Non è lavoro sul nulla: questioni pratiche sull’ispirazione – intervista ad Antonella Anedda

Giovedì 20 gennaio abbiamo aperto una nuova rubrica dedicata all’ispirazione, in particolare alle questioni pratiche connesse a ciò che usualmente definiamo con questo termine.  Quello che ci proponiamo di fare con questa rubrica è indagare la natura personale e operativa dell’ispirazione, il suo modo di declinarsi in soggetti diversi, il grado di autocoscienza in chi scrive. Abbiamo dunque invitato alcuni autori e autrici a porsi il problema, a fermarsi e a pensare se stessi nel momento della scrittura. L’introduzione alla rubrica, scritta dalla redazione, la trovate a questo link: Non è lavoro sul nulla: questioni pratiche sull’ispirazione

Intervista ad Antonella Anedda

Ad oggi, ha ancora senso parlare di ispirazione e interrogarsi sulle questioni pratiche connesse al momento immediatamente precedente alla stesura di un testo poetico? 

Non so, per me il lavoro coincide con l’ispirazione (o dovremmo chiamarla espirazione?) e viceversa. Il lavoro è la prova “dell’ispirazione”. Uso le virgolette, preferisco parlare di scrittura e basta. Non credo all’ispirazione in senso religioso.  Mi piace pensare alla poesia come una possibilità di saggiare un territorio proprio, altrui, familiare e allo stesso tempo sconosciuto, con un enigma non da risolvere ma da considerare.

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Quando e come avviene l’ispirazione? Ci sono, nel suo caso, delle situazioni spazio-temporali, delle componenti fisiologiche o delle occasioni che possono favorirla? 

Non ci sono situazione favorevoli, scrivo dove capita. Certo bisogna essere abbastanza in salute da poterlo fare concretamente, ma a parte questo non ho bisogno di nulla. Non ho riti. Forse un tempo la sigaretta ma ora non è più possibile.
Il fine del lavoro è sempre lo stesso: rendere memorabile ciò che è abituale, per me significa renderlo più reale.

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Come si conciliano l’ordine e la regola, addirittura una poetica, con qualcosa di generalmente sfuggente come l’ispirazione? 

Non sono in contrasto, anzi. Userò le parole di un cubista: Amo la regola che corregge l’emozione.

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Una volta scritto un testo, quanto sono importanti le componenti della rilettura, della rielaborazione e delle stesure successive? Parlerebbe di ispirazione per una seconda o anche successiva stesura di un testo? 

Sono importantissime. Rileggere è ri-perlustrare un testo, interrogarlo, sviscerarlo, scoprire nuove prospettive. Chi legge fa-rifa l’opera esattamente come chi “la crea”. Io rileggo a voce…abbastanza alta, non altissima. Rileggo abbastanza forte da essere sentita dalla me stessa che ha scritto.

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Col passare del tempo ha notato un’evoluzione nella sua idea di ispirazione e nel suo modo di percepirla? 

No, direi che la mia modalità di scrittura è rimasta la stessa, ma ripeto, sono sempre perplessa rispetto alla parola “ispirazione”, mi sembra in contrasto con la parola poesia, con il suo fare, il suo percepire la vita.

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Potrebbe fornire un esempio concreto del lavoro che ha svolto su un testo nato in seguito a un momento di ispirazione e che poi è stato oggetto di rielaborazione? Se sì, vorrebbe commentare le differenze presenti nelle varie stesure? 

Ogni testo che ho scritto è stato oggetto di rielaborazione. Non solo le poesie ma i saggi, perfino questa intervista. Non ne ho uno in particolare, i cassetti sono pieni di collages, testi smontati, rimontati, spesso usando forbici e colla.

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Per scaricare l’intervista: Non è lavoro sul nulla: questioni pratiche sull’ispirazione – intervista ad Antonella Anedda

Immagine: Elisabetta Biondi, Caduta, betadine e olio su tela, 40×40

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