antonio prete

Della parola poetica. Dieci frammenti

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di Antonio Prete

[Il testo è presente nel numero in uscita di “Anterem“. La Redazione di formavera ringrazia l’Autore per la concessione dei frammenti.]

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Nella parola che diciamo poetica la lingua fa esperienza del suo estremo. L’invisibile prende la luce dell’apparire. (altro…)

L’altra lingua

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di Antonio Prete

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Questo saggio è tratto da Frammenti sull’arte poetica, in A. Prete, Il demone dell’analogia, Feltrinelli, Milano 1986, pp. 122-124.

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Di quali suoni e di quali sensi è tessuta quell’altra lingua che la lingua della poesia custodisce, sotto le sue parole e nei silenzi che le dividono, come perduta terra dell’Atlantide, o come sogno d’una redenzione dalla lingua stessa, dai suoi poteri e dai suoi limiti? (altro…)

Conversazione con Umberto Fiori (terza parte)

POLAROID FIORI CASE 2

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Qui è possibile leggere la prima e la seconda parte della conversazione con Umberto Fiori.

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Burratti: Questo è bello anche perché una cosa che mi piace molto della tua poesia è il fatto che pur dicendo di cose assolutamente quotidiane c’è un livello di astrazione che è molto alto. Nel senso “da astrarre”. Infatti mi sembra strano che non ti piaccia troppo Stevens, perché Stevens ha questa stessa cosa. Come tu hai gli esempi lui usa gli aneddoti, benché rimanga meno attaccato alla realtà.

Fiori: Stevens però è molto cervellotico anche, in certe cose. È molto esplicitamente filosofico e anche oscuro.

Antonio Prete: Lui vuole ragionare, ragionare sulla poesia…

Fiori: …esatto, lui vuole ragionare molto sulla poesia, c’è anche questa metapoesia, che a me interessa un po’ meno…

Prete: Volevo chiederti una cosa. Certo… tu hai detto del rapporto che hai con alcune figure eccetera. Chi legge una poesia o un libro di poesia a sua volta si costruisce delle relazioni che non sempre coincidono con quelle relazioni che invece ha in mente l’autore. A volte ci sono delle corrispondenze, altre volte no. Io pensando ai tuoi “tableaux milanesi” penso a delle figure di poeti di una generazione precedente alla mia e tanto più alla tua, e cioè, con le differenze dovute, penso a Giancarlo Majorino, a Tiziano Rossi e a Franco Loi. Diversi fra di loro e diversi da te, ma questo quadrilatero ha delle caratteristiche particolari. Partendo da Majorino, in lui c’è questa presenza forte di noi e gli altri – specialmente nel Majorino di fine anni Sessanta, inizio anni Settanta, come in Lotte secondarie, più che nell’ultimo poematico, discorsivo, narrativo – e ci sono anche alcune cose dalle quali poi tu giustamente ti distacchi: il gioco linguistico, lo humor, quell’ossessione di essere “divertente” pur rimanendo nella metafisica. Il rapporto della tua poesia con quella di Majorino sarebbe da ricostruire, da discutere, secondo me.

Fiori: Anche lui è una persona che ho frequentato per diverso tempo e con cui ancora adesso mi vedo…

Prete: Poi Tiziano Rossi, anche nelle sue ultime cose, con queste figure, questi individui della città, gente di corsa… In lui però c’è sul fondo un enigma: tutte queste figure, queste apparizioni, questi dialoghi, questi personaggi dei condomini o della strada, sono apparizioni che ci invitano a riflettere su una sorta di indecifrabilità dell’esistenza. E infine Franco Loi, anche lui naturalmente in questo quadrilatero milanese, per questa ricchezza di presenze, oggetti, figure. In lui però c’è la storia, la memoria, e c’è un movimento costantemente in levare che parte dal basso. Ecco, la tua scrittura, la tua ricerca poetica, la tua storia poetica è molto interessante proprio dentro questo quadro, in relazione con queste altre facce, perché ha una sua forte differenza in quanto, pur partecipando di queste posizioni, si stacca perché c’è una ricerca non del poetico – presente in un modo o nell’altro in questi altri, come tempo-spazio della scrittura – ma della parola, e quindi di come la parola possa contenere un di più di vivente che la parola stessa tende a negare attraverso l’astrazione e il poetico. (altro…)

Conversazione con Umberto Fiori (seconda parte)

FIORI 1969

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La prima parte della conversazione con Umberto Fiori si può leggere qui.

