Contro gli oggetti (nota per un’essenzialità orizzontale)

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di Marco Villa

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Viviamo nella versione più astratta di una forma di vita già di per sé astrattissima come quella del capitalismo tardo. Tra la moltitudine di oggetti di cui ci circondiamo quotidianamente non si contano quelli che offrono espansioni e rielaborazioni immateriali della nostra esistenza: schermi televisivi, interfacce per la comunicazione virtuale, generatori di mondi possibili in cui giochiamo al surrogato di noi stessi, dispositivi per la riproduzione di suoni in differita, immagini “a scopo presentativo”di prodotti e di bisogni – e talvolta, tutto questo condensato in un singolo oggetto feticcio. In una situazione di virtualità diffusa, di cui ciascuno fa continuamente esperienza, l’atteggiamento della poesia nei confronti del mondo oggettuale non può essere più quello ancora validissimo solo qualche decennio fa. La conquista degli oggetti alla poesia “alta e tragica” è stato un passo fondamentale per l’evoluzione novecentesca del genere, certo. Ma anche su questo versante le nostre vite sono cambiate con estrema velocità, e l’“assedio delle cose” che aveva già progressivamente sfondato la dizione selettiva di Montale ora è una realtà acquisita, che nella sua ultima versione digitale può fare tranquillamente a meno della presenza effettiva dell’oggetto stesso. Ciò che allora l’apertura del dettato poetico alle cose di tutti i giorni rappresentava in termini di liberazione, di ampliamento, di onestà, di critica e quant’altro, oggi ha perso ogni implicazione euforica contemporaneamente al proprio ancoraggio nella comune esperienza quotidiana. (altro…)

EDITORIALE: L’autore indifferente

Giulio Paolini - Il bello ideale

formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel maggio 2014.

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di Simone Burratti

“In my room, the world is beyond my understanding;
But when I walk I see that it consists of three or four hills and a cloud.”
                                                            W. Stevens

La scrittura di cui vorremmo parlare non ha niente o quasi niente in comune col suo autore, con la sua biografia e i suoi interessi, con la sua capacità di rappresentare il mondo attraverso una voce e uno stile unici, personali. Al contrario, è una scrittura radicalmente appiattita sul suo tempo, in cui l’eccezionale è sempre percepito come ennesimo, e che quindi preferisce al discontinuo l’ampio spazio di vita comune a tutti, libero dalle declinazioni di una personalità, dalla sua mediazione emotiva o intellettuale; spazio di vita inevitabilmente indifferente, avaro di vette o punte, ma anche scomodo ai fini di una retorica di se stessi, di un discorso brillantemente autoreferenziale. (altro…)

Parco Poesia, o Del dilettantismo

Photography Installation, Boltanski

di Simone Burratti

Ho avuto modo di partecipare a Parco Poesia una sola volta, tre edizioni fa. In quell’occasione, la mia lettura è stata interrotta e conclusa in medias res da un tempestivo applauso, essendo involontariamente fuoriuscito dai tempi massimi (tre minuti, come ho scoperto in seguito), nonché coronata da un terzo tempo di “accesa discussione” con Isabella Leardini dietro le quinte. Da questo episodio, in realtà più pittoresco di come l’ho descritto, e che mette in evidenza in primis il narcisismo del suo protagonista, si possono dedurre almeno altre due cose: la disattenzione da parte degli organizzatori, che avevano specificato il limite massimo dei testi ma non il limite massimo di tempo, nonostante avessero ricevuto in precedenza il mio file con la selezione; il fatto, più importante, che si sia dato praticamente per scontato che una lettura di quattro poesie non possa durare più di tre minuti, sottintendendo con ciò che un testo poetico sia di norma non breve ma addirittura brevissimo.
La seconda osservazione, all’apparenza banale e pedante, può in realtà dirci molto su Parco Poesia, il sito relativo e le continue polemiche che li riguardano, diventate ormai parte integrante della prassi promozionale dell’evento. Le critiche rivolte a Parco Poesia sono pressappoco le seguenti: una visione della poesia edulcorata e dilettantistica, una politica interna “amicale” e troppo concentrata sull’asse Bologna-Rimini, la tendenza a selezionare autori che “scrivono tutti uguale”, molti dei quali provenienti dal laboratorio di poesia portato avanti da Isabella Leardini stessa per gli studenti delle scuole superiori. Ora: un festival letterario è prima che ogni altra cosa un’operazione di diffusione. In quanto tale, esiste già di per sé come formula di compromesso, cosa che permette di estendere alcune delle suddette critiche – avanzate spesso da chi non crede nella promozione culturale, se non da chi ai festival non viene proprio invitato – a molti altri eventi letterari. Perché allora, ogni anno, le polemiche si concentrano sull’attività di Isabella Leardini e non, per esempio, su La Punta della lingua o Poetitaly, o su rassegne volutamente più di nicchia, come RicercaBo? E perché, ogni anno, mi ritrovo a condividerle?

