Cosa abbiamo da dire. Poeti italiani a 40 anni | Gherardo Bortolotti

Alex S. MacLean, Parking Lot Markings Overlap Basketball Courts, Waltham, Massachusetts

[Mercoledì 5 Aprile 2017, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Filologia e Critica delle Letterature antiche e moderne dell’Università di Siena, si è tenuto un incontro di carattere seminariale sul lavoro poetico della generazione di autori nati negli anni ’70. A moderare l’incontro è stato Stefano Dal Bianco. Sono intervenuti Azzurra D’Agostino, Lorenzo Carlucci, Stelvio Di Spigno e Gherardo Bortolotti. Nelle prossime settimane formavera proporrà i loro interventi (qui quello di Lorenzo Carlucci, qui quello di Azzurra D’Agostino), seguiti nei giorni successivi da una scelta di versi e prose. L’intervento che pubblichiamo oggi è quello di Gherardo Bortolotti].

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Scrivo in prosa perché parto da intenzioni narrative. Nonostante ciò, lavoro con i poeti e non con i narratori, mi riconosco cioè in una certa area di ricerca poetica, soprattutto quella del secondo Novecento, della quale mi interessano le prerogative di decostruzione del soggetto lirico e di lavoro sull’ordine del mondo. Per questo motivo mi ritrovo spesso nello spazio della poesia e non in quello della prosa.

 Lavoro sulla prosa come strumento di indifferenziazione. Mi piace pensare che scrivendo prose io riesca a muovermi in un territorio il più possibile indifferenziato, anche perché essa si avvicina di più a un tipo di prodotto che credo sia adeguato ad una nuova figurazione mediatica e di distribuzione di contenuti, una specie di semiosfera totale e totalitaria in cui ci muoviamo. Prosa, dunque, come decrittazione possibile della catastrofe semiotica. Questo è da intendere come secondo e ulteriore movimento o implicazione della mia attività poetica dal momento che, in prima istanza, si assiste quasi alla percorrenza di un moto romanzesco (come può essere evidente nell’idea di fantascienza che presiede a “Quando arrivarono gli alieni”).

In posizione coassiale a questi due vettori vi è l’idea di creazione di uno spazio in cui il testo possa prefigurarsi come un qualcosa da abbandonare. Con ciò intendo la necessità di mantenere un angolo cieco, uno spazio effettivo di abbandono che sia capace di sottrarsi alla rigida logica dei rapporti a tre (autore-editore-pubblico), una zona d’azione che diventi passibile di abbandono proprio in quanto prova a mantenersi plurale, dialogante, in questo senso ‘anarchica’, un fluido mediatico percorso dall’intreccio di pratiche e di serbatoi di segni (fotografia, manipolazioni performative di tipo visivo, etc.) diversi e variegati.

Al di là delle mie letture, la mia formazione culturale è la formazione di chi, compiendo i suoi vent’anni all’altezza degli anni ’90, cresce con uno sviluppo massivo, come succede a maggior ragione nei casi delle nuove generazioni, che proviene dall’avvento delle tv private, le quali hanno potenzialmente aperto un universo di nuovi contenuti formali, dal cartone animato giapponese ai classici hollywoodiani allo sceneggiato italiano, e che soprattutto hanno veicolato un’idea di velocità e di diffusione capillare di contenuti non necessariamente di bassa qualità ma sempre passibili di rivisitazioni e di riuso in quanto materiali inerti, puri elementi costruttivi. Questo è l’orizzonte culturale nel quale si acclimatano le mie letture: tanta fantascienza (Gibson, Ballard, Dick, ultimamente Banks, etc.), Italo Calvino (che sicuramente ha dato l’impronta decisiva). Contemporaneamente, mi è stata offerta la possibilità di fruire di un circuito massivo di distribuzione di contenuti e, per ciò che m’importa, anche e soprattutto di testi. La rete, internet, il web, un circuito ‘elettrico’, che ha fatto sì che si potesse affermare una modalità di flusso nell’esplorazione e nell’esperienza ricettiva.

 Altra questione di capitale importanza nella mia formazione è stata la musica pop, i dischi e i video musicali. C’è dunque questa idea di acquisizione massiva e veloce di pratiche che mi interessano nella dimensione della recuperabilità, dello smontaggio e dell’intervento riedificante delle loro singole parti, oltre ad un’idea di libro non come valore positivo, valore assoluto, istanza che monopolizza un senso (o il Senso), ma come materiale che funge da piano di costruzioni e rielaborazioni operative successive, ulteriori, di secondo livello.

La presenza del web ha inoltre esercitato una fortissima attrazione e un robusto condizionamento nella pratica della mia scrittura. La forma stessa dell’intervento che il web prefigura mi ha indotto subito ad abbandonare la pratica narrativa che in qualche modo si rifaceva al Calvino di Palomar e delle Cosmicomiche, spostando la mia attenzione sulla concezione di testi estremamente brevi. Inizia dunque un lavoro di attenzione alle particelle minime che configurano la scrittura: un sintagma, una frase semplice, una frase con una sola subordinata, da pubblicare con cadenza regolarissima e in modo sistematico sul mio primo blog, intitolato Tracce e aperto sull’ormai dimenticata Splinder. Pertanto non semplicemente costruire un testo, ma ideare, provare a governare e gestire un flusso fatto di elementi verbali, una scrittura che non nasceva orientata al libro, che non vi tendeva. In questa direzione “Quando arrivarono gli alieni” è paradigmatico: ho aperto un profilo Tumblr in cui confluivano accanto a immagini di guerriglia urbana, catastrofi nucleari, suburbs e periferie, prose e testi brevi che evidenziassero la complementarità e l’affinità dell’operazione artistica complessiva, tra flussi visivi e scrittura. La mia scrittura è un’apertura mediata verso pratiche di riassorbimento e operazioni di répechage.

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Immagine: Alex S. MacLean, Parking Lot Markings Overlap Basketball Courts, Waltham, Massachusetts, 2009

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2 comments

  1. grato certo la poesia come la musica siano prossime agli istanti più belli dell’uomo in modo delicato talora ho l’impressione vi sia una rottura come sorta di lingua commerciale ma la rifuggo certo i linguaggi della matematica si possano ben approssimare alle espressioni più costruttive, ringrazio

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