inediti

John Ashbery, The Recital (ultima parte)

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traduzione di Matilde Manara

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da Three Poems (1972). Qui la seconda parte, qui la prima.
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I giorni volano via; non finiscono. Di notte la pioggia bersagliava il pianeta buio. Di mattina tutto era avvolto da falsi sorrisi e adulazione, ma la luce del giorno era uscita dal giorno e lo sapeva. Tutti i pini sembravano morire per un fungo misterioso. Non c’era nessuno di cui prendersi cura. Il cielo era ancora di quel blu stucchevole e nauseante, con il magro fiocco di cirro sul punto di sparire e materializzarsi su altre terre sconosciute, lontano da qui. Se soltanto, ci si diceva, se soltanto avessimo preso il coraggio delle nostre convinzioni invece di finire così, ma “gatto scottato teme l’acqua fredda”; avanziamo sulla nostra strada bisbigliando formule idiote per farci coraggio, rendendoci conto troppo tardi che d’improvviso il paesaggio non ha più senso; non solo hai fatto cattivo uso di certi precetti non destinati alla situazione in cui ti trovi, che è sempre una nuova e non può essere decodificata con l’aiuto di un corpus di principi morali prestabiliti, ma c’è persino da dubitare della nostra stessa esistenza. Perché, dopo tutto, non siamo stati distrutti dalla conflagrazione nel momento in cui le nostre vite, la reale e l’immaginaria, hanno coinciso, se non perché non abbiamo mai avuto un’esistenza separata oltre quella di questi due concetti statici e estremamente artificiali la cui fusione è stata comunque causa della morte e della distruzione non solo di noi stessi, ma del mondo intorno a noi? Ma forse la spiegazione sta proprio qui: ciò a cui stavamo assistendo non era che il rovescio dell’avvento di una beatitudine cosmica per tutti tranne noi, ciechi perché stava accadendo dentro di noi. Nel frattempo la vita è sicuramente cambiata in meglio per chiunque là fuori. Loro sono immersi nella luce di questa sconfinata sorpresa come nella luce di un sole nuovo che emana solo raggi caldi e non corrosivi; guardano a questo miracoloso cambiamento come si guarda alla bellezza accecante di un giorno d’autunno e dimenticano il cieco in mezzo a loro, per cui questo è un giorno come un altro, di modo che la sua bellezza non può dirsi universalmente valida, ma deve restare dubbia.
Questa singola fonte di tanto piacere e dolore è di conseguenza qualcosa su cui è impossibile smettere di interrogarsi. Da un lato, una tale felicità illimitata per molti; dall’altro così tanto dolore concentrato nel cuore di uno solo. Ed è vero, ciascuno di noi è tanto questa moltitudine quanto quell’individuo isolato; avvertiamo energia e bellezza altrui come una miracolosa manna dal cielo; al tempo stesso i nostri occhi sono rivolti all’oscurità e al vuoto interno. Tutte le tracce di come siamo arrivati qui sono state cancellate e così non c’è possibilità di tornare indietro a un livello umano più primitivo: la dicotomia spirituale esiste una volta per tutte, come la mente della creazione è senza inizio né fine. E la prova è che non possiamo nemmeno immaginare un altro modo d’essere. Siamo bloccati qui per l’eternità e non siamo neppure consapevoli di essere bloccati, tanto il nostro dilemma ci sembra naturale e persino normale. A Prometeo, incatenato alla rupe per l’eternità e visitato ogni giorno da un’aquila, la sua condizione deve essere sembrata analoga. Una volta eravamo sorpresi, tanto tempo fa; e adesso non possiamo più essere sorpresi.
