pietro cardelli

I padri e i figli

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di Pietro Cardelli

[In attesa di ripartire con un nuovo ciclo a settembre e per non lasciare soli i nostri lettori, durante la pausa estiva ripubblicheremo alcuni materiali usciti nell’ultimo anno. Questi testi di Pietro Cardelli sono stati pubblicati il 20 gennaio 2017.]

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Ekphrasis

Una motocicletta corre lungo il viale,
il cimitero da un lato, dall’altro
i cipressi di sempre. Il giovane
non ha coscienza, vive il presente.
La curva piega, lui cade, la moto scivola in terra.
L’asfalto penetra la pelle,
un’osmosi di sangue, carne e sassi. (altro…)

I padri e i figli

111jean-fautrier-lignes-colorees-1961-olio-tecnica-mista-su-carta-su-tela-54-x-81-cm

di Pietro Cardelli

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Ekphrasis

Una motocicletta corre lungo il viale,
il cimitero da un lato, dall’altro
i cipressi di sempre. Il giovane
non ha coscienza, vive il presente.
La curva piega, lui cade, la moto scivola in terra.
L’asfalto penetra la pelle,
un’osmosi di sangue, carne e sassi. (altro…)

Editoriale: Una forma di resistenza

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di Pietro Cardelli e Daniele Iozzia

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Nella situazione in cui siamo ciò che ci è imposto, o meglio, l’unica via di fuga affrontabile e percepibile, è una forma di resistenza, innanzitutto resistenza non-specificata. Il noi che sta parlando (questo ci un po’ nascosto, lacerato ma sfrontato), in bilico sul bordo del (altro…)

Il nuovo ebook di formavera

È online formavera 8, l’ebook che raccoglie i materiali usciti tra settembre 2015 e luglio 2016, sfogliabile su ISSUU o scaricabile in formato PDF. Grafica e impaginazione dell’ebook sono state curate da Francesca Uguzzoni, che ringraziamo.

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Per scaricare l’ebook in PDF: formavera 8 – Massimalismo, grande opera, autore onnisciente

 

New dawn fades

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di Pietro Cardelli

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New Dawn Fades è la quinta traccia di Unknown Pleasures (1979) dei Joy Division, la canzone che chiude il lato A dell’album. Dalla sua traduzione è nata una rilettura, da questa una prosa.

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Un mutamento di velocità, una variazione di stile, un cambio di scena, senza rimpianti. Una possibilità di osservare: ammirare la distanza fino alla dispersione, quando le definizioni si offuscano e i confini costruiscono spazi meno sicuri. Ho immaginato di consustanziarmi nelle cose – un frigorifero di classe A, un pioppo lungo la statale. Era un modo di trovare un’uscita: incistarmi come un corpo estraneo ma con una volontà positiva, senza far male. Ciò che ci stringe è un senso di nausea più pacato, quotidiano, seriale del solito, una sensazione obsoleta. La tragedia è uno spazio privato, una farsa. (altro…)

Pietro Cardelli, Inediti

Ari Sigvaldason (2014)

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Consolazione

1.

Può capitare di non pensare a niente per giorni. E il tuo soffermarsi sul cibo, la politica, la poesia; la senti la sua inutilità. Questa normalità disarmante che ti piace: non opponi resistenza. Ti ascolti, ti lasci ascoltare, e capire o non capire sono solo parvenze, attimi, abitudini.

2.

Gli oggetti si toccano e vibrano, non ci sono spazi tra corpo e corpo, anche l’anima si è fatta di plastica. La tv resta accesa per inerzia e un’opinione dopo l’altra riesco anch’io a sentirmi più vivo.
Riconoscersi nell’altro non è mai stato così facile, basta un volto e una voce.

3.

Ho perso del tempo ascoltandoti, credendo che fosse l’unica azione possibile. Non ci sono riuscito; e rendersi conto di una o l’altra cosa è uno sforzo troppo grande per essere sostenuto. “Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà” – così mi dicevano, ma per loro era facile. A noi, invece, tutto è precluso. Accampiamo scuse e mai una lotta.

4.

I corpi che si sfregano non danno che segni istintivi, mentre qua intorno i vuoti si allargano, costruendo con la pioggia di fuori pozzanghere sempre più estese, difficili da valutare. Così da qua dentro ci parliamo uno sull’altro come bestie feroci, in attesa di una felicità che sia non-sentire. La grande tragedia che non giunge e si fa attendere resta l’ultima ferita.

5.

Poi, se in molti vanno, io solo, tu solo, potrò farti la mia confessione, che non è altro che una scarna richiesta. Silenzio, ascolto, dolore, come una prescrizione, una ricetta, un imperativo interiore. Oppure un gesto, la mossa che non teme conseguenze, e in questa, nella ferita che richiama, riconoscersi. Resta davvero poco delle nostre velleità. (altro…)

«Io sto qui – non posso fare altro»: una lettura di “Kamen’” di Osip Mandel’štam

Rodchenko, Chauffeur (1933)

di Pietro Cardelli

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Introduzione

Quando Kamen’ viene pubblicato per le edizioni «Akmè» nel marzo 1913 a Pietroburgo, Mandel’štam è già un personaggio affermato dell’Intelligencjia russa del tempo. Dopo aver completato gli studi in Europa, tra Parigi e Heidelberg, il poeta ebraico era infatti tornato in Russia, dove si era inserito nell’ambiente culturale simbolista. Qui frequenta la ‘Torre’ di Ivanov – sede dell’Accademia del verso di Pietroburgo –, ottiene numerosi apprezzamenti nell’ambito letterario, frequenta le serate culturali nei vari caffè della città e nel 1911, dopo aver conosciuto Gumilev e Anna Achmatova, entra a far parte della ‘Gilda dei poeti’, legandosi così alla rivista «Giperborej» e al nascente acmeismo. Le sue poesie iniziano a circolare già dal 1906, e quattro anni più tardi i primi testi inediti vengono pubblicati sulla rivista del movimento «Apollòn». Intanto il 14 maggio, a Viipuri, si era fatto battezzare da Rozén, pastore della chiesa metodista di Finlandia. (altro…)