I padri e i figli

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di Pietro Cardelli

[In attesa di ripartire con un nuovo ciclo a settembre e per non lasciare soli i nostri lettori, durante la pausa estiva ripubblicheremo alcuni materiali usciti nell’ultimo anno. Questi testi di Pietro Cardelli sono stati pubblicati il 20 gennaio 2017.]

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Ekphrasis

Una motocicletta corre lungo il viale,
il cimitero da un lato, dall’altro
i cipressi di sempre. Il giovane
non ha coscienza, vive il presente.
La curva piega, lui cade, la moto scivola in terra.
L’asfalto penetra la pelle,
un’osmosi di sangue, carne e sassi. (altro…)

Stelvio Di Spigno, Poesie

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti.  Escono oggi, come ultima pubblicazione del ciclo, una serie di testi di Stelvio Di Spigno (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione, e che ripercorrono l’intero itinerario della sua poesia.]

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da Mattinale, Caramanica, Marina di Minturno (Lt) 2006.

L’ombra

*                                                                                   *Ombra ferita…
*                                                                                           *G. Raboni.

Radente mia ombra, che mi sollevi
al pianto e al disgelo, alla pietà (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Stelvio Di Spigno

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi (qui quello di Lorenzo Carlucci, qui quello di Azzurra D’Agostino, qui quello di Gherardo Bortolotti), seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Stelvio Di Spigno].

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Se voi mi chiedete “cosa ha da dire Stelvio di Spigno”, io posso rispondere, come sono soliti fare la maggioranza dei poeti: prima scrivo e poi provo a dire cosa ho fatto nella mia scrittura. Non molti, però, ne sono capaci, anche perché è già molto difficile dire cosa si è cercato di fare quando si è già scritto, figuriamoci mentre si sta scrivendo o prima di averlo fatto. Da leopardista accanito, devo dire che l’unico che è stato capace di dire con chiarezza cosa voleva fare in poesia, e poi lo ha fatto, è stato Giacomo Leopardi. Egli ha definito tutto: la sintassi, la prosodia, il lessico – distinguendo fra parole considerate poetiche e parole reputate non poetiche. Dire ad una persona che scrive di poesia “cosa dici?” è come chiedere ad un cieco “cosa vedi?”.

Ho scritto quattro libri e devo dire di essere molto grato a queste due figure di critici e poeti che ci hanno invitato qui a Siena: Guido Mazzoni, il cui libro Sulla poesia moderna (2005) è stato per me di importanza fondamentale, e Stefano Dal Bianco, senza il quale sarebbe esistito solamente il mio primo libro, Mattinale (2002); senza di lui, le seguenti tre raccolte, alcune in maniera maggiore altre minore, non sarebbero state scritte, o almeno non in questo modo. Quando Dal Bianco ha pubblicato Ritorno a Planaval (2001), ho capito che potevo sfondare l’endecasillabo così preponderante nel mio primo libro e, allo stesso tempo, le sue poesie mi hanno garantito – anche nel lessico – una libertà nuova: poter dire «porta» e non «uscio», «tristezza» e non «mestizia», «morte» e non «angelo nero» per esempio. Grazie a lui sono riuscito ad attualizzare la mia poesia, a renderla figlia del nostro tempo.

Nel mio percorso di lettura e di scrittura una questione è sempre stata fondamentale, e attorno ad essa è sempre ruotato il mio lavoro: il rapporto fra ciò che si scrive oggi e ciò che è già stato scritto, ossia la Tradizione. Finché c’è stato un aggancio importante fra i poeti e la Tradizione, c’è stata grande poesia in Italia. Ciò che spesso si dimentica – ed oggi questa mancanza tende a farsi sentire con forza – è che la Tradizione non è un dato secondario, ma qualcosa di importante, fondamentale, decisivo.

Dopo aver letto il saggio Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni, ho riflettuto nuovamente sulla poesia contemporanea e sul mio modo di scrivere poesia, un modo che più volte è stato definito come inattuale e – in maniera velatamente accusatoria se non dispregiativa – “classico”. Mi tormentava una consapevolezza, ossia il fatto che noi, in questo periodo storico, non abbiamo una grande voce poetica che possa essere paragonata a Montale, Saba, Ungaretti, Noventa, Sereni, Luzi, Zanzotto. Percepivo una mancanza. La poesia può essere latente anche per lunghi secoli, ma non per questo – naturalmente – non si scrive, non si pubblica, non vengono assegnati Nobel o non arrivano poeti alle grandi case editrici. Ciò che più mi appariva perduto era però un rapporto costante, veritiero, inscindibile – quasi “ontologico” – con la Tradizione.

Bisogna scontrarsi con la Tradizione, interiorizzarla, ricrearla, rimetterla in circolo, se si aspira ad essere poeti. Il mio primo libro, Mattinale (Sometti, Mantova 2002), è stato questo: un assorbimento enorme, anche eccessivo, della Tradizione. Ma così doveva essere. Ero giovane, non avevo esperienza di vita, avevo soltanto tanti libri letti da cui attingere. Poche poesie di questo libro sono davvero personali; le altre sono il frutto, e si sente, di questo scontro frontale con la grande poesia del passato.