Cos’è per te allora, questo presente incalzante che ti disorienta e ti circonda nel suo lento abbraccio, sembra sempre sul punto di allentarsi e tuttavia ostinato resiste, attirando te, spettatore reticente deciso a fermarsi per un momento soltanto, nella sfera delle sue attività solenni e improvvisamente così vaste, su una nuova scala rispetto a quella di prima, non lasciandoti nemmeno il tempo o il desiderio di sbrogliarlo? Si presenta sempre come il punto di svolta, il ponte che collega la prudenza a “una capacità timorosa”, nel verso di Wordsworth, ma un attimo dopo il ponte è un Ponte dei Sospiri che riporta alle stanche regioni da cui proviene. Ogni giorno sembra essere stato predisposto così. Il movimento è quello maestoso e lento di una barca che attraversa un porto, sicura del suo successo e tenuta in alto sulle onde dalla sua stessa dignità, un simbolo di attività paziente e fruttuosa, ma il viaggio termina sempre su un registro nuovo, anche se nel punto prestabilito; si è aggiunta una nota a distruggere tutta la trama e il senso delle cose così com’erano intese una volta. Il giorno termina nell’oscurità del sonno.
Perciò a partire da oggi, una giornata tutto sommato fresca nonostante la presenza ingannevole del sole sulle cose, deve essere davvero giunto il momento in cui tutto cambia in meglio o peggio, sarebbe bene esaminarlo, vedere quel che succede quando le distese lontane del sonno vengono indefinitamente rimandate. Non è più faccenda che le riguardi. Ciò che conta è come troverai la tua strada per districare questo nuovo nodo venuto al pettine. La risposta sarà un altro rinvio, prolungato oltre la fine del tempo e travestito ancora una volta da vita attiva condotta con intelligenza? O sarà una rottura definitiva con il passato, il no della morte che ti costringe in uno spazio stretto come una cella o un sì le cui vibrazioni non puoi neppure registrare o immaginare?
Mentre pensavo a queste cose, il crepuscolo ha cominciato a invadere la mia stanza. Presto i contorni delle cose si sono fatti confusi e io ho continuato a pensare seguendo linee ben definite come una reliquia del passato. Davvero non c’era niente di nuovo sotto il sole? O era questa novità- l’abilità di riprendere questi scampoli di enigmi e giocarci finché qualcosa come una soluzione non viene fuori solo per affievolirsi e scomparire come un fuoco fatuo, uno spettro irriverente della realtà di cui era l’imitazione tanto convincente? No, ma questa volta qualcosa di reale sembrava sussistere – un residuo di luce più solida mentre le ombre continuavano ad accumularsi. All’inizio sembrava fatto a malapena di brandelli e frammenti delle vecchie, smunte situazioni, arrangiate forse per impersonare pallidamente modernità e fecondità. Poi è divenuto chiaro: alcuni nuovi elementi erano stati incorporati, anche se forse non abbastanza da cambiare davvero i fatti. Infine – le loro proporzioni restavano le stesse- qualcosa come una luce diversa ha cominciato a sorgere e a essere percepita, proprio come i primi bagliori del giorno vengono spesso scambiati per una “falsa alba” e uno aspetta a lungo di vederli sparire prima di convincersi gradualmente della loro autorità, anche quando è divenuto ovvio da un po’, così questi tremori hanno acquisito la solidità, la robustezza di un oggetto. E a quel punto ogni altra cosa se n’era già andata, o si era ritirata ai margini ormai sconosciuti di quelle cose effimere che una volta sembravano essere la vera struttura, le assi e le travi che delimitano la situazione ambigua di cui eravamo venuti a conoscenza e che persino eravamo giunti a tollerare, se non ad amare.
Lo scopo era la sintesi di elementi molti semplici in una relazione nuova e forte, in opposizione alla relazione vecchia e debole. Perché questo non è stato possibile nei primi giorni di sperimentazione, di vivere squallido e desolato che sembrava non portare da nessuna parte e non poteva essere meno importante? Probabilmente perché non abbastanza di ciò che lo costituiva aveva preso quell’aspetto di logora familiarità, come sassi lavti e rilavati dal mare, che ha reso possibile per il vecchio mescolarsi indisturbato con il nuovo in un’unione troppo sottile per produrre ogni commento e vanificare per sempre il suo intento. Ma era già difficile distinguere i nuovi elementi dal vecchio, tanto calcolata e disinvolta era la fusione, la collaborazione era l’unico elemento adesso e addirittura stava svanendo rapidamente dalla memoria, assimilata perfettamente dai passanti e dal décor che in altri tempi avrebbero occupato tutto il panorama e che adesso diventavano trasparenti come la sostanza che li stava riportando alla vita.
