inediti

Yves Bonnefoy, Raturer outre

Barnett Newman, Fifth Station (1962)

In ricordo di Yves Bonnefoy, scomparso ieri, ripubblichiamo alcune traduzioni di Jacopo Rasmi dalla raccolta Raturer outre (Galilée, 2010) di Yves Bonnefoy. In coda una nota del traduttore.

*
*

La rivoluzione di notte

*

“Padre, non vedi che brucio?” Ma lui, no,
Lui lascia le porte sbattere, il fuoco avanza
Di corridoio in corridoio nel suo destino,
Non ci son più porte: solo fiamme.

Ed è vero: perché mai tutto questo desiderare
Ma senza potere? Aver voluto parlare
Ma senza frasi per dire? Avere rimpianti
Ma solo, senza che un altro abbia potuto capire?

L’oblio ha avvolto il poco che fu,
Mi parve che rifiutasse la speranza,
Voleva solo fuoco per i rami secchi.

Andavamo per strade, talvolta, la sera,
Rosse al loro estremo sul viale,
Ma non sapevamo nulla, non parlavamo.

*

La révolution la nuit

*

« Père, ne vois-tu pas que je brûle ? » Mais lui,
Non, il laisse les portes battre, le feu prend
De couloir en couloir dans son destin,
Il n’y a plus de portes, rien que des flammes.

Et c’est vrai : à quoi bon tant désirer
Mais sans pouvoir ? Avoir voulu parler
Mais sans phrases pour dire ? Avoir regret
Mais seul, et sans qu’un autre ait pu comprendre ?

L’oubli a recouvert le peu qu’il fut,
Il me parut qu’il disait non à l’espérance,
Ne voulait que le feu pour le bois mort.

Nous allions par des rues, parfois, le soir.
Rouge en était le bout sur l’avenue,
Mais nous ne savions rien, nous ne parlions pas.

*
*
*

Un ricordo

*

Sembrava molto anziano, quasi un bambino,
Se ne andava lentamente, la mano serrata
S’un lembo di stoffa zuppo di fango.
Gli occhi chiusi, però. Ah, creder di ricordarsi

Non è forse il peggior degli inganni,
La mano che prende la nostra per perderci?
Mi parve però che sorridesse
Già quasi inghiottito dalla notte.

Mi parve? No di certo, mi sbaglio,
Il ricordo è una voce spezzata,
Lo si sente male, anche chinandosi

E però ascoltiamo, e così a lungo
Che talora la vita passa. E la morte
Già nega ogni metafora.

*

Un souvenir

*

Il semblait très âgé, presque un enfant,
Il allait lentement, la main crispée
Sur un lambeau d´étoffe trempée de boue.
Ses yeux fermés, pourtant. Ah, n´est-ce pas

Que croire se souvenir est le pire leurre,
La main qui prend la nôtre pour nous perdre ?
Il me parut pourtant qu´il souriait
Lorsque bientôt l´enveloppa la nuit.

Il me parut ? Non, certes, je me trompe,
Le souvenir est une voix brisée,
On l´entend mal, même si on se penche.

Et pourtant on écoute, et si longtemps
Que parfois la vie passe. Et que la mort
Déjà dit non à toute métaphore.

*
*
*

Nessun dio

*

Nessun dio l’avrà voluto né saputo,
Nessuno l’ha accompagnato nella sua pena,
Un sogno, questo bambino sul viale
Che gli cammina accanto, cinto di luce.

Nessuno è morto all’ora in cui è morto,
Né gli ha stretto la mano tra le lenzuola sparse,
Nessuno avrà mai lavorato al suo fianco
Nella bottega che sostituì la vita.

Risale, nelle parole che dicono il mondo,
Il suo silenzio, che le nega, che mi chiede
D’immaginarne altre, ma non posso.

Nessuno ha posato su di lui il suo sguardo.
Ciò che avrebbe potuto essere non sarà.
La parola non salva, talora sogna.

*

Aucun dieu

*

Aucun dieu ne l´aura voulu, ni même su,
Aucun ne l´a accompagné dans sa fatigue,
Un rêve, cet enfant sur le boulevard
Qui marche près de lui, ceint de lumière.

Aucun n´est mort à l´heure où il est mort,
N´a pris sa main dans les draps en désordre,
Aucun n´aura jamais travaillé près de lui
Dans l´atelier qui remplaça la vie.

Remonte, dans les mots qui disent le monde,
Son silence, qui les dénie, qui me demande
D´en imaginer d´autres, mais je ne puis.

Personne n´a posé son regard sur lui.
Ce qui aurait pu être ne sera pas.
La parole ne sauve pas, parfois elle rêve.