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EDITORIALE: Lirica e ricostruzione

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formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel gennaio 2014.

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di Alessandro Perrone e Marco Villa

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Cerchiamo una poesia che sappia parlare del nostro tempo e che ne sia all’altezza. E se il regime monadico tuttora imperante basta a rendere vuota e ormai comica qualsiasi rivendicazione collettiva che passi attraverso un noi ingenuo e a-problematico (tanto vago quanto falso), un centro lirico diventa allora il filtro ineludibile fra gli eventi esterni e la poesia, fra il transitorio e l’essenziale (per citare Montale via Baudelaire).

Questa posizione, fondata non su un a priori ideologico e/o di poetica, ma sulla realtà storica di cui chiunque fa quotidianamente esperienza, resta lontana da qualsiasi supervalutazione dell’io: non ignora i mutamenti intervenuti a destabilizzare ogni pretesa di soggettività salda, ma nemmeno  accoglie la rinuncia (o peggio la pregiudiziale cancellazione) ad un punto di accentramento in grado di gestire i materiali storici restituendone attraverso la propria lingua l’individuale – senz’altro limitata e provvisoria – interpretazione.

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EDITORIALE: Nuove misure per un grande stile

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formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel settembre 2013.

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di Simone Burratti

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Scegliere di mantenere una postura rigorosamente tragica, ostinarsi a inseguire ancora oggi, nei pochi modi possibili, quel grande stile che ha caratterizzato la maggiore poesia italiana del Novecento, e del quale sempre più viene messa in discussione l’affidabilità delle fondamenta, sembrerà a molti una presa di posizione epigonica e inutile, quando non addirittura reazionaria; ma, per molti altri, tra le cui schiere crediamo di porci, quella stessa scelta rappresenterà un tentativo di resistenza contro il mondo, un’alternativa anti-mimetica paziente e proiettiva; e anche, in modo più concreto, l’unico tono ammissibile per una vera traduzione dell’esistenza – esistenza che rimane, pur nella sua irrilevanza storica e sociale, essenzialmente e doverosamente alta e tragica.

E se  l’ostinazione, se la tradizione non basterà, questa volta, a giustificare se stessa e farsi carico da sola di una contemporaneità che, quando non la rigetti del tutto, la riduce a mera variabile o minima componente di un episteme definitivamente più complesso, lo sforzo di adattamento dovrà forse andare nella direzione di un’attenta e regolare consecutio temporum, e cioè registrando frammentazioni e fratture, ma al tempo stesso  resistendo a una dispersione anarchica. (altro…)

William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto | Traduzione di Tommaso di Dio, II parte

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La prima parte, con l’introduzione di Tommaso Di Dio, è qui.

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Capitolo VI

Adesso, nell’immaginazione, tutta la carne, tutta l’umana carne è rimasta morta sulla terra per dieci milioni, dieci miliardi di anni. L’uccello è diventato una pietra nel di cui cuore un uovo, non deposto, rimase nascosto.

È primavera! Ma, miracolo dei miracoli, un miracoloso miracolo ha gradualmente preso forma durante questi apparentemente aridi eoni. Attraverso le regolate sequenze di tempo innominabili, L’EVOLUZIONE HA RIPETUTO SE STESSA DAL PRINCIPIO.