Poi è venuto il momento in cui io ho tentato di parlare della mia esistenza, e di farlo ricercando un nuovo modo con cui approcciarsi alla Tradizione, a partire dall’io, cioè dalla mia storia personale. È stato allora che ho letto Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, e nelle sue poesie ho trovato una possibile via d’uscita, un nuovo modo di guardare alla lingua e alla poesia passata. Così ho scritto il mio secondo libro, Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007), ma era un po’ troppo carico di parole. Sentivo che bisognava essere più essenziali. Ho cercato quindi di restringere la prospettiva, di asciugarne le forme, ed è nata La nudità (Pequod, Ancona 2010). Infine siamo giunti a Fermata del tempo (Marcos Y Marcos, Milano 2015), di cui non saprei dirvi, perché la sua scrittura è ancora troppo recente.

Da studioso, nei dieci anni in cui ho lavorato all’Università di Napoli, ho vissuto un periodo di grande formazione. Ho potuto leggere Dante, comprendere come Dante veniva recepito nelle altre lingue e culture, ripercorrere numerose storie della letteratura, confrontarmi con Leopardi. Se la mia poesia ha qualcosa da dire – questo credo di aver compreso – lo ha in relazione a questo punto specifico, al rapporto che dovrebbe sempre permanere fra ciò che si scrive oggi e ciò che è stato scritto in precedenza; rapporto che in Italia in questo momento, a mio modo di vedere, manca.

Quello che ho cercato di fare e di dire nei miei libri ruota attorno a questo tema. Il Passato, la Poesia, la Tradizione, da un lato; il tempo presente, la sensibilità personale, la Storia dell’oggi, dall’altro. Io voglio fare poesia, ma allo stesso tempo voglio fare letteratura. Non mi interessa fare pura poesia, non mi basta.

Noi abbiamo un campo a cui ci possiamo rivolgere, differente da quello della poesia, che ci consegna un esempio che io credo sia significativo: la musica colta contemporanea. Quest’ultima ha sdoganato la atonalità, poi ha creato la dodecafonia, quindi la dodecafonia integrale, e già negli anni Cinquanta la scuola di Darmstadt si rese conto che non andava da nessuna parte, che la strada intrapresa non aveva vie d’uscita. Ecco che si ingegnarono alla ricerca di modi per evadere, fino all’avvento di Alfred Schnittke, compositore russo, considerato da tutti l’erede di Šostakovič e Prokofiev. La grande intuizione di Schnittke è stata quella di ripartire dal Settecento e dal primo Novecento, attraversando con sensibilità nuova tutto ciò che lo aveva preceduto, rielaborandolo. Ciò gli ha permesso di intraprendere una strada significativa, mai percorsa fino ad allora, quella della simultaneità di stili, il cosiddetto “polistilismo”, ricercando reazioni vibranti nella contiguità di differenti piani musicali. In pratica, questo grande della musica dell’ultimo trentennio del Novecento, ha studiato e messo in pratica un assioma rivoluzionario: sostituire il mantra della musica dodecafonica, che per essenza rappresenta una simultaneità di suoni, con la sua visione basata su una simultaneità di stili. Il risultato è stato che la sua musica ha ripreso ad essere “ascoltabile”. Quella a lui precedente, no.

Se questo è stato fatto in musica, io credo che possa essere fatto anche in letteratura, ed è ciò che io cerco di fare come poeta. Non so se ne ho il talento, le capacità, le possibilità linguistiche per farlo, però penso che occorra provarci, perché se anche ci si riesce in parte, significa aver aperto una strada, e anche un piccolo contributo in questo senso può essere qualcosa di estremamente importante e prezioso. Qualcuno migliore di me, magari in futuro, riuscirà a costruire un nuovo cammino su delle basi che ho gettato io. Quello che ho da dire come scrittore di versi, secondo il mio punto di vista, è questo.

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Immagine: Elliott Erwitt, Sequentially Yours.

Gherardo Bortolotti, Le storie del pavimento

Alex S. MacLean

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi seguiti nei giorni successivi da una scelta di testi. Escono oggi una serie di prose inedite di Gherardo Bortolotti (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione.]

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  1. I muri erano i contrafforti di un mondo escluso dai nostri tragitti. Li costeggiavamo ciclicamente, percorrendone i battiscopa, superando le piccole scaglie di intonaco ai loro piedi, la polvere arenata contro il loro spigolo. Sulle pareti sentivamo scorrere le correnti convettive che muovevano i nostri sogni, i pensieri distratti e sentimentali che ci spingevano da una camera all’altra. Il loro spessore era interminabile. In un’epoca lontana, tentammo di scavarlo, di penetrare le sue misure e accedere all’altra parte. Procedemmo per anni sempre più a fondo nei laterizi, tra le tubature e gli impianti elettrici, le assi di legno, le intelaiature catramate e non arrivammo da nessuna parte. Trovammo solo un pupazzo, un pinocchio di pezza incastonato tra qualche mattone, che torreggiava sulle nostre teste e ci chiese del giorno e della notte.