*
*
*

Il pianista

*

I.

Quei tasti, ci tornava ogni mattina,
Così da quando aveva creduto
Di sentir un suono che avrebbe cambiato la vita.
Egli ascoltava, martellando il nulla.

E così partiva un sol fradicio.
La musica, nient’altro che un bagliore ormai
All’orizzonte d’un cielo sempre scuro,
Credeva che il lampo vi si raccogliesse.

Invecchiò. E il temporale lo confinò
Nella casa dai vetri ardenti.
Le sue mani sui tasti smarrirono il sogno.

È forse morto? Che si alzi, nel buio,
E schiuda la porta, ed esca. Senza sapere
Se è giorno che spunta o notte che cala.

*

II.

Una mano che si arrischia, fremente,
Nei flutti d’un’acqua chiara e scura,
La sua immagine si frantuma, si direbbe
Che non abbia più forza per tenere.

E quell’altra, in uno specchio? Si avvicina
Alla tua, che le viene incontro, le dita si toccano
Quasi, ma nel nulla di questa distanza
Si spalanca l’abisso tra essere e apparenza.

Queste dita, almeno, che scuotono corde.
Un’altra mano sale, dal fondo dei suoni,
A prenderle nelle sue, per guidarle.

Ma verso cosa? Non so se è amore
o miraggio, e solo sogno, le parole
Non hanno che acqua, specchio o suono per tentar d’essere.

*

Le pianiste

*

I.

Ce clavier, il y revenait chaque matin,
C’était ainsi depuis qu’il avait cru
Entendre un son qui eût changé la vie,
Il écoutait, martelant le néant.

Et ainsi allait-il un sol détrempé.
La musique, plus rien qu’une lueur
À l’horizon d’un ciel qui restait sombre,
Il croyait que l’éclair s’y amassait.

Il vieillit. Et l’orage l’enferma
Dans sa maison aux vitres embrasées.
Ses mains sur le clavier égarèrent son rêve.

Est-il mort ? Qu’il se lève, dans le noir,
Et entrouvre sa porte, et sorte. Ne sachant
Si c’est le jour qui point ou la nuit qui tombe.

*

II.

Une main qui se risque, désirante,
Dans les remous d’une eau soit claire soit sombre,
Son image se brise, on pourrait croire
Qu’elle n’a plus la force de retenir.

Et cette autre, dans le miroir ? Elle s’approche
De la tienne, qui vient à elle, leur doigts se touchent
Presque, mais dans le rien de cet écart
S’ouvre l’abîme entre être et apparence.

Ces doigts, au moins, qui émeuvent des cordes.
Une autre main va-t-elle, du fond des sons,
Monter les prendre dans les siens, pour les guider ?

Mais vers quoi ? Je ne sais si c’est amour
Ou mirage, et rien que du rêve, les paroles
Qui n’ont qu’eau ou miroir, ou son, pour tenter d’être.

*
***
*

Raturer outre/Cancellare oltre. Una meditazione dell’impotenza.

Per leggere questo Bonnefoy, mi pare, bisogna vivere la tacita solidarietà tra un esperimento formale ed una ricorrenza tematica. Entrambi piuttosto evidenti, il poeta gioca (il suo ossimoro) a carte scoperte: cancellare oltre.

Nel suo avant propos presenta la regola compositiva che sigilla la raccolta, il suo parti pris formel. Riscoperta (ennesima) della creatività d’una forma chiusa. Misura ultra-classica dei quattordici versi, nella fattispecie. Una censura in cui Bonnefoy trova un’inattesa ricchezza poetica. Perché dalla rinuncia alla libertà si accede ad un evento di liberazione. Quasi commosso, confessa questa potenza che monta da un’autentica (salvifica) esperienza dell’impotenza. Per sua stessa ammissione, la contingenza (metrica) permette l’intelligenza di cristalline necessità. E la poesia o è lingua al suo necessario, o non è.

Questa impotenza che si staglia, infallibile, in ciascuna delle esistenze raccontate- sotto le specie dell’impermanenza, dell’errore, dello smarrimento… C’è una galleria di figure inafferrabili nel cerchio intimo della loro precarietà ed evanescenza. E la parola nulla può cogliere, pronunciare a pieno. Reca dentro la stessa penombra notturna. Ha la stessa inquietezza di fiamma indecidibile. Un’aura di riserbo chiude ogni apparenza nel suo mistero, il suo permanente scomparire. Ma non c’è dramma alcuno. Solo una contemplazione, ovattata. E non c’è fine, né silenzio. Perché questa condanna inspiegabile alla disparizione (raturer), è un destino di sopravvivenza (outre). Ancora immagine, ancora parola.

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