inediti

I padri e i figli

111jean-fautrier-lignes-colorees-1961-olio-tecnica-mista-su-carta-su-tela-54-x-81-cm

di Pietro Cardelli

[In attesa di ripartire con un nuovo ciclo a settembre e per non lasciare soli i nostri lettori, durante la pausa estiva ripubblicheremo alcuni materiali usciti nell’ultimo anno. Questi testi di Pietro Cardelli sono stati pubblicati il 20 gennaio 2017.]

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Ekphrasis

Una motocicletta corre lungo il viale,
il cimitero da un lato, dall’altro
i cipressi di sempre. Il giovane
non ha coscienza, vive il presente.
La curva piega, lui cade, la moto scivola in terra.
L’asfalto penetra la pelle,
un’osmosi di sangue, carne e sassi. (altro…)

I padri e i figli

111jean-fautrier-lignes-colorees-1961-olio-tecnica-mista-su-carta-su-tela-54-x-81-cm

di Pietro Cardelli

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Ekphrasis

Una motocicletta corre lungo il viale,
il cimitero da un lato, dall’altro
i cipressi di sempre. Il giovane
non ha coscienza, vive il presente.
La curva piega, lui cade, la moto scivola in terra.
L’asfalto penetra la pelle,
un’osmosi di sangue, carne e sassi. (altro…)

Daniele Iozzia, Un inedito

creation-of-the-world-1905

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VACANZA

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Prende contatto con le coperte lentamente, abbandona cellulari incrociando le gambe, sgancia il monologo. È uno di quei momenti in cui la condizione legale che permette a tutti di stare in reciproca consultazione va valutata pienamente nel suo beneficio, perché oltre il bianco dei fogli, oltre le superfici percorse dalle firme, ha ratificato in potenza la scoperta di molte possibili forme di condivisione del respiro con un sottobosco umano livellatissimo. (altro…)

Isacco Boldini, I giapponesi hanno perdonato

mathgias zegler

“And a rock fells no pain.
And an island never cries.”
Simon & Garfunkel, I am a rock

La pressione è lenta e costante; costante nell’aumentare, lentamente. Sempre più alto sopra di sé  l’edificio di acqua: una moneta gettata nella fossa della Marianne; espresso il desiderio. Quello che neppure deve succedere è l’abitudine. L’uomo nella stanza lo sa.

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nodi  viadotti   nessi  pellegrinaggi  anni luce  traiettorie missilistiche  piste ciclabili   eoni  strade  scale mobili  cicli di vita della cicale   linee del telefono  triangoli  vicoli ciechi  cardi  programmi ministeriali   confini  ritardi  tempi di decadenza di isotopi radioattivi   processioni  percorsi dei giorni feriali    path

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L’uomo è nella stanza e non può uscire. Non ci sono porte, non ci sono finestre nella stanza: quattro pareti azzurrine, un pavimento di parquet scuro, un soffitto. Il calorifero è sulla parete corta, una delle due: l’inverno a questa latitudine fa parecchio freddo, il vento
_______________________________________________si insinua in ogni fessura. L’arredo è quello che ti aspetti (letto-comodino-scrivania-sedia-armadio-; un attaccapanni di ferro verniciato; un tappeto al centro della stanza). Qualche presa della corrente, bassa, appena sopra il battiscopa. L’uomo attende. L’interruttore della luce accende e spegne la lampadina in mezzo al soffitto ma non c’è una porta, non ci sono   finestre e l’uomo non può uscire. L’orologio da polso segna le nove e uno. (altro…)

Davide Castiglione, Diario della baldanza

kristian-burford-audition-scene-1-in-love*

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È un genio triste, nei suoi momenti migliori. Quando no, gli si spalma addosso una stoltezza sensoriale a prova di tutto fuorché del tempo, che la conosce e l’infiltra, minando il sottostante. Messo di fronte all’evidenza del cielo stellato, constata che è in alto, buio e assai grande. Al limite, detto cielo gli ricorda una giacca gravata di forfora, ma lo humour non è il tempo e pertanto non passa. Stira i muscoli facciali in una smorfia di meraviglia perché nel contesto appropriata. Distinguere gli aerei dalle stelle cadenti è facile fino alla noia.

