editi

Leonardo Canella | Nuove nughette

Chicken Calavera (Mexican Folk Art)

[I testi che seguono sono tratti dall’ultimo libro di Leonardo CanellaNuove nughette (Prufrock spa, 2017)]

*

5.

mi hai lasciato da solo insieme alle vongole, in cucina. Loro morivano sul fuoco e io le ascoltavo morire. Sul fuoco. E mi hai detto che è normale, mitica Polly, e poi mi hai lasciato solo in cucina insieme alle vongole. Alle vongole c’ho detto così che non è colpa mia mentre loro muoiono sul fuoco ed io le ascolto morire. E intanto mi sono messo a contare i mattoni del condominio difronte. Alla finestra tendinebianchespostate, che tu non c’eri e loro morivano, sul fuoco. Quando sei tornata con i sacchetti della spesa, mitica Polly, ero arrivato a 3260 mattoni e due manciate di vongole cotte sul fuoco. Che io le avevo ascoltate morire. Continue reading “Leonardo Canella | Nuove nughette”

saggi

Paul Valéry | Ego scriptor

J. Fautrier, Il vaso, 1947

(Passi selezionati e tratti da Paul Valéry, Quaderni. Volume primo. I quaderni – Ego – Ego scriptor – Gladiator, a cura di Judith Robinson-Valéry, traduzione di Ruggero Guarini, Adelphi Edizioni, Milano 1986, pp. 253-348.)

*

EGO SCRIPTOR

Un tempo ho vagheggiato un’opera d’arte – scritta, – in cui tutte le nozioni introdotte fossero state depurate – in cui avrei omesso tutto ciò che nel senso delle parole è sovrabbondante – tutte le parole che si trascinano dietro delle ombre, tutti i giudizi evidenti o fittizi e tutte le operazioni impossibili, inimmaginabili. Ho anche scritto alcune frasi che si avvicinano a questo progetto – Ma a quale bocca pensare e a quale voce dare ascolto interiormente quando si legge questo stile? Sicché desideravo che non ci fosse nessuna bocca e che il lettore riluttante venisse afferrato per vie del tutto interiori da quelle forme che avrebbero dovuto raggiungere di colpo il meccanismo stesso del suo pensiero e pensare al suo posto, nel luogo in cui esso pensa, come qualcuno che sia stato afferrato in due punti del braccio e che si faccia gesticolare ed esprimere a gesti – e che sia costretto fisicamente a decifrare e capire i propri gesti. (1903, Jupiter, III, 78-79)

*

La poesia – non è mai stata per me uno scopo – ma uno strumento, un esercizio e da ciò deriva il suo carattere – artificio – volontà. (1905. Senza titolo, III, 610)

*

Scrivere incatena. Mantieni la tua libertà. (1905-1906. Senza titolo, III, 814)

*

Così il lavoro del poeta, il poema m’interessa meno delle sottigliezze e dei lumi acquisiti in questo lavoro. Per questo bisogna lavorare il proprio poema – vale a dire lavorarsi.
Il poema sarà per gli altri – vale a dire per la superficie, il primo urto, l’effetto, il dispendio, – – mentre il lavoro sarà per me, – vale a dire per la durata, il seguito, la formula, il progresso. (1913, L 13, V. 25-26)

*

Non bisogna credere che la precisione e l’uso dell’analisi non possano servire al poeta a nient’altro che a distruggerlo – – A volte mi è stato molto utile ridurre il mio pensiero allo stato di massima precisione. Quindi lavorare su questa analisi; e mi sono sentito più libero, ho scorto delle traduzioni in figure e in linguaggio poetico che prima non sospettavo. (Ibid., VIII, 445)

*

Rivoluzione –

Una rivoluzione, un cambiamento enorme, era alla base della mia storia:
Ricondurre l’arte che situiamo nell’opera alla fabbricazione dell’opera. Considerare la composizione stessa come la cosa principale, o trattarla come opera, come danza, come scherma, come costruzione di atti e di attese.
Fare un poema è un poema. Risolvere un problema è un gioco ordinato.  Il caso, l’incertezza sono in esso pezzi definiti. L’impotenza della mente, le sue soste, le sue angosce non sono sorprese, e perdite indefinite.
Ma il fare come cosa principale, e quella determinata cosa fatta come accessorio, ecco la mia idea.
Scrivere non vale la pena se non per attingere la vetta dell’essere, non già dell’arte; ma è anche la vetta dell’arte.
L’indissolubilità della forma e del fondo. (1922. R, VIII, 578)

*

Mi è accaduto di scrivere partendo dalle forme e di passare dalle forme espressive alle cose, attraverso l’inclinazione suggerita dalla forma – inclinazione che si completa necessariamente e si trova una ragion d’essere – così come un uomo che, raccogliendosi fisicamente, facesse di sé un santuario e questo sacrum secernesse un dio.
È un buon esercizio, la meno ingenua delle occupazioni. (1929, AE, XIII, 682)

*

Ego Scriptor

Poesia – Per me fu rifugio, lavoro infinito – ripiegamento. (1935. Senza titolo, XVIII, 464)

*

Immagine: J. Fautrier, Il vaso, 1947.

inediti

Valentina Murrocu | Inediti

laurie_simmons_5418_1024x768

Una zanzara

Ho aperto ancora gli occhi e non
me ne stupisco stamattina ho cercato nel buio un contatto
visivo con la stanza ho esteso il dominio della forma alle
conversazioni della sera
prima all’andamento narrativo
simulato: avrei dovuto fare il medico come
da programma ho detto ripensando al cortisone
all’ossessione informe dello choc
anafilattico un quindici in prima prova non
è niente – una zanzara si apre uno spazio
tra il letto e il muro. Mi domando
di quanto differiscano uno schermarsi
permanente e un ritardo sul sentimento di
quattro forse cinque anni – la sintassi
elementare, la scatola cranica insufficiente, il nulla
senza nichilismo, i cinepanettoni – mentre sposto
la tenda con un gesto pulito quasi
geometrico e affronto la scissione: speri
che un intellettuale mi ingravidi e mi abbandoni
o mi divori il cancro l’utero come
tua madre – mi uso lo stesso cinismo
la medesima innocenza – , ma non
ti biasimo. E chiedere cosa si possa fare e
non volerlo, solo guardare il paesaggio. Continue reading “Valentina Murrocu | Inediti”