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Perrone: Potremmo pensare allora a quell’Umanesimo perduto come al crollo di quella fragilissima possibilità di fiducia e abbandono all’altro e alla comunità che ci ha determinato, e di cui tu in fondo salvaguardi la fede di noi occidentali nella parola che torna a scommettere su se stessa, nella poesia.

E forse ci sono altri due strumenti con cui rispondi alla necessità di ricollettivizzare la parola e ricostruire questo noi infranto. E sono la tipizzazione e la perdita, o meglio, l’abbandono dell’esperienza individuale. La desocializzazione dell’individuo avviata dal riflusso nel privato da metà anni Settanta in poi ha forse comportato l’acquisizione di un’individualità fittizia e una soggiacente comunanza e interscambiabilità dei destini che denunci con quel primo strumento. Quindi, e di conseguenza, rappresenti la perdita dell’esperienza individuale. Prima dicevi “quando entro in un bar”, simile a un tuo possibile “quando uno…” e ne parla anche Afribo: tu scrivi “uno, un tale”, postulando un’interscambiabilità, e il critico fa notare che al posto di una donna nella tua poesia potrebbe esserci un altro dei tuoi personaggi, anche un vigile ad esempio. La tipizzazione avviene poi coi riferimenti temporali: nell’uso degli “a volte”, nell’utilizzo che fai del presente… in La poesia è un fischio (2007) scrivi un saggio su Sbarbaro, in cui dici qualcosa che possiamo forse applicare alla tua poesia…

Fiori: Sì, sì…

Perrone: … la poesia è forse il luogo in cui si abbandona il tempo storico, il tempo dell’io in fondo… determinato, per entrare in un tempo più vero, indeterminato, a studiare quel che c’è di più vero al fondo delle cose. Ecco, questi sono forse strumenti che per rispondere al dramma storico vanno a scandagliare nell’antropologia dell’uomo possibilità di risposta. E forse c’è una differenza con Sbarbaro. Lui risponde al limite umano dell’iteratività riscattandolo nello sguardo di novità… tu magari trovi in questo sguardo di novità la possibilità… il luogo dell’innamoramento per l’altro, e il limite scelto per la tua operazione non sarà quindi nell’iteratività, ma altrove, forse nel fatto che l’incontro con l’altro, quando è possibile, comunque non viene attuato da quell’alterità. Sembra di poter ricavare questo dal tuo percorso.

Fiori: Sbarbaro è un poeta che ho molto amato. Soprattutto Pianissimo, di cui quest’anno ricorre tra l’altro il centenario. Pianissimo è quasi tutto scritto al presente. Gli unici testi in cui c’è un passato remoto, un futuro, il tempo che scorre, sono quelli dedicati al padre e alla sorella. In un certo senso, alla fine la storia ritorna come soluzione… ma è una soluzione privata, personale. Io non ho questa prospettiva, l’ho abbandonata. E quindi, come dicevi tu, mi sento un passante, un cliente, un avventore, e sento gli altri come avventori, clienti, passanti, cioè come tipi: io sono un tipo, uno che passa per la strada. Il che non significa una spersonalizzazione. Nei primi libri usavo moltissimo il si impersonale, che Heidegger condanna in Essere e tempo come il soggetto della chiacchiera, della inautenticità. Per me, invece, era il punto di partenza. Questo si impersonale può essere un tutti, e anzi spera di esserlo. Anche l’uso delle similitudini va in quella direzione. Formulare una similitudine significa utilizzare un pezzo di mondo per spiegarne un altro; spesso quelle che utilizzo non lasciano capire bene quale, tra il primo e il secondo membro, sia il più importante, e chi sia al servizio di chi. Perché la similitudine? Perché anche in Dante (si licet parva…) la similitudine è in fondo un richiamo alla partecipazione del lettore. Quando Dante scrive la famosa similitudine delle lucciole, per descrivere l’ottava bolgia, è chiaro che fa appello al fatto che ci siano delle persone che come lui hanno visto quelle cose. Non è un fatto da poco. Nella similitudine c’è un implicito appello agli altri uomini, che dice: “anche tu hai visto il fuoco crepitare quando il vento ci passa sopra, anche tu hai visto le lucciole nei campi, anche tu hai visto le rane sul bordo di uno stagno, una che sta ferma e l’altra che spiccia…” La similitudine è come una serie di figure, o anche di figurine mi piace dire, che sono condivise senza che questa cosa venga esplicitata. Quando tu leggi una similitudine in un certo senso sei riumanizzato tuo malgrado, perché stando al gioco – e devi starci – non puoi far finta di non aver visto e vissuto quella cosa. Quindi, il gioco è quello: da una impersonalità a una possibile umanità, che però non è una totalità, perché se lo fosse, l’altro sarebbe inserito dialetticamente… sarebbe precompreso nella soggettività. Il punto di riferimento qui è Lévinas, Totalità e infinito: il volto dell’altro non è qualcosa che io ho di fronte e posso pregiudicare in base alla totalità che ho presente nell’ambito della ragione… è qualche cosa che mi sfugge infinitamente, e che però, proprio per questo sfuggirmi, mi si rivolge e mi mette al mio posto, mi mette lì. Non come due soggetti, un io e un tu che combattono l’uno contro l’altro per il riconoscimento. Qualche cosa avviene in modo quasi inavvertito. Il titolo del mio libro del ‘92, Esempi, ha molti sensi… ma io l’ho pensato e lo penso anche come l’esperienza che tutti facciamo: noi ci diamo l’esempio continuamente. Non il buon esempio (sì, si spera anche quello…) ma il mostrarci l’uno all’altro che cos’è un uomo (qualunque cosa sia)… come si muove, cosa fa e deve fare, come deve parlare, cosa non deve fare, e così via: siamo degli educatori gli uni degli altri senza volerlo e senza saperlo. Siamo degli esempi. E in questo, quello che opera non è neanche la parola: è il volto, la presenza muta dell’altro. Il presentarsi l’uno all’altro senza che ci siano parola, esplicitazione, discussione. (altro…)

