inediti

John Ashbery, The Recital (II parte)

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traduzione di Matilde Manara

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da Three Poems (1972). Qui la prima parte.

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Va bene. Dunque il nuovo problema è lo stesso, ecco il problema: la nostra apatia può sempre rinnovarsi, traendo energia dalle circostanze di cui sono piene le nostre vite, mente le emozioni felici sbocciano una volta sola, come una pianta annuale, senza lasciare dietro di sé né radici né foglie una volta che il fiore appassisce e muore. Siamo costretti ad ammettere di vivere ancora nella stessa condizione e di non averla mai superata, neppure quando sembrava così. Beh, ma che cosa possiamo farci? Perché anche se all’idra dell’apatia spuntasse ogni giorno una nuova testa, ancor più spaventosa di quella che eravamo riusciti a tagliare, non è detto che non dovremmo lottare, usando la spada che la nostra condizione di esseri ragionevoli ci ha messo in mano. Nonostante l’obiettivo sia irraggiungibile e le teste sembrino non avere fine, saremmo costretti a combattere, sta a noi reggere l’arma ed è possibile che nello sforzo di continuare a farlo riusciremmo infine a guadagnare un passo o un vantaggio, poiché i poteri del nostro nemico, ancorché sovrumani, non sono inesauribili: in fondo, ne siamo certi, niente lo è, eccetto la capacità di tener duro che ci tiene, testa a testa, sulla vasta piana della vita. Siamo come passeri che sbattono le ali e pigolano intorno a un gatto dall’aria indifferente e furtiva; sappiamo che il gatto è più forte e tuttavia dimentichiamo di avere le ali e troppo spesso ci abbandoniamo alle sue mire, spaventati e perciò incapaci di usare le ali che avrebbero potuto sollevarci in alto anche di poco, non le leghe sconfinate che speravamo e ci aspettavamo, ma abbastanza per fare una differenza cruciale, la differenza tra la vita e la morte.
“Sembra quasi…” – quante volte queste parole ci sono state imposte mentre noi stavamo solo cercando di trovare l’espressione per dire in modo più umano la nostra difficoltà, qualcosa di più vicino a noi. E con questa formula il nostro sforzo, non avendo trovato dove posarsi, volava via di nuovo. Come se ci fosse qualcosa di criminale nel provare a capire qualcosa di questo malessere che mina la nostra salute, suscita in noi pensieri folli e comportamenti assurdi. Non riusciamo più a vivere le nostre vite come si dovrebbe. Ogni impulso positivo sembra deviato verso il suo opposto; le persone che vediamo sono come parodie di esseri umani ragionevoli. Non c’è un modello per i nostri desideri spirituali; nessun vademecum a farci segno nella luce che ci circonda. Soltanto l’urgenza di tenere tutto sotto controllo. È come la differenza tra uno che è innamorato e uno che è semplicemente “bravo a letto”: nessun residuo vivente a trasformare il nostro sforzo intero in un’immagine anche solo vagamente simile a noi. Nel frattempo tutto cospira per proteggere il tutto-come-al-solito del fondale diurno: nessuna foglia o mattone deve essere trovato fuori posto, nessun timbro deve suonare falso per non rivelare la farsa che tarla tutto il sistema, perché la muffa dietro la facciata impeccabile non diventi all’improvviso lampante e universalmente visibile, la sua vergogna reale allo sguardo di chiunque. Le apparenze devono essere salvate a ogni costo fino al Giorno del Giudizio e se possibile oltre.
Stiamo cercando di dipingere con mani mortali un paesaggio, una riproduzione fedele dello squisito e terribile scenario che si stende intorno a noi. Non si tratta più di aggiustare la luce su certe cose, per mostrarle ideali come se non fossero mai esistite, né di portarle lontano dalla luce solare per metterle sotto la luce pulita di cui le avvolge la meditazione. Giovinezza e felicità, la gloria del primo amore: tutto si vede così com’è adesso, con tutti i suoi difetti e le sue imperfezioni. Persino la poesia meravigliosa del crescere quanto basta per capire il ruolo essenziale giocato dalla fantasia nello Sturm und Drang della nostra prima maturità è rimessa nella giusta prospettiva, così da non esagerarne l’importanza nel quadro generale di vita dell’intelletto disilluso, la cui natura è viaggiare dall’illusione alla realtà e oltre, verso qualche visione apparentemente superiore, perché è questa la qualità del suo moto di flusso e riflusso e non la rilevanza con cui uno di questi momenti isolati impregna una vita del suo carattere speciale. Finché, abituati alle delusioni, ci è sembrato di trionfare sui limiti della logica e della passione cieca; il capolavoro che eravamo sul punto di realizzare era classico nel senso dei greci e al tempo stesso modellato da un ardore romantico meno l’eccentricità e questo lavoro tutt’-altro-che-finito era il riflesso della forma ideale di noi stessi come l’avremmo vissuta se avessimo avuto il dono leggere il futuro e anche l’abilità di voltarci indietro e tornare sui nostri passi. E allora, soddisfatti di questo e di noi stessi, ci siamo allontanati di qualche passo per mettere bene a fuoco.
Ogni tentativo di sommare tutto ciò che siamo è ovviamente votato al fallimento sin dall’inizio, dal momento in cui si propone di offrire un quadro veritiero, del tutto oggettivo, dal quale siano banditi l’artificio e l’astuzia: l’arte non può esistere senza conservarne almeno una traccia ed è sempre stato indubbio che questo progetto venisse eseguito in stretta conformità con le regole dell’arte – solo in questo modo poteva approssimare più da vicino la cosa da rispecchiare e illuminare e alla quale si ispirava, cercando di arrivare a un senso di rotondità, simile a quello delle forme della carne e della luce naturale, e prepararsi così a far fronte al maggior numero di contingenze che, in qualità di ausilio e strumento di conoscenza, deve saper gestire. Forse è lì che ci siamo sbagliati. Forse nessun’arte, per quanto talentuosa e sincera, può fornirci ciò che le chiediamo: non solo la rappresentazione figurata dei nostri giorni, ma la loro giustificazione, il tentativo e la sua realizzazione, così vicina alla realtà vissuta da svanire in un tuono, con un grido acuto.