Una vasta umidità come di mare e aria combinati, una sola, liscia, anonima matrice senza superficie o profondità era il prodotto di questi nuovi cambiamenti. Non importava più molto che le preghiere fossero esaudite con eventi concreti o che l’oracolo desse una risposta convincente, poiché non vi era più nessuno di cui prendersi cura nel vecchio senso della cura. C’erano nuove persone a guardare e aspettare, coniugando in questo modo la distanza e il vuoto, trasformando la desolazione appena percettibile in qualcosa di intimo e insieme di nobile. La rappresentazione era finita, il pubblico defluiva; l’applauso echeggiava ancora nella sala vuota. Ma l’idea dello spettacolo come qualcosa che dovesse essere recitato e assorbito era rimasta nell’aria molto a lungo dopo che l’ultimo spettatore era tornato a casa a dormire.
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The days fly by; they do not cease. By night rain pelted the dark planet; in the morning all was wreathed in false smiles and admiration, but the daylight had gone out of the day and it knew it. All the pine trees seemed to be dying of a mysterious blight. There was no one to care. The sky was still that nauseatingly cloying shade of blue, with the thin ribbon of cirrus about to disappear and materialize over other, alien lands, far from here. If only, one thought, one had begun by having the courage of one’s convictions instead of finishing this way, but “once burned, twice shy”; one proceeds along one’s path murmuring idiotic formulas like this to give oneself courage, noticing too late that the landscape isn’t making sense any more; it is not merely that you have misapplied certain precepts not meant for the situation in which you find yourself, which is always a new one that cannot be decoded with reference to an existing corpus of moral principles, but there is even a doubt as to our own existence. Why, after all, were we not destroyed in the conflagration of the moment our real and imaginary lives coincided, unless it was because we never had a separate existence beyond that of those two static and highly artificial concepts whose fusion was nevertheless the cause of death and destruction not only for ourselves but in the world around us? But perhaps the explanation lies precisely here: what we were witnessing was merely the reverse side of an event of cosmic place inside us. Meanwhile the shape of life has changed definitively for the better for everyone on the outside. They are bathed in the light of this tremendous surprise as in the light of a new sun from which only healing and not corrosive rays emanate; they comment on the miraculous change as people comment on the dazzling beauty of a day in early autumn, forgetting that for the blind man in their midst it is a day like any other, so that its beauty cannot be said to have universal validity but must remain fundamentally in doubt.
This single source of so much pleasure and pain is therefore a thing that one can never cease wondering upon. On the one hand, such boundless happiness for so many; on the other so much pain concentrated in the heart of one. And it is true that each of us is this multitude as well as that isolated individual; we experience the energy and beauty of the others as a miraculous manna from heaven; at the same time our eyes are turned inward to the darkness and emptiness within. All records of how we came here have been effaced, so there is no chance of working backward to some more primitive human level: the spiritual dichotomy exists once and for all time, like the mind of creation, which has neither beginning nor end. And the proof of this is that we cannot even imagine another way of being. We are stuck here for eternity and we are not even aware that we are stuck, so natural and even normal does our quandary seems. The situation of Prometheus, bound to the crags for endless ages and visited daily by an eagle, must have seemed so to hum. We were surprised once, long ago; and now we can never be surprised again.
