Cosa sia la poesia: ipotesi in congiuntivo sul bolo alimentare

bodysong (2)

di Bernardo Pacini


[Questo brano è apparso sull’ultimo numero di Blare Out]


Ho sempre avuto il terrore di cominciare un discorso o un testo con il sintagma “La poesia è, e grazie al cielo anche stavolta mi è andata bene. Ma rimane il fatto che la poesia sia qualche cosa e, così costruendo la frase, mi tutelo dalle accuse di definizionismo, rifugiandomi nella natura modale del tutto soggettiva e insicura del congiuntivo.

Che cos’è la poesia se lo domandano da sempre i critici, i linguisti, i filologi/sofi, i librai e gli editori (molto meno, ultimamente). Non da molto se lo domandano i più fini antropologi del linguaggio, gli psicanalisti e certuni psichiatri tartassati da individui in crisi che si rifugiano nella versificazione “per capire se stessi”. I lettori di poesia contemporanea non esistono, e quelli che esistono è probabile siano capitati lì per caso, e che rimangano solo per non offendere. Coloro che vorrebbero essere ancora poeti ma non possono più esserlo per i motivi più disparati (patologici/nervosi, economici, familiari) si domandano cosa NON sia la poesia, e si rispondono da soli, fermo restando che solo la loro, è, o era, temporibus illis, poesia.

Sono solamente i poeti autentici che, dopo le domande di rito («Bisogna acquistare delle copie?», «È previsto il rimborso spese?»), si chiedono cosa sia la poesia, non ultima la loro. Tra le tante strade lasciate aperte dal congiuntivo io ne azzardo una che, se accettata nella sua bassissima formula metaforica, ci porti ad analizzare la poesia come se fosse… bolo alimentare.

Potremmo affermare che la poesia − pur totalmente sregolata e fuori controllo nel suo ramificarsi e riformasi fluido in stomaci e officine in molti casi impenetrabili, ma raramente artefici di oggetti compiuti o gradevoli − lirica o sperimentale che sia, ma anche orfica o post-industriale, in metrica o a verso libero, oggettivistica, di ricerca o autobiografica, ritmica o “scritta a caso”, civile o incivile, che sia, possa, con un po’ di sano cinismo, essere tutta assimilata organicamente a bolo: cibo ben masticato, imbevuto di saliva, compresso e  teoricamente digeribile.

Al netto di ogni analisi fenomenologica, la poesia parrebbe essersi vagamente resa riconoscibile e catalogabile in vari generi, esattamente come ogni alimento si distingue da un altro per il proprio apporto nutritivo, in quantità e qualità. Ma, di qualsiasi natura sia tale contributo – rimanendo nell’alveo della metafora –in fondo, la poesia rimane semplicemente bolo, masticato da dentature più o meno allenate (di latte, di narvalo, ma anche dentiere), umettato da lingue più o meno sensibili, sballottato da mascelle in modo più o meno vigoroso, deglutito da faringi più o meno raffinate: irriconoscibili i singoli alimenti ingeriti, inutile ogni tentativo di ricostruire la forma precedente del pasto.

Seguendo la traccia della metafora, possiamo, con lavoro di sintesi, riconoscere tre alimenti principali, presenti nel bolo in parti rigorosamente variabili:

1) un portato esperienziale pre-letterario / non essenziale;

2) un carattere metrico / non essenziale;

3) una qualità sonora / non essenziale.

Perché questi tre elementi non sono essenziali?

Non lo è la dimensione esperienziale perché la poesia è un fatto artistico che, alla propria origine e lungo il tracciato di formazione, confina gran parte della propria verificabilità (non verità) nel linguaggio: il resto, il pre-letterario appunto, non sempre è verificabile, e quindi non per forza è vero. Inoltre, nessun poeta ha mai inteso restituire in poesia tale e quale la propria tragica e risibile vicenda umana, nessun essere vivente ha mai preteso – per risparmiare un po’ di tempo o farsi notare a tavola − di digerire un alimento nella forma che aveva prima di ingerirlo, senza rischiare di soffocare o di rendersi ridicolo, in primis a se stesso.

