Todd Portnowitz – Inediti

Pubblichiamo tre inediti di Todd Portnowitz, il primo tradotto da Pietro Cardelli, i seguenti da Chiara Bernini.

*

The Bowling Ball

*                   *Bedford-Stuyvensant, Brooklyn
*                   *June, 2020

For several months now
there’s been a bowling ball
propped against the last step of my stoop,
gold and red and black
and cracked in half—
a sight no less grotesque
than the presence of a bowling ball itself
outside a bowling alley
(or out of doors at all)—
and yet, so integral has it become
to my psychic equilibrium,
so rightly is it placed,
this misplaced object,
in the structure of my sanity
my welfare stands entirely
on this orb
like a teenager atop a soccer ball,
at soccer practice, all but egging on
his punk-ass friends to come and kick him down.

Eventually I ask my neighbor John,
“What’s with the bowling ball?”
and John, from his own stoop,
looks over and says, “Oh yeah,
that bowling ball. Forgot that’s there,”
and he nods, and I kind of chuckle,
simultaneously scandalized
and chastened by the fact that nothing’s odd
in the context of a New York City street,
not even the surgical masks
that over the past four months—
from about the time the bowling ball appeared—
have joined the registry of litter
you’re preordained to see
on any walk, at any time, in any borough.

It’s a privilege, really,
to be so omnipresent,
to join such reliable company
as the flattened plastic bottle,
the bodega coffee lid,
the losing lotto ticket,
to enter the ecosystem of the inconsiderable—
a status I won’t grant our bowling ball,
that unrolling repository,
no mere mnemonic device
but a second brain
I’ve taken on, venturously,
even with its hideous crack
like a tear in the space-time fabric
one might peer into
and glimpse a truth we’re better off without.

*

La palla da bowling

*                   *Bedford-Stuyvesant, Brooklyn
*                   *Giugno, 2020

Ormai da molti mesi
c’è una palla da bowling
appoggiata all’ultimo scalino
della mia scala d’ingresso –
d’oro e rossa e nera
e con una crepa al centro –
uno spettacolo non meno grottesco
della presenza stessa di una palla da bowling
fuori da una sala da bowling
(o proprio all’aperto) –
eppure è diventata tanto indispensabile
per il mio equilibrio psichico,
così perfetto nel suo spazio
questo oggetto fuori posto,
per l’integrità della mia sanità mentale
che l’intero peso del mio benessere
poggia su questo globo
come un ragazzino in piedi su un pallone da calcio
durante un allenamento mentre sfida
i suoi amichetti del cazzo a farlo cadere.

Alla fine ho domandato al mio vicino di casa John,
“Ma che ci fa con questa palla da bowling?”
e John, seduto sulla sua scala d’ingresso
mi ha guardato e mi ha detto, “Ah, giusto
la palla da bowling. Non ci avevo fatto caso”
e mi ha fatto un cenno, e io ho ridacchiato
contemporaneamente turbato
e oppresso dal fatto che niente è insolito
nel contesto di una strada newyorkese,
neppure le mascherine chirurgiche
che negli ultimi quattro mesi –
cioè più o meno da quando è apparsa la palla da bowling –
si sono aggiunte al registro dei rifiuti
che si è destinati a vedere
a ogni passeggiata, a ogni ora, in ogni quartiere.

È un privilegio, in realtà,
essere così onnipresente,
unirsi a una compagnia così affidabile
come la bottiglia di plastica schiacciata,
il coperchio di un caffè d’asporto,
il gratta e vinci fallito,
entrare nell’ecosistema del trascurabile –
un titolo che non assegnerò alla nostra palla da bowling,
quel ricettacolo che non rotola,
non un mero espediente mnemonico
ma un secondo cervello
che ho indossato, avventurosamente,
pure con quella sua crepa orrenda
come uno squarcio nel tessuto dello spazio-tempo
dentro cui si potrebbe spiare
e scorgere una verità di cui facciamo volentieri a meno.

*

*

From the Okahumpka Rest Stop

*                   *for Kevin Norton

You were ahead of me
in a bubble of light,
pointing to Orion and spinning,
wanting to be led back
by the thing that lost us.

Now you’re waiting tables
in Coldfoot, Alaska,
your dog tied up with the sled dogs.
The sun never sets there, you write,
and as I watch a couple crying
in the car parked next to mine,
I imagine skipping my exit,

keeping north.
They hold each other for minutes,
mourning some great or minor loss,
until a piddling rain comes
and the semi drivers give way
to a procession of giant U-turns
in the parking lot.

*

Dall’area di sosta “Okahumpka”

*                   * per Kevin Norton

Tu eri davanti a me
dentro una bolla di luce,
indicavi Orione e giravi su te stesso,
volevi che ci facesse da guida
ciò che ci aveva fatto smarrire.

Ora fai il cameriere
a Coldfoot, in Alaska,
con il tuo cane legato insieme ai cani da slitta.
Lì non tramonta mai il sole, mi scrivi,
e mentre guardo una coppia che piange
nella macchina parcheggiata accanto alla mia
penso di saltare la mia uscita,

continuare verso nord.
Si abbracciano per dei minuti,
in lutto per qualche perdita grande o minore,
finché arriva una pioggerella
e i camionisti danno il via
a una processione di enormi inversioni a U
nel parcheggio.

*

*

Culebra Cut

On the backswing
*    *clay stuck to their shovels—
*          *still they excavated mud
*    *until mud sloughed off the mountainside
and undid what they’d dug.

Cadavers left on funeral trains
*    *headed to Monkey Island,
*          *lips black with blood,
*    *the mal aria at last
out of their lungs.

An earth damn, an earth dike,
*    *a breakwater, coal smoke,
*          *steam shovel, rock drill uproar,
*    *the yardmaster on the phone
with the freight dump, the freight dump

on the phone with the yardmaster,
*    *whole sections of railroad track
*          *lifted by crane and swung;
*    *a river turned, a lake birthed,
the current made to move again:

death breeds in standing water
*    *in tin cans and earthen pots,
*          *in hoof prints and holy fonts,
*    *in a passing wagon’s rut,
abandoned boots.

*

Lo stretto di Culebra

Tirando su le braccia,
*    *l’argilla si appiccicava alle pale—
*          *ma continuarono a scavare nel fango
*    *finché il fango cascò dal versante
e disfece ciò che fecero.

I cadaveri se ne andarono sui treni funerari
*    *diretti verso l’Isola delle Scimmie,
*          *le labbra nere di sangue
*    *la mal aria finalmente
fuori dai polmoni.

Diga di terra, dicco di terra
*    *frangiflutto, fumo di carbone,
*          *escavatore a vapore, chiasso di trapano da rocce,
*    *il capostazione al telefono
con lo scarico merci, lo scarico merci

al telefono con il capostazione,
*    *sezioni intere di rotaie
*          *sollevate da gru e spostate;
*    *il corso di un fiume deviato, un lago appena nato,
la corrente fatta scorrere di nuovo:

la morte si riproduce nell’acqua stagnante,
*    *nelle lattine e nei vasi di terracotta,
*          *nelle orme di zoccolo e nelle fonti sacre,
*    *nei solchi di un carro che passa,
negli stivali abbandonati.

*

Per scaricare gli inediti in PDF: Todd Portnowitz, Inediti

*

Immagine: Claudio Chiavacci (2018)

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