editoriali

Punto e a capo

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di Andrea Lombardi

[Questo articolo serve a fare il punto della situazione riguardo a formavera e al tempo stesso introduce le novità che caratterizzeranno la rivista in quella che a tutti gli effetti rappresenta una nuova fase del nostro progetto].

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formavera è uno spazio nato dalla volontà di rendere pubblica una posizione, una proposta di linea, un’idea di poesia condivisa. Alla base di questo progetto vi era una ricerca comune, fondata su un dialogo cominciato a Siena e che negli anni si è alimentato grazie all’ingresso di altre voci. Continue reading “Punto e a capo”

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EDITORIALE: Lirica e ricostruzione

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formavera va in vacanza, per ripartire a settembre con un nuovo ciclo e alcune novità nel gruppo redazionale. Durante la pausa estiva pubblicheremo alcuni degli editoriali che hanno accompagnato e scandito il nostro percorso, dall’inizio fino ad oggi.
Questo editoriale è stato pubblicato la prima volta nel gennaio 2014.

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di Alessandro Perrone e Marco Villa

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Cerchiamo una poesia che sappia parlare del nostro tempo e che ne sia all’altezza. E se il regime monadico tuttora imperante basta a rendere vuota e ormai comica qualsiasi rivendicazione collettiva che passi attraverso un noi ingenuo e a-problematico (tanto vago quanto falso), un centro lirico diventa allora il filtro ineludibile fra gli eventi esterni e la poesia, fra il transitorio e l’essenziale (per citare Montale via Baudelaire).

Questa posizione, fondata non su un a priori ideologico e/o di poetica, ma sulla realtà storica di cui chiunque fa quotidianamente esperienza, resta lontana da qualsiasi supervalutazione dell’io: non ignora i mutamenti intervenuti a destabilizzare ogni pretesa di soggettività salda, ma nemmeno  accoglie la rinuncia (o peggio la pregiudiziale cancellazione) ad un punto di accentramento in grado di gestire i materiali storici restituendone attraverso la propria lingua l’individuale – senz’altro limitata e provvisoria – interpretazione.

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editoriali

EDITORIALE: Scrivere per cominciare

Torre Unicredit, da piazza Gae Aulenti - César Pelli

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di Marco Villa

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«È inutile, – concluse l’uomo senza qualità scrollando le spalle, – tanto in un così fitto groviglio di forze la cosa non ha la minima importanza!» Si volse altrove, come un uomo che ha imparato la rinunzia, […] ma attraversando lo spogliatoio contiguo passò accanto a un pallone ivi appeso, e gli diede un colpo molto più pronto ed energico di quanto accade a chi è in stato di rassegnazione o di debolezza.

[Robert Musil, L’uomo senza qualità]

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Abbiamo provato a eliminare ogni retorica per una necessità igienica, più che stilistica. La cronaca quotidiana e i relitti simbolistici erano percepiti come pose: liberarsene diventava l’unico modo per partire; rassegnarci a ciò che siamo, senza confessioni o lamenti, doveva essere il primo atto etico.
Veniamo dal pessimismo, subito educati a un’infelicità sempre più profonda e sottintesa, alla maledizione della nostra nobile scelta – e poi a ridere di tutte queste parole. L’inefficacia di ogni azione era talmente scontata che già si potevano elaborare raffinate giustificazioni e ancor più raffinate consolazioni. Aiutati in questo dalla spietata quantità di esperienze a cui siamo stati sottoposti fin dall’infanzia, abbiamo avuto gioco facile a sentirci esauriti prima di aver osato nulla, cinicamente saggi prima di sapere alcunché: le nostre frustrazioni si sposavano perfettamente con gli insegnamenti al ribasso, che anzi parevano riscattarle. E così, come tutti, trasformavamo la debolezza nella forza, forza tanto più netta quanto più impotente.
Tendere a un’orizzontalità perfetta era quindi una forma di profonda onestà (se onestà è accordo col posto che occupiamo nel mondo), l’unica forma veramente adeguata al placido disastro in cui ci muoviamo disinvolti.
Abbiamo però sempre visto quanto meccanica diventi subito una presa d’atto di questa impotenza, quanto sappia essere noiosa la facilità del grado zero, di cui non ci hanno mai convinto pienamente, oltre agli esiti formali, i presupposti ideologici e il rasoterra emotivo. Il grado zero poteva invece essere usato come un travestimento, un abito di grigiore che trasformasse ogni sfumatura in un’arma da taglio. Il grado zero era il nostro adeguarci all’educazione ricevuta, i suoi piccoli tradimenti il cauto (cauteloso?) tentativo di fare qualcosa che comunque sapesse ferire.
Ma ancora, un nuovo manierismo della modestia è alle porte. Buttando via ciò che consideravamo retorica (forse con troppa approssimazione) abbiamo buttato via qualcos’altro, un’energia rischiosissima ma vitale. Essere onesti fino in fondo ci ha resi molto puliti e forse abbastanza intelligenti nel campo limitato di un’abdicazione aprioristica. Continue reading “EDITORIALE: Scrivere per cominciare”