Buon Dio!

Ogni passo una volta intrapreso dal primo avanzamento verso la razza umana, dall’ameba fino al più alto tipo di intelligenza, è stato duplicato, ogni passo, esattamente parallelo a quello che gli precedette nelle epoche morte spazzate via. Ne risulta un perfetto plagio. Tutto è, ed è nuovamente. Soltanto l’immaginazione non si fa ingannare.

A questo punto, l’intero complicato e laborioso processo inizia ad avvicinarsi ad un nuovo giorno. (Di questo, al Capitolo XIX). Ma per il momento ogni cosa è fresca, perfetta, ricreata.

Infatti adesso, per la prima volta, ogni cosa È nuova. Adesso infine il perfetto effetto sta per essere volontariamente scoperto. I termini “veracità” “attualità” “reale” “naturale” “sincero” stanno per essere discussi in dettaglio, ogni parola essendosi evoluta a partire da un’altra identica discussione che ebbe luogo l’altro ieri.
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William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto | Traduzione di Tommaso Di Dio, I parte

Max Ernst - Gioia di vivere

Leggere oggi Spring and All di William Carlos Williams

Spring and All di William Carlos Williams è un testo magmatico: frammentato e forsennato tanto quanto lucido e visionario. Lo possiamo ascrivere per brevità e per convenzione al genere del prosimetro, sebbene non solo alterni prosa e poesia, ma anche lacerti narrativi ad altri di carattere spiccatamente teorico e riflessivo. È uno di quei paradossi così tipici della letteratura il fatto che, mentre l’opera intendeva proporsi, a tutti gli effetti, come un provocatorio manifesto in difesa di un diverso e più originariamente americano modernismo, esso finì per uscire in volume nel 1923 nella più europea delle città d’Europa: Parigi, presso la McAlmon’s Contact Publishing Company. Negli Stati Uniti non riuscì a trovare nemmeno un editore e fu stampato in sole trecento copie, che ebbero una così scarsa distribuzione che l’opera ricevette una sola recensione – e per di più negativa. Soltanto l’anno precedente – è cosa nota, ma giova ricordarlo – era dato alle stampe, prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, uno di quei testi che fanno da spartiacque nella storia della letteratura mondiale: The Waste Land di T.S. Eliot, di cui Spring and All ci appare la risposta, o meglio: la brutale riformulazione.
Altri meglio di me hanno potuto e potranno indagare la relazione fra questi due testi capitali del modernismo e ricostruirne le problematiche e fittissime relazioni. A me preme, in questa sede, avvertire il lettore che quello che ha di fronte è – credo – il primo tentativo di una traduzione in italiano di un’opera che mi pare dica molto a chi intende scrivere oggi poesia. Non solo perché Spring and All si offre come un perfetto e risolto connubio fra prosa e poesia e, per di  più, nelle parti in prosa, come altissimo ed esaltante esempio di prosa poetica; ma anche perché ha esplicitamente a che fare con un aspetto che, pur costitutivo dell’esperienza della poesia, raramente è tematizzato con l’altrettanta ambigua forza che ha in queste pagine: mi riferisco, per usare i termini di Williams, alla relazione fra immaginazione e momento. «Il lettore conosce se stesso come vent’anni fa e ha anche nella mente una visione di ciò che sarà, un giorno. Oh, un giorno! Ma la cosa che mai conosce e mai osa conoscere è ciò che è nell’esatto momento in cui è. E questo momento è l’unica cosa a cui io sono interessato»; e poche righe più avanti, con un gesto spiazzante e soltanto apparentemente paradossale, sostiene: «A chi mi rivolgo? All’immaginazione». Williams infatti sostiene che «tutta la scrittura, e fino ad oggi, se non tutta l’arte, è stata progettata specialmente per mantenere una barriera fra il senso e il vaporoso margine che distrae l’attenzione dai suoi agonizzanti avvicinamenti al momento». Tutta l’arte non è che distrazione, diversione, allontanamento dal momento in cui ci può infine percepire viventi, in cui si può percepire il nudo fatto che si è. La poesia, almeno quella che Williams sostiene e pratica e in questo testo ci fa vedere in azione, non vuole essere nient’altro che strumento di questo percepire, medium di un’azione riflessiva che fa convergere in un sol punto (e quel punto è il lettore, il corpo fisico e morale del lettore) il massimo di allontanamento dalla realtà, l’immaginazione, e il suo assoluto e fuori tempo atto di nascita, il momento: «Per raffinare, chiarificare, intensificare quell’eterno momento in cui solamente noi viviamo non c’è che una singola forza – l’immaginazione. Questo è il suo libro. Io, in persona, vi invito a leggere e a vedere». Con questo abbrivio, l’opera di Williams non smette di ricominciare e di dirci quanto alcune delle dicotomie ancora in voga – prosa vs. poesia, oppure poesia della realtà quotidiana vs. poesia dell’immaginazione – non solo sono da superare in quanto obsolete e nei fatti anacronistiche, ma non sussistono proprio in quanto la poesia fa altro e quest’altro è proprio distruggere queste supposte antinomie. Quell’insieme di segni alfabetici disposti su pagina o su schermo o dove mai li troveremo in un futuro impronosticabile, sono lì, a distanza dalla vita, soltanto perché è dalla distanza che possiamo tornare ad avvertire quell’immedicabile scorcio che in queste pagine di Williams prende il nome di Primavera e che potremmo anche chiamare presenza o, con altro lessico che a queste pagine, vent’anni dopo, fa inequivocabilmente eco, Supreme fiction.
Williams scrive che «infine, la PRIMAVERA si sta avvicinando»; ed è un movimento quello della poesia che è sempre interrotto, proprio perché è sempre ripreso, di opera in opera, di lettura in lettura, di lettore in lettore; esso spinge a distruggere tutto il mondo in una «nuova modalità di omicidio» soltanto perché vi sia nuovamente «carne fresca»: il fresco avvertimento dell’irripetibilità di ogni attimo, di ogni momento. Così Williams ci spinge ad iniziare: «Ogni volta che dirò “io”, intenderò anche “tu”. E così, insieme, come in un’unità, incominceremo.»