Conversazione con Umberto Fiori (prima parte)

POLAROID FIORI CASE 1

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L’uscita dell’Oscar Mondadori che ne raccoglie la produzione poetica edita ad oggi ci ha suggerito di proporre a Umberto Fiori una conversazione sulla sua poesia. L’occasione si è presentata nei giorni della sua lettura per Poesia nel Tubo, ospitati in aula dal Dipartimento di Filologia e Critica dell’Università di Siena. All’incontro sono intervenuti anche Stefano Dal Bianco e Antonio Prete. Il testo che vi proponiamo è la trascrizione rivista della conversazione di quel 3 aprile.

[Ringraziamo Maria Stella Lo Re per il prezioso aiuto.]

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Simone Burratti: Nella prefazione al libro, Afribo individua per la tua poesia diversi tratti di convergenza a un certo filone novecentesco. Partendo dalle sue considerazioni noterei innanzitutto che nonostante i vari stacchi che ci sono stati nella tua poetica dagli esordi all’ultimo libro, e soprattutto tra Chiarimenti (1996) e La bella vista (2002), è notevole la differenza anche con Voi (2009). Nella tua produzione si sente molto forte la presenza dell’altro, atipica rispetto alla tradizione del Novecento. Vorrei quindi cominciare col chiederti come vedi l’alterità, intesa come lettore e come oggetto di indagine poetica.

Stefano Dal Bianco: Potresti partire leggendoci delle poesie, e pensare nel mentre alla risposta.

Umberto Fiori: Ne cerco qualcuna che abbia a che fare con quello che mi si chiede. Ecco. Da Esempi (1992) leggerò una poesia che fa vedere, credo, quanto i libri che ho scritto sono come degli sviluppi della raccolta precedente. Dentro Esempi – che peraltro è una rifusione di Case (1986) – ci sono già in parte i temi che saranno al centro di Chiarimenti, cioè soprattutto quello della discussione, del contrasto dialettico. In genere, progettando un libro e poi scrivendolo, tendo a concentrarmi su certi motivi, ma intanto qua e là ne emergono di nuovi, che però, a libro finito, mi sembra vadano approfonditi. Scrivendo, tendo a tornare sugli stessi temi perché, per quanto ne abbia parlato e riparlato, ho la sensazione che si possa dire ancora qualcosa. I miei libri, come dicevo, nascono uno dall’altro, ognuno è un po’ il completamento del precedente. Il tema della discussione, che è centrale in Chiarimenti, era già presente, come dicevo, in alcuni testi di Esempi. Ad esempio questo:

Quando due che discutono
sono arrivati al cuore della questione
e uno alza gli occhi al cielo, scuote le braccia,
l’altro si guarda intorno
a mani giunte, come cercando aiuto,
e gridano fatti, e prove,
cambiano tono, si chiamano per nome,
ma non c’è niente, nessuno che possa più
dare ragione a nessuno –
proprio allora, lontani come sono,
rivedono il miracolo:
che sia una la stanza,
che sia lo stesso
il tavolo dove battono.1 (altro…)