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EDITORIALE: L’autore indifferente

Giulio Paolini - Il bello ideale

di Simone Burratti

“In my room, the world is beyond my understanding;
But when I walk I see that it consists of three or four hills and a cloud.”
                                                            W. Stevens

La scrittura di cui vorremmo parlare non ha niente o quasi niente in comune col suo autore, con la sua biografia e i suoi interessi, con la sua capacità di rappresentare il mondo attraverso una voce e uno stile unici, personali. Al contrario, è una scrittura radicalmente appiattita sul suo tempo, in cui l’eccezionale è sempre percepito come ennesimo, e che quindi preferisce al discontinuo l’ampio spazio di vita comune a tutti, libero dalle declinazioni di una personalità, dalla sua mediazione emotiva o intellettuale; spazio di vita inevitabilmente indifferente, avaro di vette o punte, ma anche scomodo ai fini di una retorica di se stessi, di un discorso brillantemente autoreferenziale.

Allo stesso tempo, questa scrittura vorrebbe prendere le distanze da tutte le autocensure dell’io di primo grado, che finiscono, nella maggior parte dei casi, col concentrarsi più sulla censura in sé che non sull’oggetto: scritture automatiche o procedurali, quando sfruttate con prodigalità distratta; configurazioni linguistiche speciali (poesia visiva) e investimenti totali sul significante in sfavore dell’oggetto; posizioni ostentatamente “oggettive” che rimandano poi il vero oggetto del testo a una sua connotazione o riflessione posteriore, restando vuote nella testualità autonoma. Se di tali scritture e strumenti verrà talvolta fatto uso, sarà per verificarne la tenuta, e ricavarne la contraddizione cercata; oppure per trattarli alla stregua di alternative pratiche alla composizione lineare, di strumenti, per l’appunto, volti però a un’idea di poesia che resta sempre la stessa, quella che finora abbiamo provato – riuscendoci o meno – a delineare. Continua a leggere “EDITORIALE: L’autore indifferente”

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EDITORIALE: Lirica e ricostruzione

editoriale1

di Alessandro Perrone e Marco Villa

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Cerchiamo una poesia che sappia parlare del nostro tempo e che ne sia all’altezza. E se il regime monadico tuttora imperante basta a rendere vuota e ormai comica qualsiasi rivendicazione collettiva che passi attraverso un noi ingenuo e a-problematico (tanto vago quanto falso), un centro lirico diventa allora il filtro ineludibile fra gli eventi esterni e la poesia, fra il transitorio e l’essenziale (per citare Montale via Baudelaire).

Questa posizione, fondata non su un a priori ideologico e/o di poetica, ma sulla realtà storica di cui chiunque fa quotidianamente esperienza, resta lontana da qualsiasi supervalutazione dell’io: non ignora i mutamenti intervenuti a destabilizzare ogni pretesa di soggettività salda, ma nemmeno  accoglie la rinuncia (o peggio la pregiudiziale cancellazione) ad un punto di accentramento in grado di gestire i materiali storici restituendone attraverso la propria lingua l’individuale – senz’altro limitata e provvisoria – interpretazione.

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EDITORIALE: Nuove misure per un grande stile

dan graham. two correlated rotations

di Simone Burratti

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Scegliere di mantenere una postura rigorosamente tragica, ostinarsi a inseguire ancora oggi, nei pochi modi possibili, quel grande stile che ha caratterizzato la maggiore poesia italiana del Novecento, e del quale sempre più viene messa in discussione l’affidabilità delle fondamenta, sembrerà a molti una presa di posizione epigonica e inutile, quando non addirittura reazionaria; ma, per molti altri, tra le cui schiere crediamo di porci, quella stessa scelta rappresenterà un tentativo di resistenza contro il mondo, un’alternativa anti-mimetica paziente e proiettiva; e anche, in modo più concreto, l’unico tono ammissibile per una vera traduzione dell’esistenza – esistenza che rimane, pur nella sua irrilevanza storica e sociale, essenzialmente e doverosamente alta e tragica.

E se  l’ostinazione, se la tradizione non basterà, questa volta, a giustificare se stessa e farsi carico da sola di una contemporaneità che, quando non la rigetti del tutto, la riduce a mera variabile o minima componente di un episteme definitivamente più complesso, lo sforzo di adattamento dovrà forse andare nella direzione di un’attenta e regolare consecutio temporum, e cioè registrando frammentazioni e fratture, ma al tempo stesso  resistendo a una dispersione anarchica. Continua a leggere “EDITORIALE: Nuove misure per un grande stile”