inediti

Federico Caruso | Inediti

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Granchi

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Granchi, crabs. Specialità del posto, qua dove sono, da clima oceanico e vento forte. C’è una baia che mi complica la grammatica, insufficiente per attribuirle dei verbi che sono già rari e che probabilmente andrebbero coniugati in persone, tempi, modi diversi da quelli che ricordo affissi sulle pareti delle aule delle medie. Infinito in –are, come questo mare che va oltre-confacendosi ai limiti del mondo fisico.
Quattro ragazzetti, vestiti stretti, hanno lasciato i genitori e sono andati a farsi i loro cazzi. In controluce al tramonto sembrano vestiti neri, come scarafaggi, mentre gli zoom dei turisti sbattono sui loro movimenti ammirevoli da esseri-pesci liberi. L’onda docile arriva sulla scivola della darsena, che li protegge per renderli adulti come genitori (i loro) seduti in mezzo a tre conversazioni: sul calcio minore, sull’invidia nascosta da critica alle colleghe e a quella non detta basata sui corpi e sul sesso.
Io, granchio, osservo le cameriere intente a sorrisi falsi. Fammi un sorriso falso, ti prego fammi un sorriso falso, ti prego incrocia per un secondo lo sguardo su quest’onda forte di ponente, sul lato non portuabile della costa di St. Ives. Come un granchio sento le mie mani sui capelli – un linguaggio autonomo – raccolti per il fritto da stamattina ma che, sfuggenti agli elastici, come quei ragazzini ai moli, cadono e le mie mani sognano un po’, come quel film sulle mani a forbice, d’accarezzare male, tagliando bellezza fritta, quei moti ondulati che giungono alla passeggiata del lungomare, spumeggiando come la limonata che ordino solo per prolungare la mia presenza in questo “RUM&CRABS”, per sfuggire alla tempesta di olezzi da fish and chips, da lobster fatto alla cubana, da polipi, come lupi di mare avvinghiano.
Cozze coltivate, risacche domate, antropizzazioni croniche dei fenomeni naturali, come i tuoi sorrisi falsi al portarmi il conto. Se mi chiamassi Federico, questo sarebbe già Amarcord. Con tipi universali di fiche, marinai, luci standard e brezze riflessive. Di soppiatto, il vicolo che sembra un retro è invece l’accesso. La fine, come l’indigestione da seafood, l’amaro in bocca o il rum in caso. Attenuarsi alle strade che in discesa portano a vedere i gabbiani sui chioschi che sfornano cornish pasties. Tutti uguali, tutti diversi.
Un breve esempio: passo da un boschetto:
Albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero, albero.
Rileggendolo da capo senza saltarli, magari si riesce a individuarne la loro singolarità.
Fai lo stesso, stai vivendo adesso, tu con:
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7,5 miliardi di volte, sono persone, sono un libro ciascuno di una collana in continuo aumento di 20 milioni di pagine a carattere Calibri 11 (interlinea 1.15).
La moltitudine di noi, come gli oceani insieme, come i fili di un prato visti al di qua delle rotaie.
La leggerezza dei loro a-tomi affolla ogni pensiero. Vorrei mi fosse almeno chiaro il mio, ma abbiamo tutti pagine scritte in corsivo da altri, scriviamo in una lingua che non basta, infatti è diversa dalla nostra e comprende infrastrutture microscopiche tessute a spiagge d’inverno.
Vado da lei, mi presento come Luca Dretti. Non esisto le dico in primis; trova questo grano tra i campi, trova l’anidride carbonica che emetto e il disastro eutropico che compio. Luca è invisibile e non parla, è una maschera bloccata, come la creta modellata a smorfia per i tipi universali di prima, va in scena in un teatro sgombro intagliato sul granitico fiasco, un revival malriuscito di un monologo recitato a sé stesso. Immagina i coglioni a leggere un libro da milioni di pagine pieno di nomi di persone, monotonicamente annunciato senza colpi di scena: [etc.] Luana Dretti, Luca Dretti, Lucia Dretti [etc.]. Esistere come moltitudine ci ha fottuto l’anima, ci rappresenta come campioni nei sondaggi nel processo di consumare le cose. Che tanto prima o poi devono, come noi, estinguersi. Come un fuoco di particelle impazzite: fumo.
Legni gravidi di legni. Triste caos, triste piangere sulla terra di palco poggiando l’unica secrezione biodegradabile a faccia a terra che non le faccia schifo. Nidi a terra e contorsioni. Luca non ha faccia, assomiglia ad un palloncino di protesi create dalla chirurgia plastica anche se a conoscerlo forse ne potresti cavare qualcosa, farci un ritratto che non abbia viso.
Ho camminato lungo il ciglio di un fiume che aveva scavato grande parte del suolo, in pratica ci stavo a strapiombo. Le parti abitate, a discapito di un autentico piccolo, avevano soffiato un palloncino azzurro che si era incastrato tra le aguzzate selci di uomini corrosi. Tirava per andare in direzione contraria alla corrente, purtroppo di venti in quel solco ne giungevano troppi, esclusi gli aliti e le grida nostre. Io non ci capivo un cazzo infatti. Pensavo al suo volere essere. Una gravità artificiosamente direi sublime, verso nubi. L’appartenenza a un bimbo a cui manca, verso la sua mano. Lo spasimo per il mare, l’eutanasia come soluzione migliore. Non avere storia, non esistere, essere diversi: farsi notare da un passante per esistere. Vanitoso azzurro, scattato: parto d’odio.
Ci riduciamo a invidia da cose pour parler, mostriamo solo nella difficoltà la nostra esistenza. Cerchiamo una luce come i rami.
Anche un tetto lo fa. Sopra quel vicolo in ingresso del pub del crab delle lampadine appannate circolavano gli spazi di un tetto pieno di mucillagine verde. L’esito di questo pullulare di raffiche saline, portava muschi a intasare le grondaie e i vetri a puntinizzare l’esterno, o l’interno – chiaramente dipende da dove guardi – guardavo e volevo guardare di più. Sentivo e sentivo più schiamazzi, più urla di gabbiani e walzer di acqua e cemento, più colleghe con le gonne, più capelli sotto la chela, più amarezza e rum invecchiati in botti di quercia, più alberi con tutto quello che li precede o consegue. Continue reading “Federico Caruso | Inediti”