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La tenda è un pane azzimo, si presenta disanimata dinanzi a quelli dalle regge mobili assicurate nel duro della terra isolana. La tenda disanimata è la mia. Ciao aste, incauto fu il dimenticarvi. Durò fino all’una quell’assurdo medley di canzoni da spiaggia anni ’90, che si ritraeva ogni volta che allenavo le gambe verso quella fonte sonora. La discoteca era dunque la radiolina della gelateria giù in basso? Poi piovve. Nella serie delle altre trasformazioni cui assistetti la notte del mio arrivo, vale la pena menzionare la piscina gonfiabile che era divenuta la base della tenda. Solo tre settimane prima la stessa tenda si alzava, modesta ma ospitale, in un campeggio più spartano, più a nord. A montarla si era in due. Ora non vorrei che da questa precisazione qualcuno possa trarre conseguenze simboliche. Era per inserire un po’ di diacronia nella narrazione, era per dire. (altro…)

formavera. I testi dei redattori

Paul Butler 2

Avatar

“Non c’è cosa più vicina alla superbia dell’eccesso di umiltà.”
P. ALMODÓVAR

S. è una persona bassa e insignificante, il classico personaggio in cui non puoi immedesimarti. Crede fermamente nell’individualismo e sopravvive grazie a una forma di socialità parassitaria.

S. ti spia di sbieco dalla fessura della porta, dall’angolo cieco dello specchio, dalle proiezioni più sincere della tua autocoscienza; sta lì, dove l’hai dimenticato.

S. conosce tutte le debolezze una per una e le ha assegnate alle ombre che lo seguono, di sera, lungo le strade alberate. Le ombre si allungano a nord, se ne vanno e poi ritornano. Tutte le ombre sembrano perfettamente sovrapponibili.

Sui mezzi pubblici, S. sfiora le donne con il dorso della mano.

S. è un uomo che soffre di meteorismo. La parola meteorismo gli piace, e sente che lo rappresenta appieno. Sul balcone, immagina di gonfiarsi così tanto da diventare più leggero. La pancia è dura e ovale. Il vuoto è la sua forza. Spinto da un movimento interno si solleva fino all’altezza a cui pensa. Poi sparisce nel buio.

S. appare e scompare con lo sforzo addominale di una lucciola.

Quando S. scrive a mano, l’asse y del polso funziona meglio del suo asse x.

S. ha tracciato il perimetro di un quadrato intorno a sé. Mura invisibili che si alzano virtualmente all’infinito, abbozzi di reclusione accennati appena da un gesto con la mano, dall’eclissi di uno sguardo, definiscono lo spazio mentale entro cui S. si muove: anche se volesse, non potrebbe più uscirne.

S. mente a se stesso dal giorno in cui ha imparato ad accettarsi.

(altro…)

Francesca Ippoliti, un inedito

Norimichi Hirakawa, knows, unknowns and the irreversible (2015)

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I poteri

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Sul sogno

Aspettano l’apparizione di una donna oppure di un’isola. Magari un giardino.
Si alzano in piedi, si siedono di nuovo, passeggiano, dicono cose, respirano anche. L’erba è lucidissima, l’erba è – per fortuna – artificiale: un’ idea nostra di erba.
Hanno inventato – loro – l’estate, ma l’estate è tutto.

Del sole, dicono che:
Il miele è un lavoro per api ronzanti. Ci vogliono:
ali piccole, corpo leggero, tenacia irritante, movimenti ostinati.

…dove il divano è un principio di gioia, una sponda di salvezza, l’esatto momento in cui mi addormento e divento più potente di voi.

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Sulla veglia

Io-cecità-salvezza ecc., mi ripetevo come un mantra per mettere insieme un po’ di concentrazione, di frasi finite, di sguardi che vanno dritti in un punto, senza divagare.
Mi faccio la violenza – la cura – di un’attenzione continua e opprimente. Mi dedico a qualcosa, mi piego, divento forte, perdo – cerco di stare dentro il più possibile.

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Una dinamica

E tu, proprio tu, ma forse io, devi sapere che:
ci sono solo due forme di potere – l’assenza e la vigilanza – e non potrai conciliarle, non potrai farcela, non ci riuscirò.