Cesare Pavese, Mito

Cesare Pavese

Pubblichiamo una poesia dalla seconda edizione di Lavorare stanca (Einaudi, Torino 1946; 1998, p. 99), con una lettura di Alessandro Perrone.

*

*

Mito

*

***Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio il fragore del sole
fatto sangue. Ѐ mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.

*                                            *Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

[ottobre 1935]

*

***

*

Nel cuore di Lavorare stanca, dopo e prima di ogni altro racconto possibile, battono i versi di Mito, che riecheggiano in tutte le poesie del libro. Due occhi si contendono lo sguardo sul mondo tra questi versi, quello dell’infanzia/giovinezza e quello dell’adultità, uniti dalla rassegnazione come rito di passaggio. Due occhi contrapposti come stadi psicologici in successione, ma cardinalmente presenti in un luogo testuale senza tempo perché edificato nel ricordo e che proietta la sua scoperta all’infinito («Verrà il giorno…»).

In questo luogo fa da padrona la rassegnazione che accompagna tutto il libro, un senso d’impotenza al riscatto presente già nel titolo di questa poesia, nella circolarità di un tempo che quel dio non può rompere, vivendo di quello. Lo sguardo dell’adulto quindi sembrerebbe vivere della sola presa di consapevolezza dello stato di cose che genera impotenza all’azione e rimpianto per un’età in cui tutto era possibile. Forse però questa rassegnazione non è disperazione. Consideriamo innanzitutto che quel bambino si è fatto uomo. Dalla sovrapposizione di sguardi nel ricordo, e dall’esperienza, l’occhio dell’adulto eredita il sorriso del dio, dell’incomprensibilità per i problemi e per le contraddizioni umane (cfr. R. Gigliucci, Cesare Pavese, Mondadori, Milano 2001). Quest’uomo adesso sa, e anche per questo sorride; e mitico non è solo il mondo come vissuto nell’infanzia, ma anche l’elemento irrazionale combattuto da Pavese nello studiarlo ossessivamente: mito è la fissità della condizione umana (declinata diversamente dai tempi) che quel ragazzo adesso comprende, rassegnandosi, e quindi diventando adulto.

Da questo sguardo rassegnato all’immutabilità potrebbero venire disciplina, ozio, morte, rivolta, ma anche possibilità di politica. E infatti un dio non può cambiare la Storia, un ragazzo che vibra delle cose e dei loro segni non sa ancora ordinarle nella memoria e disporle in un progetto di futuro. La rassegnazione che ci consegna il libro, quella che interessa a noi oggi, non sarà allora la disperazione, o l’accidia, ma l’accettazione serena come preliminare indispensabile a un buon agire politico. La fissità della condizione umana che Pavese ci chiede di studiare è soprattutto fuori da Lavorare stanca, nel mondo in cui oggi si declina. Gli strumenti che ci mette a disposizione vengono dal suo ritmo: leggere e rileggere Lavorare stanca significherà allora accelerare un’acquisizione importante, dando modo al primo evento traumatico che passi per la nostra vita di consegnarcela: la consapevolezza della malinconia dell’esistenza. Leggere e rileggere Lavorare stanca significa imparare a decodificare il mondo con il ritmo di Pavese per quel tanto che basti ad assumere quel sorriso, a convincersi dello scacco, ad acquisire la certezza incrollabile che alcune cose non possono mutare, di modo che conoscendo la nostra parte di fissità, e la nostra circostanza, non sprecheremo vite e opere puntando a rivoltare l’immutabile, ma studiando quali spazi abbiamo a nostra disposizione per cambiare la Storia, senza distrarci a rincorrere gli altri. L’accettazione serena sarà allora il primo pensiero per un uomo-dio ripulito, pronto a muovere il mondo.

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