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Valentina Murrocu | Inediti

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Una zanzara

Ho aperto ancora gli occhi e non
me ne stupisco stamattina ho cercato nel buio un contatto
visivo con la stanza ho esteso il dominio della forma alle
conversazioni della sera
prima all’andamento narrativo
simulato: avrei dovuto fare il medico come
da programma ho detto ripensando al cortisone
all’ossessione informe dello choc
anafilattico un quindici in prima prova non
è niente – una zanzara si apre uno spazio
tra il letto e il muro. Mi domando
di quanto differiscano uno schermarsi
permanente e un ritardo sul sentimento di
quattro forse cinque anni – la sintassi
elementare, la scatola cranica insufficiente, il nulla
senza nichilismo, i cinepanettoni – mentre sposto
la tenda con un gesto pulito quasi
geometrico e affronto la scissione: speri
che un intellettuale mi ingravidi e mi abbandoni
o mi divori il cancro l’utero come
tua madre – mi uso lo stesso cinismo
la medesima innocenza – , ma non
ti biasimo. E chiedere cosa si possa fare e
non volerlo, solo guardare il paesaggio. Continue reading “Valentina Murrocu | Inediti”

inediti

I padri e i figli

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di Pietro Cardelli

[In attesa di ripartire con un nuovo ciclo a settembre e per non lasciare soli i nostri lettori, durante la pausa estiva ripubblicheremo alcuni materiali usciti nell’ultimo anno. Questi testi di Pietro Cardelli sono stati pubblicati il 20 gennaio 2017.]

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Ekphrasis

Una motocicletta corre lungo il viale,
il cimitero da un lato, dall’altro
i cipressi di sempre. Il giovane
non ha coscienza, vive il presente.
La curva piega, lui cade, la moto scivola in terra.
L’asfalto penetra la pelle,
un’osmosi di sangue, carne e sassi. Continue reading “I padri e i figli”