What is it for you then, the insistent now that baffles and surrounds you in its loose-knit embrace that always seems to be falling away and yet remains behind, stubbornly drawing you, the unwilling spectator who had thought to stop only just for a moment, into the sphere of its solemn and suddenly utterly vast activities, on a new scale, as it were, that you have neither the time nor the wish to unravel? It always presents itself as the turning point, the bridge leading from prudence to “a timorous capacity” in Wordsworth’s phrase, but the bridge is a Bridge of Sighs the next moment, leading back into the tired regions from whence it sprang. It seems as though every day is arranged this way. The movement is the majestic plodding one of a boat crossing a harbor, certain of its goal and upheld by its own dignity on the waves, a symbol of patient, fruitful activity, but the voyage always ends in a new key, although at the appointed place; a note has been added that destroys the whole fabric and the sense of the old as it was intended. The day ends in the darkness of sleep.
Therefore since today, a day that is really quite cool despite the deceptive appearance of the sunlight on things, is to really be the point when everything changes for better or for worse, it might be good to examine it, see how far it goes, since the far reaches of sleep are to be delayed indefinitely. It is not even a question of them any more. What matters is how you are going to figure your way out of this new problem which has again come home to roost. Will the answer be another delay, prolonged beyond the end of time, and disguised once again as an active life intelligently pursued? Or is it to be a definite break with the past-either the no of death shutting you up in a small cell-like space or a yes whose vibrations you cannot even begin to qualify or imagine?
As I thought about these things dusk began to invade my room. Soon the outlines of things began to grow blurred and I continued to think along well-rehearsed line like something out of the past. Was there really nothing new under the sun? or was this novelty-the ability to take up these tattered enigmas again and play with them until something like a solution emerged from them, only to grow dim at once and fade like an ignis fatuus, a specter mocking the very reality it had so convincingly assumed? No, but this time something real did seem to be left over- some more solid remnant of the light as the shadows continued to pile up. At first it seemed to be made merely of bits and pieces of the old, haggard situations, rearranged perhaps to give a wan impersonation of modernity and fecundity. Then it became apparent that certain new elements had been incorporated, though perhaps not enough of them to change matters very much. Finally-these proportions remaining the same- something like a different light began to dawn, to make itself felt: just as the first glimmers of day are often mistaken for a “false dawn”, and one waits a long time to see whether they will go away before gradually becoming convinced of their authority, even after it has been obvious for some time, so these tremors slowly took on the solidity, the robustness of an object. And by that time everything else had gone away, or retreated so far into the sidelines that one was no longer conscious of those ephemera that had once seemed the very structure, the beams and girders defining the limits of the ambiguous situation one had come to know and even to tolerate, if not to love.
The point was the synthesis of very simple elements in a new and strong, as opposed to old and weak, relation to one another. Why hadn’t this been possible in the earlier days of experimentation, of bleak, barren living that didn’t seem to be leading anywhere and it couldn’t have mattered less? Probably because not enough of what made it up had taken on that look of worn familiarity, like pebbles polished over and over again by the sea, that made it possible for the old to blend inconspicuously with the new in a union too subtle to cause any comment that would have shattered its purpose forever. But already it was hard to distinguish the new elements form the old, so calculated and easygoing was the fusion, the partnership that was the only element now, and which was even now fading rapidly from memory, so perfect was its assimilation by the bystanders and décor that in other times would have filled up the view, and that now were becoming as transparent as the substance that was giving them back to life.
A vast wetness as of sea and air combined, a singles smooth, anonymous matrix without surface or depth was the product of these new changes. It no longer mattered very much whether prayers were answered with concrete events or the oracle gave a convincing reply, for there was no longer anyone to care in the old sense of caring. There were new people watching and waiting, conjugating in this way the distance and emptiness, transforming the scarcely noticeable bleakness into something both intimate and noble. The performance had ended, the audience streamed out; the applause still echoed in the empty hall. But the idea of the spectacle as something to be acted out and absorbed still hung in the air long after the last spectator had gone home to sleep.

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Immagine: Edward Burtynsky, Salt Pan #20, Little Rann of Kutch, Gujarat2016

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