inediti

John Ashbery, The Recital (I parte)

edward-burtynsky-salt-pan-18-little-rann-of-kutch-gujarat

traduzione di Matilde Manara

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da Three poems (1972)

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Va bene. Il problema è che non c’è un nuovo problema. Deve solo svegliarsi dal sonno dell’esser parte di qualche altro vecchio problema ed ecco che la sua nuova esistenza problematica avrà inizio, trascinandolo avanti in situazioni che non può affrontare, visto che nessuno lo riconosce e nemmeno lui riconosce se stesso o sa cosa egli sia. È come, all’inizio di una bella giornata, quando tutti gli uccelli cantano tra gli alberi, coglierne la gioia e l’entusiasmo mentre si dispiega, eppure anche il corso di ogni giorno, buono o cattivo, porta con sé difficoltà di ogni tipo, che avrebbero dovuto essere previste ma non lo sono state, cosicché alla fine sembra siano loro a soffocarlo, nella maestosità del tramonto o semplicemente in un’inerzia che si ispessisce poco a poco fino ad affondare in una piatta e amara oscurità. Perché? Perché non un decimo né un centesimo delle deliziose possibilità cantate all’alba dagli uccelli potrà realizzarsi nel corso di una sola giornata, non importa quanto straordinaria si riveli. E questo porta inevitabilmente a dei rimproveri, immeritati intendiamoci, dato che siamo tutti come bambini imbronciati perché non possono avere la luna; e ben presto l’insensatezza di queste richieste viene dimenticata e sommersa da un’onda di malinconia di cui è l’unico responsabile. Alla fine sappiamo solo di essere infelici, ma non possiamo dire perché. Dimentichiamo di dover dare la colpa alla nostra stessa immaturità.
Che questo sia vero è assolutamente fuori discussione. Ma dovremmo guardare un po’ più a fondo nella natura di quell’immaturità per capire da dove viene e come – e se – la possiamo sradicare. E quando iniziamo a esaminarla, di parte come siamo, ci sembra di non esserne del tutto responsabili. Tutti o quasi tutti noi hanno avuto un’infanzia infelice; più avanti negli anni abbiamo cercato di rimettere a posto le cose e una volta entrati nella vita adulta è stato un sollievo, per un attimo, vedere che tutto andava bene: eravamo finalmente usciti da quel lungo tunnel soffocante e tornati all’aria aperta. Non potevamo ancora veder bene a causa del passaggio repentino dall’oscurità alla luce, ma cominciavamo a distinguere le cose. Ci siamo imbarcati in una serie di relazioni adulte dalle quali la virulenza e la malignità dell’infanzia erano assenti, o così sembrava: niente più nascondersi tra i cespugli per spiare di nascosto gli altri; niente più crisi di gelosia o la repressione di un amore non corrisposto e irrealizzabile. O quantomeno queste cose si rimettevano nella giusta prospettiva col passare di altre in primo piano; nuovi sentimenti ormai troppo complicati per avere un nome o essere indagati da vicino, ma nei quali l’urgenza spasmodica e quella mancanza di sfumature propria dell’infanzia non giocavano, per fortuna, alcun ruolo. È stato un piacere elencare tutte le cose che la nostra maturità ci aveva aperto davanti nel mondo nuovo, inestinguibile nei piaceri e nelle occupazioni feconde come una sorta di Eden più terra a terra, dal quale le gioie dell’utopia come i tormenti di quell’immaginario di una volta erano stati banditi da una divinità più ragionevole.
Ma col trascorrere dei giorni e degli anni si è reso chiaro che dare un nome a tutte le nuove cose che adesso ci appartenevano era ormai la nostra principale attività; che quel poco di tempo per assaporarle appena e goderne era finito e che persino queste semplici, tangibili esperienze erano soggette alla descrizione e all’enumerazione, o sarebbero anch’esse divenute fuggevoli e transitorie come il canto di un uccello emesso una volta sola e poi scomparso nell’accumulo di ricordi vaghi tra i quali appassisce come un fiore messo a seccare, triste parodia di se stesso. Nel frattempo tutte le nostre energie vengono assorbite dal compito di riportare in vita quei ricordi, farli tornare reali, come se vivere di nuovo fosse l’unica realtà; e la varietà enorme delle situazioni da affrontare comincia a sommergere i nostri sforzi. È chiaro ormai che non possiamo interpretare ogni cosa, dobbiamo essere selettivi e così la storia che raccontiamo comincia poco a poco a lasciare la realtà dietro di sé. Non è più tanto la nostra descrizione del modo in cui le cose ci accadono, quanto piuttosto la nostra sinfonia privata, intonata su una landa disabitata, e noi non possiamo smettere di cantare, ciò significherebbe rifugiarsi in questa morte che è l’infanzia, in una misera accondiscendenza e vivere inerte tutto ciò che preme su di noi, in breve, una morte vivente; dobbiamo dar segno di apprezzare il mondo che si muove attorno a noi, ma è la nostra canzone a guidarci adesso, sempre più avanti su quella landa e lontano dai simulacri familiari che in principio l’hanno ispirata. Avanti, avanti, nell’oscurità che si addensa – non esistono rimedi? Come se una giornata cominciata magnificamente nella fiammata di un’altra aurora fosse stata trasfigurata da una qualche sottile alterazione della luce capace di farti gelare il sangue, o come se la vista di un lontano fiocco sottile di cirro ritirato nello spazio potesse alterare tutto ciò che hai provato, gettandoti indietro di anni e anni, in un altro mondo in cui il fragile ricordo di un cambiamento inesorabile era anche legge, come accade qui oggi. Adesso conosci il rimpianto di continuare a fare qualcosa a cui non puoi dare un nome, di produrre automaticamente, come un albero di mele produce mele, questa cosa a cui non si può dar nome. E continui ad avanzare fischiettando, ma il tuo cuore batte all’impazzata. […]

