inediti

Francesco Iannone | Inedito

Frantisek Kupka

Il mio sangue è un giardino

*

Fino alla gelatina nell’occhio. Fino all’ustione della retina. Fino alla terra nella coppa di una pala. Fino alla sepoltura. Fino all’inumano abbattimento della folla. Fino a staccarsi le mascelle dalla faccia. Fino al cacciavite conficcato nella tempia. Fino al braccio macinato nella betoniera. Fino al grido che si impianta nel più recondito ovulo di Dio.

La casa non era più la casa. Una luce nuova agiva nei nostri occhi. Ma la notte impugnò un’ascia nella sua mano. E recise la piccola luce dell’inizio. Lo sguardo ricadde all’indietro spargendo il suo abbaglio per tutta la scatola cranica.

La casa non era più la casa. Una frana ci aveva sommersi tutti. Una voce chiamava. Alta. Alta. Chiamava dal centro di noi. Percuoteva la nostra faccia con il flagello. Le ossa legate alle corregge consumavano brandelli della nostra carne. La nostra carne viveva incistata nel segno. Il segno era lo strappo sulla schiena, era la schiena esposta al cielo, era Dio che ci lacrimava sopra. Alta. Alta. Una frana ci aveva sommersi tutti. Scaglie, detriti, cocci. Bevevano dalle grinze della terra. Bevevano con i loro gesti storpi. Chi erano tutti? E noi? Membra sfilacciate dagli artigli dei sopravvissuti alla catastrofe. Con le loro facce esauste. A setacciare semi. Nel fango. La candela rastremata al bordo del piattino. La cera molle dentro cui raddensava il riflesso di ogni singolo volto.

Non mi amo più. Non mi ricongiungo. Da questa scucitura sul fianco, cosa entra? Hai pietà di me?

Piangimi mordendo il filo d’erba. Piangimi ché la casa non è più la casa ma ancora volano calcinacci dal tetto. Ancora qualcuno allestisce un nido sopra le nostre teste. Sanguiniamo tutti. Ci arroventiamo perforati dal ferro. Fuoco avvicina fuoco. Sgocciola il nostro grasso, e ha un odore. Sgocciola il nostro male, e si fa primavera sotto. Questo è un taglio. Questo taglio è un bene. Questo bene è una grazia. Questa carne si ingravida da sola. Si insemina morendo. Alta. Alta. Un ramo orina resina sulle nostre ciglia. Lo sguardo si ingromma. Il paesaggio si addormenta nella nostra memoria.

Fino allo spasmo nero dello scarafaggio sul petto. Fino allo spregio dell’umano. Fino allo schiacciamento del suo mistero sotto uno pneumatico impazzito. Fino alla ruggine sui denti. Fino al perno che congiunge bene con bene. Fino al bene. Fino allo sparo, fino alla fucilazione dell’io. Fino a dire l’io è un tu, il mio tu, sono io.

Potrei andare via. Potrei raccogliere per terra il sale delle tue acque interiori. Tre volte già ne ho ammaestrato il flusso, ne ho calibrato l’onda. Potrei rimuovere le croste di sangue dalla parete. La nascita ci è esplosa sulle guance, ricordi? La goccia guizzava in cima all’ago. Ricongiungeva gli sguardi al centro. Una testa dondolava fra le gambe del mondo. Una testa fra le gambe del mondo pregava per noi. E una radice gli forava il collo. E dal foro una ventata avvicinava la radice al tempo. Eppure ho visto nascere un bambino da un cadavere adulto. L’ho visto alzarsi in piedi e farsi spazio fra tendini, muscoli, cartilagini. Un bambino si staccava dal suo viso adulto e gli crollavano negli occhi vecchi edifici, ruderi, monumenti. Un bambino cominciò a guardarci seduto in mezzo al campo. Ed era lui bambino e campo. E noi disperatamente scuotevamo la polvere nel fusto mangiato dall’interno, nel tronco rotolato nel suo secolo morto.

Perché non credete ai vostri occhi? Diceva il bambino spiegazzandosi la pelle sulla pancia. Mi vedete? Sono qui, e sono reale.
Ma noi non sentivamo nulla. Solo l’assordante masticazione della placenta. Solo un principio di chiarezza nei passi.

Potrei andare via. Quando una compressione polverizza il meteorite. Alla fine di noi. Apprendere come si brilla nella caduta.

Fino al culmine della cisterna. Fino al sorso che lava la voce. Fino al nome che coagula alla bocca dell’esofago. Fino al vagito che anticipa la grande lotta. Fino al latte nel catino.

Siediti sulle mie gambe. Combacia la tua ustione con la mia. È per il fuoco, per il suo esasperarsi nella vampa. Apre gole come crateri. Ha mani brute, ha braccia di agricoltore. Ma da qui, da questa ruga che si abbassa in profondità nella terra, siamo vivi. Solo una polvere densa negli occhi. Solo un accerchiamento rosso in superficie.

Ma tu vuoi la vita. E per questo non mi guardi. Vuoi lottare incattivendo il tuo tizzone nella brace. Vuoi lottare col bambino sulle spalle. Con le sue ossa incuneate nella schiena. E per questo non mi guardi.

Ma tu vuoi la vita, la tua aquila ti si accovaccia sullo stomaco. Le accarezzi le ali e ridi. Le baci la cresta e ridi. Il tuo ematoma è una rupe da cui decollare offrendo il petto al vuoto.
Siediti sulle mie gambe. Il tempo ci incatena al sasso o al germoglio. Ma tu vuoi la vita, e ti sollevi la gonna come quando si fanno le follie per la festa.
Adesso un vento ricade nel solco dove io ti attendo.
Qui la ruga mi piega nella sua oscurità feconda. Schiaccia il mio seme, mi impollina un’altra volta.

Fino al punto di sutura. Fino all’accoltellamento sulla schiena. Fino a non vedermi più. Fino alla frantumazione del mio umano. Fino a mondo ferito. Fino a innesto che fa fiorire il lato morto di me. Fino a gemma nella mano. Fino al vero. Fino al vero.

*

Immagine: Frantisek Kupka, Autour d’un point (1920-1930)

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