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  1. Paolino credeva nell’esistenza della meraviglia e delle colpe essenziali. Portava sul braccio la macchia di una cosa sbagliata che nemmeno le fonti delle Sette Caverne avevano potuto lavare. Se nell’ora del giorno vedeva il pulviscolo, perso in un moto browniano perfetto offerto al sole domenicale, inclinava la testa e infilava le dita nelle liste di luce che superavano le tapparelle, convinto di segnare le strade aeree della polvere, di essere ricordato dalle sue civiltà future come una catastrofe originaria, come quella che lo chiamava dalla porta della cucina.

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  1. Sapevamo dell’esistenza di esseri metafisici inferiori che abitavano gli spessori del pavimento e, ogni tanto, ci fermavamo a fissare le mattonelle in marmo variegato, le fessure minuscole che le separavano per scoprire qualche segno, per cercare le loro tracce, per intuire qualche loro oscura intenzione. Fra tutti temevano i Lombrichi, che si cibavano delle cose smarrite, delle parole sbagliate, dei momenti, alcuni felici, dimenticati. Ci avevano parlato dei loro regni bui, in cui accumulavano in modo ottuso monetine e caramelle, pezzi degli scacchi, pomeriggi estivi, matite spuntate. Qualcuno ci aveva detto che, da qualche parte in fondo all’armadio, si apriva una porta segreta che vi conduceva. Altri sostenevano che fosse nel corridoio, murata dietro il battiscopa. Per anni seguitammo a cercarla, incidendo nell’intonaco segni e scalfitture segrete.

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  1. Era in bagno che spesso Paolino pensava alla morte, mentre il getto del phon lo costringeva al silenzio, e l’aria asciutta e calda lo faceva sentire inesatto. I Grandi si affaccendavano. Le luci si riflettevano sugli specchi e la notte si avvicinava, portando con sé gli strani doni del sonno e della paura. Oltre la porta, il buio dell’appartamento era colmo di pensieri grandi e lentissimi che l’attraversavano come cetacei ottusi, alieni, come i signori di una vita già appartenuta a qualcuno, e che non sapeva quietarsi tra le stanze e i mobili. Per Paolino era sempre troppo tardi per potersi svegliare.

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  1. Paolino, con il naso per aria, vedeva i Grandi aggirarsi per casa, accompagnati ognuno da un sosia mostruoso, un gemello nero di ferocia e ignoranza che li teneva per un braccio, o per la nuca. Ne parlò all’omino dell’ombra e questi lo pregò di tacere. Più tardi, durante i riti del sonno, i gemelli lo raggiunsero nel letto e lo uccisero ancora. Gli mostrarono gli occhi abissali con cui non potevano vedere il mondo; gli aprirono il segreto del loro cuore che non aveva confini.

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  1. Fu nel cassetto delle posate che scoprimmo il corpo mistico dell’acciaio inossidabile, dei tappi usati, dei cucchiaini spaiati con cui, ogni giorno, qualcosa si doveva colmare. Le mattine si succedevano l’una nell’altra, divenendo ogni giorno più anguste, sprofondando sempre più nello scorcio della cucina e della finestra, schiacciandosi contro quella differenza dei muri, che ci costringeva ad avanzare sul pavimento, in cerca di qualcosa che un tempo avremmo saputo.

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Immagine: Alex S. MacLean

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Gherardo Bortolotti

Alex S. MacLean, Parking Lot Markings Overlap Basketball Courts, Waltham, Massachusetts

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi (qui quello di Lorenzo Carlucci, qui quello di Azzurra D’Agostino), seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Gherardo Bortolotti].

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Scrivo in prosa perché parto da intenzioni narrative. Nonostante ciò, lavoro con i poeti e non con i narratori, mi riconosco cioè in una certa area di ricerca poetica, soprattutto quella del secondo Novecento, della quale mi interessano le prerogative di decostruzione del soggetto lirico e di lavoro sull’ordine del mondo. Per questo motivo mi ritrovo spesso nello spazio della poesia e non in quello della prosa. (altro…)

Lorenzo Carlucci, Poesie

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi seguiti nei giorni successivi da una scelta di testi. Escono oggi una serie di poesie di Lorenzo Carlucci (qui il suo intervento uscito lunedì scorso), che ringraziamo per la concessione, da La comunità assoluta (2008) e da Sono qui solo a scriverti e non so chi tu sia (2009).]

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da La comunità assoluta

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Sembra infine, all’analisi attenta, che tutto il lavoro della nostra saggezza si
possa ridurre ad un adeguarsi a qualcosa che saggio non è. (altro…)

Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Lorenzo Carlucci

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[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane 
formavera proporrà i loro interventi, seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Lorenzo Carlucci].

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Poesie, Programmi, Tautologie

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1. Matematica come Metafora

Poiché farò uso di diversi concetti presi dalla Matematica e dall’Informatica, inizio indicando un nume tutelare: Yuri Manin. Manin è un importante matematico e autore di un saggio dal titolo Matematica come Metafora, in cui propone un uso della Matematica come metafora. (altro…)