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All right. Then this new problem is the same one, and that is the problem: that our apathy can always renew itself, drawing energy from the circumstances that fill our lives, but emotional happiness blooms only once, like an annual, leaving not even roots or foliage behind when its flower withers and dies. We are forced to recognize that we are still living in the same old state of affairs and that it never really went away even when it seemed to. Well, but what can we do about it? Because even though the hydra-headed monster of apathy can grow a new head each day to slash back at us with, more fearsome than the one we just succeeded in cutting off, so too nothing says that we aren’t to fight back at it, using the sword that our condition of reasoning beings has placed in our hands. Although the task seems hopeless and there is no end to the heads in sight, we are within our rights in fighting back, the weapon is ours to wield, and it is possible that by dint of continually doing so we might at length gain a slight foothold or edge, for the enemy’s powers though superhuman are not inexhaustible: we are basically certain that nothing is except the capacity for struggle that unites us, foe to foe, on the vast plain of life. We are like sparrows fluttering and jabbering around a seemingly indifferent prowling cat; we know that the cat is stronger and therefore we forget that we have wings, and too often we fall in with the cat’s plan for us, afraid and therefore unable to use the wings that could have saved us by bearing us aloft if only for a little distance, not the boundless leagues we had been hoping for and insisting on, but enough to make a crucial difference, the difference between life and death.
“It almost seems- “How often this locution has been forced on us when we were merely trying to find words for a more human expression of our difficulty, something closer to home. And with this formula our effort flies off again, having found no place to land. As though there were something criminal in trying to understand a little this uneasiness that is undermining our health, causing us to think crazy thoughts and behave erratically. We can no longer live our lives properly. Every good impulse is distorted into something like its opposite; the people we see are like parodies of reasonable human beings. There is no spiritual model for our aspirations; no vade mecum beckons in the light around us. There is only the urge to get on with it all. It is like the difference between someone who is in love and someone who is merely “good in bed”: there is no vital remnant which would transform one’s entire effort into an image somewhat resembling oneself. Meanwhile everything conspires to protect the business-as-usual attitude of the diurnal scenery-no leaf or brick must be found out of place, no timbre ring false lest the sickening fakery of the whole wormy apparatus, the dry rot behind the correct façade suddenly become glaringly and universally apparent, its shame at last real for all to see. Appearances must be kept up at whatever cost until the Day of Judgment and afterward if possible.
We are trying with mortal hands to paint a landscape which would be a faithful reproduction of the exquisite and terrible scene that stretches around us. No longer is there any question of adjusting a better light on things, to show them ideally as they may never have existed, of taking them out from under the sun to place them in the clean light that meditation surrounds them with. Youth and happiness, the glory of first love-all are viewed naturally now, with all their blemishes and imperfections. Even the wonderful poetry of growing a little older and realizing the important role fantasy played in the Sturm und Drang of our earlier maturity is placed in its proper perspective, so as not to exaggerate the importance in the general pattern of living of the disabused intellect, whose nature it is to travel from illusion to reality and on to some seemingly superior vision, it being the quality of this ebbing and flowing motion rather than the relevance of any of its isolated component moments that infuses a life with its special character. Until, accustomed to disappointments, it seemed as though we had triumphed over the limitation of logic and blindfold passion alike; the masterpiece we were on the point of achieving was classic in the sense of the Greeks and simultaneously informed by a Romantic ardor minus the eccentricity, and this all-but-terminated work was the reflection of the ideal shape of ourselves, as we might have lived had we been gifted with foreknowledge and also the ability to go back and retrace our steps. And so, pleased with it and with ourselves, we stepped back a few paces to get the proper focus.
Any reckoning of the sum total of the things we are is of course doomed to failure from the start, that is if it intends to present a true, wholly objective picture from which both artifice and artfulness are banished: no art can exist without at least traces of these, and there was never any question but that this rendering was to be made in strict conformity with the rules of art- only in this way could it approximate most closely the thing it was intended to reflect and illuminate and which was its inspiration, by achieving the rounded feeling almost of the forms of flesh and the light of nature, and being thus equipped for the maximum number of contingencies which, in its capacity as an aid and tool for understanding, it must know how to deal with. Perhaps this was where we made our mistake. Perhaps no art, however gifted and well-intentioned, can supply what we were demanding of it: not only the figured representation of our days but the justification of them, the reckoning and its application, so close to the reality being lived that it vanishes suddenly in a thunderclap, with a loud cry.

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Immagine: Edward Burtynsky, Salt Pan #21, Little Rann of Kutch, Gujarat, 2016

2016

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