recensioni

«Di sicuro ci divertiremo»: su “Esercizi di vita pratica” di Gilda Policastro

32    Christian Boltanski    Les Habits de François C    1972

di Marco Malvestio

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Esercizi di vita pratica è una nuova dimostrazione del talento di scrittrice di Gilda Policastro. Con questo libro, che continua e sviluppa temi e stile del precedente, notevole, Inattuali (Transeuropa, 2016), la Policastro inaugura una nuova collana, dedicata ai prosimetri, della casa editrice Prufrock Spa. (altro…)

Una recensione a “Il paziente crede di essere”

3-serra

di Marco Villa

[Una versione leggermente diversa di questa recensione era uscita qualche mese fa su “Mosaici – Learned Online Journal of Italian Poetry“.]

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«Racconti, forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo»: già il sottotitolo de Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens 2016) di Marco Giovenale preannuncia, con le sue sparse indicazioni di genere, uno dei tratti salienti del libro: un’eterogeneità di soluzioni, che rende conto anche dell’arco temporale di composizione dei testi (dal 1990 al 2014, «circa», se si tiene fede a quanto dichiarato con understatement dall’autore nelle note finali) e che però si staglia su uno sfondo unitario per tono e postura. Uno sfondo segnato dall’impassibilità con cui la voce registra gli scarti e i soprassalti di assurdo che tempestano i quadri e le micro-storie della raccolta, relegando ad una percezione in absentia l’assoluta ordinarietà che – il lettore sente – avrebbe potuto/dovuto caratterizzarle. (altro…)

Una recensione a “Una lunghissima rincorsa”

Tapies - MacBa

 

di Marco Villa

Quando ci si approccia a Una lunghissima rincorsa (Bel-Ami Edizioni, 2014), opera d’esordio di Jacopo Ramonda, è difficile eludere la questione del genere a cui riferirla. Del resto, la macro-struttura e le informazioni paratestuali (“Prose brevi” è il sottotitolo del libro, “cut-up” sono intitolati i testi) sembrano esse stesse un’esortazione a confrontarsi con il problema.

Qui tuttavia lo si lascerà da parte: perché il tema è ampiamente affrontato da Andrea Inglese nella prefazione, innanzitutto; e perché il dibattito sul confine prosa/poesia, ben sistematizzato nel numero 13 de “L’Ulisse”, mi pare precocemente invecchiato, nonostante (o forse proprio come dimostrano) le discussioni stanche che il non andare “a capo” genera ancora, per esempio – a partire dalle stesse prose di Ramonda – qui. Ma soprattutto, eviterò la questione perché essa rischierebbe di offuscare altri caratteri del libro, altrettanto se non più rilevanti, lasciando l’impressione che un ennesimo contributo al metapoetico sia tutto ciò che Una lunghissima rincorsa voglia o sia in grado di offrire.

Perciò, senza ignorare la rilevanza che un’operazione come questa può avere nel quadro di ricerca della prosa in prosa (all’interno del quale, per inciso, Broggi e Bortolotti – forse più il secondo del primo – mi sembrano i modelli maggiormente presenti all’autore), ciò che mi interessa è segnalare alcuni elementi decisivi dell’opera che scartano o comunque prescindono da qualsiasi appartenenza di genere.

Il primo di questi elementi consiste, credo, nel grado di narratività delle prose in esame. Spunti narrativi si trovano, è vero, anche negli autori sopracitati; e tuttavia i testi di Ramonda si distinguono sia per una maggiore attenzione ai dettagli, tanto oggettuali quanto psichici, sia e soprattutto per un’organicità interna che la veste frammentaria del “cut-up” rischia di mettere in ombra. Al termine di ognuno di questi “scatti rubati” (come l’autore definisce le sue prose brevi), si avverte infatti un senso di compiutezza e di esaurimento che giustifica il solitario stagliarsi di quel minimo scampolo di vita. Compiutezza e organicità sono esaltate al massimo grado ne “L’elaborazione del lutto”, seconda sezione del libro e unica in cui Ramonda abbandona la monade del “cut-up” e struttura un racconto, essenziale eppure completo, della fine di una relazione.

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Un confine generazionale. Su “Qualcosa di inabitato” di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino

Guido Guidi - Preganziol

di Simone Burratti

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Parlare di un libro scritto “a quattro mani” implica, più che in altri casi, il dover adottare una panoramica aerea, macroscopica, che fornisca una chiave di lettura non del singolo autore ma dell’insieme, dei rapporti che intercorrono tra due scritture autonome e refrattarie al dialogo, come sempre è in poesia. Questo vale anche per l’ultimo libro di Stelvio Di Spigno e Carla Saracino (Qualcosa di inabitato, Edb Edizioni 2013), anche se, più che di libro a quattro mani, bisognerebbe parlare di due sillogi indipendenti e speculari, che traggono sì forza dall’essere tenute insieme sotto uno stesso titolo, ma al tempo stesso si sviluppano in direzioni diverse. Ciò che infatti emerge quasi subito, dopo una una prima lettura della raccolta, è una sorta di linea di confine, un gap tra la fine della sezione del primo autore e l’inizio di quella della seconda, che separa e allontana le due scritture non solo sotto il profilo stilistico (che sarebbe poca cosa) ma soprattutto sul piano dell’elaborazione della realtà, e della prassi scrittoria.

Da una parte Stelvio Di Spigno (1975), poeta “classico” nell’accezione migliore del termine, nel continuo sforzo di trattenere sul testo l’inevitabile scorrere del tempo, di strappare qualcosa all’«orologio mortale» della vita (Il treno per Sezze). La scrittura di Di Spigno scivola sulla lingua della dizione quotidiana, senza mai soffermarsi (apparentemente) sull’altezza di una parola o di un verso; eppure non rinuncia alla definizione puntuale, a nominare precisamente i propri luoghi e paesaggi (Napoli, Gaeta; ma anche Sezze, Mercogliano, Fossanova), creando una sorta di “mitologia toponomastica”, che inscrive il lavoro del poeta nella linea della grande tradizione novecentesca italiana (penso soprattutto a Montale e Sereni). (altro…)