Tommaso Di Dio

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Se qualcosa del momento esce fuori – tanto meglio. E più probabilmente ciò accadrà, tanto più non ci sarà nessuno che vorrà vederlo.

C’è una costante barriera tra il lettore e la sua consapevolezza dell’immediato contatto con il mondo. Se c’è un oceano, è qui. O piuttosto, l’intero mondo è nel mezzo: Ieri, domani, Europa, Asia, Africa, – tutte le cose rimosse e impossibili, la torre della chiesa di Siviglia, il Partenone.

Che cosa intendono quando dicono: «A me non piacciono le tue poesie; tu non hai alcuna fiducia. Sembra che tu non abbia sofferto né abbia sentito alcunché profondamente. Non c’è nulla di attraente in quello che dici, ma al contrario le poesie sono assolutamente repellenti. Sono senza cuore, crudeli, si prendono gioco dell’umanità. Che cosa, nel nome di Dio, hai intenzione di dire? Sei un pagano? Non hai tolleranza alcuna per la fragilità umana? Puoi anche fare a meno delle rime, ma del ritmo! Perché non ce n’è del tutto nelle tue poesie? È questo ciò che chiami poesia? È davvero l’antitesi della poesia. È l’antipoesia. È l’annichilazione della vita a cui sei inclinato. La poesia è solita andare mano nella mano con la vita, la poesia che ha interpretato i nostri più profondi impulsi, la poesia che ha ispirato, che ci ha condotto verso nuove scoperte, nuove profondità di tolleranza, nuove vette di esaltazione. Voi moderni! Voi state portando a compimento la morte della poesia. No, non posso comprendere la vostra opera. Non avete sofferto un colpo crudele dalla vita. Quando lo avrete sofferto, scriverete differentemente»?
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