è una realtà acquisita, che nella sua ultima versione digitale può fare tranquillamente a meno della presenza effettiva dell’oggetto stesso. Ciò che allora l’apertura del dettato poetico alle cose di tutti i giorni rappresentava in termini di liberazione, di ampliamento, di onestà, di critica e quant’altro, oggi ha perso ogni implicazione euforica contemporaneamente al proprio ancoraggio nella comune esperienza quotidiana. (altro…)

EDITORIALE: L’autore indifferente

Giulio Paolini - Il bello ideale

formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel maggio 2014.

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di Simone Burratti

“In my room, the world is beyond my understanding;
But when I walk I see that it consists of three or four hills and a cloud.”
                                                            W. Stevens

La scrittura di cui vorremmo parlare non ha niente o quasi niente in comune col suo autore, con la sua biografia e i suoi interessi, con la sua capacità di rappresentare il mondo attraverso una voce e uno stile unici, personali. Al contrario, è una scrittura radicalmente appiattita sul suo tempo, in cui l’eccezionale è sempre percepito come ennesimo, e che quindi preferisce al discontinuo l’ampio spazio di vita comune a tutti, libero dalle declinazioni di una personalità, dalla sua mediazione emotiva o intellettuale; spazio di vita inevitabilmente indifferente, avaro di vette o punte, ma anche scomodo ai fini di una retorica di se stessi, di un discorso brillantemente autoreferenziale. (altro…)