È utile, ma non è essenziale, un carattere metrico, perché è probabile che esso possa essere negato o dissimulato in una sillabazione informale e in prosodie libere e anticonvenzionali, e che il risultato sia sempre e comunque valido: non esiste un solo modo di masticare, una scansione metronomica grazie alla quale il bolo risulti più o meno ricco, più o meno pastoso, più o meno “giusto”. Si può triturare il cibo lentamente o velocemente, in sincopi o in tempi pari. L’importante è masticare, perché il pasto sia digeribile. Il cibo non masticato, ingoiato a forza e non elaborato, pur passando dalla bocca, non nutre come il cibo masticato. Semmai fa risparmiare un po’ di tempo, ma troppo poco per produrre qualcos’altro di migliore.

Allo stesso modo e per gli stessi motivi, è utile ma non essenziale una qualità sonora, perché la masticazione non deve per forza avvenire rumorosamente perché il bolo si formi: si può fare anche silenziosamente, o pestando leggermente il cibo coi denti, con suono impercettibile. Inoltre, tramite forti colpi di tosse o conati di vomito, si può lasciar intendere di avere qualcosa dentro di non ben digerito e troppo urgente da dire: in gran parte dei casi, si tratta di bolo isterico, falso allarme.

Dunque qual è l’essenza di questo bolo poetico, se non il contenuto, la lingua, il ritmo o la musicalità? Forse il pacificato riposo di tutti questi elementi in un altro oggetto da essi innervato, ma del tutto nuovo? Sembrerebbe la definizione più facile e convenzionalmente accettabile.

Eppure anche un processo creativo maturo e consapevole può diventare ricetta o algoritmo: esistono prodotti poetici impastati con sapienza ed esperienza, equilibrati e riconoscibili, ma incapaci di nutrire, essendo privi (o coattamente privati) degli effetti dell’azione minuziosa della ptialina, di un quid capace di trasformare un agglomerato di elementi linguistici, esperienziali, metrici e sonori in oggetto dotato di una propria impensabile qualità − estetica e sostanziale, se non nutritiva.

Sì, perché, anche dando per buono −  per sacrosanta concessione ontologica − che tutti i tipi di poesia e tutte le poesie siano bolo, non è detto che questa montagna di cibo masticato sia tutta nutriente (“E no che non lo è, perdiana!”, mi sussurra qui accanto una voce sfrontata e affatto ragionevole). Bisogna vedere se il risultato dà origine solo alla mera, fisiologica defecazione della merda, o a qualcosa di più, un prezioso principio nutritivo che sanno individuare i lettori più voraci e gli esegeti che hanno la pazienza monacale della ruminatio.

Quale sia questo principio, e se sia interno alla poesia (controllabile in quanto meccanica) o esterno (incontrollabile, in quanto sottoposta alla grazia), io beatamente ignoro, ma penso sia necessario ribadire una questione di metodo: se il lavoro di un poeta è capace di generare nutrimento (o, altrettanto beneficamente, di indurre reale fame) non lo si capisce da quanto poco olio di palma ingerisce, da quanto spesso mangia, o facendo una lista dei ristoranti che frequenta, ma piuttosto prendendo in mano il bolo, ogni bolo, ogni oscena pappa: sezionandola, osservandola, studiandola.

Lavoro ingrato, apparentemente misero, ma unico viatico perché sia possibile un nutrimento, che sarà utile, quando ci saremo stufati di ingurgitare cibo che non sfama né affama, di inghiottire aria fingendo di mangiare per ragioni di étiquette o per far presenza, – o come i bimbi sperduti di Peter Pan, che “giocano a fare la cena”, ma i piatti sono vuoti – e di bucarci il palato con le punte vuote delle forchette di plastica.

 

Immagine tratta dalla copertina dell’album Bodysong (2003) di Jonny Greenwood.

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