Il silenzio e il poeta /2

anna maria maiolino

di George Steiner

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La seconda parte del saggio tratto da G. Steiner, Linguaggio e silenzio, Rizzoli, Milano 1972, pp. 64-73.

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Pur trascendendo il linguaggio e lasciandosi alle spalle la comunicazione verbale, tanto la traduzione in luce quanto la metamorfosi in musica sono atti spirituali positivi. Laddove essa finisce o subisce un mutamento radicale, la parola reca testimonianza di una realtà esprimibile o di una sintassi più flessibile, più penetrante della propria.

Ma vi è un terzo modo di trascendenza: in esso il linguaggio ha semplicemente fine e il moto dello spirito non offre nessun’altra manifestazione esterna della propria esistenza. Il poeta entra nel silenzio. Qui la parola non confina più con il fulgore o con la musica, bensì con la notte. (altro…)

Il silenzio e il poeta /1

BDmaiolino1

di George Steiner

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Questa è la prima parte di un saggio tratto da G. Steiner, Linguaggio e silenzio, Rizzoli, Milano 1972, pp. 53-55.

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Tanto la mitologia ebraica quanto la mitologia classica recano in sé le tracce di un’antica paura. La torre di Babele caduta in frantumi e Orfeo straziato, il profeta accecato affinché la vista cedesse all’intuizione, Tamiri ucciso, Marsia scorticato, la sua voce che si muta nel grido di sangue nel vento – tutti questi esempi parlano di un senso, più radicato e profondo della memoria storica, del miracoloso oltraggio del discorso umano. (altro…)

Carmen Gallo, Appartamenti o stanze

paladino

[I testi che seguono sono tratti dall’ultimo libro di Carmen Gallo, Appartamenti o stanze (D’If, 2017)]

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La donna si è svegliata sudata
nella camera d’albergo ancora
tutta sistemata. Le coperte (altro…)

L’opera vocale

Matisse, Nudi blu, 1952
di Paul Zumthor

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Questo saggio è tratto da P. Zumthor, La presenza della voce. Introduzione alla poesia orale, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 197-200.

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La parola poetica (che passi o no attraverso la scrittura) nasce sempre da un luogo interiore e incerto a cui si fa riferimento, con maggiore o minore approssimazione, con delle metafore: fonte, profondo, io, vita…
A rigore di termini, essa non designa nulla. Un evento si produce, in maniera quasi aleatoria (lo stesso rito non consiste che nel cogliere e dominare il caso), in uno spirito umano, su delle labbra, sotto una mano, e ecco che un ordine svanisce e se ne svela un altro, si apre un sistema, è sospesa l’entropia universale. È un luogo e un tempo in cui, in un eccesso di esistenza, un individuo incontra la storia, e, in maniera dissimulata, frammentaria, progressiva, modifica le regole della sua lingua. (altro…)

Marco Malvestio, Traduzioni da Anne Michaels

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premessa e traduzioni di Marco Malvestio

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Ho amato Anne Michaels appena ho aperto Fugitive Pieces, il suo primo romanzo, e ho immediatamente desiderato leggere le sue poesie; e come le ho lette, ho desiderato tradurle. Credo si traduca per amore, appunto: (altro…)

Una recensione a “Il paziente crede di essere”

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di Marco Villa

[Una versione leggermente diversa di questa recensione era uscita qualche mese fa su “Mosaici – Learned Online Journal of Italian Poetry“.]

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«Racconti, forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo»: già il sottotitolo de Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens 2016) di Marco Giovenale preannuncia, con le sue sparse indicazioni di genere, uno dei tratti salienti del libro: un’eterogeneità di soluzioni, che rende conto anche dell’arco temporale di composizione dei testi (dal 1990 al 2014, «circa», se si tiene fede a quanto dichiarato con understatement dall’autore nelle note finali) e che però si staglia su uno sfondo unitario per tono e postura. Uno sfondo segnato dall’impassibilità con cui la voce registra gli scarti e i soprassalti di assurdo che tempestano i quadri e le micro-storie della raccolta, relegando ad una percezione in absentia l’assoluta ordinarietà che – il lettore sente – avrebbe potuto/dovuto caratterizzarle. (altro…)

Invito all’Aperto. Per Ted Hughes, l’inattuale

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traduzioni e premessa di Jacopo Rasmi

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C’è un comune destino orfico che salda alla comunità la traiettoria imponderabile e solitaria del poeta e quella dello sciamano. Un destino veritiero, ma quanto mai inconfessabile, raro, inattuale. Per il tempo in cui l’alta poesia per lo più disdegna (per cinismo o tragica umiltà) di segnare sul suo calendario la data messianica, come un compito. L’istmo in cui una vertiginosa askesis del poeta s’imbatte fatalmente nell’altro (come l’incontro fra due redenzioni) è difficile da localizzarsi, ancor più difficile da spiegarsi. Eppure Ted Hughes ne insegue il miraggio eroico nel nome di qualche cosa d’indistruttibile e ctonio che molte poesie delle rovine non possono ora testimoniare, che presuppone la volontà di un certo, poetico, transumanare. Che la verità della parola debba essere strappata, per tutti, da un cuore di buio e carne e fiorire dal silenzio di un’inumano senza verbo (per mezzo di un previo smarrimento terrestre) è una convinzione onerosa che Ted Hughes infigge nel ventre della sua poetica.

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Il falco nella pioggia
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Affondo nei solchi del campo battente, strappo
Un calcagno dopo l’altro al risucchio orale della terra,
All’argilla che afferra ogni mio passo alla caviglia
Con il vizio tenace della tomba, ma il falco

Senza sforzo tiene alto l’occhio immobile,
Le ali trattengono il creato in un’imponderabile quiete,
Ferme come un’allucinazione nella corrente aerea.
Mentre il vento picchia a morte queste siepi ostinate, (altro…)