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All right. The problem is that there is no new problem. It must awaken from the sleep of being part of some other, old problem, and by that time its new problematical existence will have already begun, carrying it forward into situations with which it cannot cope, since no one recognizes it and it does not even recognize itself yet, or know what it is. It is like the beginning of a beautiful day, with all the birds singing in the trees, reading their joy and excitement into its record as it progresses, and yet the progress of any day, good or bad, brings with it all kind of difficulties that should have been foreseen but never are, so that it finally seems as though they are what stifles it, in the majesty of a sunset or merely in gradual dullness that gets dimmer and dimmer until it finally sinks into flat, sour darkness. Why is this? Because not one-tenth or event one-hundredth of the ravishing possibilities the birds sing about at dawn could ever be realized in the course of a single day, no matter how crammed with fortunate events it might turn out to be. And this brings on inevitable reproaches, unmerited of course, for we are all like children sulking because they cannot have the moon; and very soon the unreasonableness of these demands is forgotten and overwhelmed in a wave of melancholy of which it is the sole cause. Finally we know only that we are unhappy but we cannot tell why. We forget that it is our own childishness that is to blame.
That this is true is of course beyond argument. But we ought to look into the nature of that childishness a little more, try to figure out where it came from and how, if at all, we can uproot it. And when we first start to examine it, biased as we are, it seems as though we are not entirely to blame. We have all or most of us had unhappy childhoods; later on we tried to patch things up and as we entered the years of adulthood it was a relief, for a while, that everything was succeeding; we had finally left that long suffocating tunnel and emerged into an open place. We could not yet see very well due to the abrupt change from darkness to daylight, but we were beginning to make out things. We embarked on a series of adult relationships from which the sting and malignancy of childhood were absent, or so it seemed: no more hiding behind bushes to get a secret glimpse of the others; no more unspeakable rages of jealousy or the suffocation of unrequited and unrealizable love. Or at least these things retreated into their proper perspective as new things advanced into the foreground: new feelings as yet too complex to be named or closely inspected, but in which the breathless urgency of those black-and-white situations of childhood happily played no part. It became a delight to enumerate all the things in the new world our maturity had opened up for us, as inexhaustible in pleasures and fertile pursuits as some more down-to-earth Eden, from which the utopian joys as well as the torments of that older fantasy-world had been banished by a more reasonable deity.
But as the days and years sped by it became apparent that the naming of all the new things we now possessed had become our chief occupation; that very little time for the mere tasting and having of them was left over, and that even these simple, tangible experiences were themselves subject to description and enumeration, or else they too became fleeting and transient as the song of a bird that is uttered only once and disappears into the backlog of vague memories where it becomes as dried, pressed flower, a wistful parody of itself. Meanwhile all our energies are being absorbed by the task of trying to revive those memories, make them real, as if to live again were the only reality; and the overwhelming variety of the situations we have to deal with begins to submerge our effort. It becomes plain that we cannot interpret everything, we must be selective, and so the tale we are telling begins little by little to leave reality behind. It is no longer so much our description of the way things happen to us as our private song, sung in the wilderness, nor can we leave of singing, for that would be to retreat to the death of childhood, to the mere acceptance and dull living of all that is thrust upon us, a living death in a word; we must register our appraisal of the moving world that is around us, but our song is leading us on now, farther and farther into that wilderness and away from the shrouded but familiar forms that were its first inspiration. On and on into the gathering darkness- is there no remedy for this? It is as though a day which had begun brilliantly in the blaze of a new sunrise had become transfixed as a certain subtle change in the light can cast a chill over your heart, or the sight of a distant thin ribbon of cirrus ebbing into space can alter everything you have been feeling, dropping you back years and years into another world in which its fragile reminder of inexorable change was also the law, as it is here today. You know the sorrow of continually doing something that you cannot name, of producing automatically as an apple tree produces apples this thing there is no name for. And you continue to hum as you move forward, but your heart is pounding. […]

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Immagine: Edward Burtynsky, Salt Pan #18, Little Rann of Kutch, Gujarat2016

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