Da un lato devoti al più puro classicismo, lettori assai ortodossi, dall’altro porci lascivi, chierici ribelli con la mente piagata da un’impavida libidine, dalla sifilide: sono i termini in cui Luca Pastori riassume le «pose bifronti» degli “irregolari” cinquecenteschi da lui studiati. Pure, con i dovuti adattamenti, offrono una lente per leggere questi inediti di misuratissima (auto)ironia: un’espressione di desiderio e memoria mediata da brani enciclopedici, lessico scientifico e pratica d’erudizione (le Wunderkammer, le origini della sifilide), maniera e falsetto (la pettinatura che ha per modello Zac Efron, «prima cagion, ultimo fin del tutto»), notizie di cronaca passate dai telegiornali (la morte di Elisabetta II), leader politici, riferimenti e icone della cultura pop (Gigi Buffon, Jeffrey Dahmer, Hank Moody, Colin Firth nei panni di Giorgio VI d’Inghilterra in The King’s Speech) o leader politici icone della cultura pop-memetica (Matteo Salvini, Silvio Berlusconi).
Chi parla entra e esce dalla posa: si infila negli a-parte rivolgendosi direttamente a chi legge («Che poi dico: tra me e te, lettore, lettrice, / tra noi due soli, in confidenza»), sdoppia il testo in un controcanto corsivo, ostenta il dritto e si ripiega meditativo nel rovescio, soppesa il gesto nell’atto di compierlo o di ricordarlo. Così è nella prima poesia della serie, La cavalletta, in cui l’aneddoto giovanile e splatter di una dissezione si rivela, in definitiva, una disamina di coscienza: un esperimento compiuto per noia e allegria, per «essere parte / di qualcosa», aderire alle leggi del gruppo – «ancora oggi ci penso: non abbastanza, forse, da restare insonne».
Francesca Santucci
La cavalletta
Ortottero che è membro del sottordine
dei portatori del cielo, i celiferi,
la cavalletta è un insetto capace
di contenere nella sua ooteca
da venticinque a cinquantacinque uova:
ricordo quei pomeriggi, bambino,
quando sfruttando dei sassetti aguzzi
con i miei compagni di giochi accanto
devastavo loro il ventre, creando
un pesto di budella e di neanidi
che mai furono. Ancora oggi ci penso:
non abbastanza, forse, da restare
insonne, ma non so dimenticare
quel pastello, l’intruglio rosso e giallo,
le tinte brune. Scollavo una zampa
dopo l’altra, guardavo i corpi muti
mascherando persino quel piacere
che scorgevo più o meno intenso in viso
a qualche amico. Poi ecco che premevo,
e premevo io. Mio era il dito, il sasso,
ero io quell’assassino e non lo sono.
Ora socchiudo gli occhi: l’Adamello
mi svetta in testa. Eccomi tra le risa
che alzo la destra, poi la gravità
fa il suo corso: non sarò io l’escluso.
Forse speravo di sentire in corpo,
nelle vene, quel fremito costante
che anima gli psicopatici veri,
capaci di assaporare la vita
solo quando si arrogano il diritto
di strapparla. Osservavo i compagni
allineando il riso mio al ghigno
loro: sono io il peggiore dei carnefici
quello che uccide senza alcuna fede
così da conformarsi ad un binario.
Volevo solo giocare a pallone,
solo questo, e per questo sbudellavo
più rapido di tutti tutti i ventri,
senza nemmeno gustarmi quegli attimi
stillanti miele che si gode il sadico:
solo il pallone, ma anche essere parte
di qualcosa. Così squarciavo addomi,
levavo zampe e maciullavo grembi,
decapitavo, ridacchiavo in coro.
Scordavo infine, ci provavo, il sangue,
quella mistura di uova e di intestini,
davo un ultimo sguardo all’Adamello
così alto, puro, e in un solo battito
speravo di mutare, messi i guanti,
in Buffon da Jeffrey Lionel Dahmer.
Ma se divampa il fuoco alla tivù,
tra le urla ed il terrore, nelle orecchie
sento il fruscìo di mille tarsomeri
che mi sfregano in testa il loro grido
e mi ripetono: sei l’assassino.
La chioma mia di Berenice era quella di Zac Efron
Tra mille stelle è giusto ascenda adesso
tra onorifiche pompe, accompagnata
da convenienti omaggi – sarebbe bello
se una prefica mi prestasse il canto,
il pianto – la mia defunta chioma,
quella che un tempo, adolescente,
lasciavo ondeggiare dolce e selvaggia:
svelto il ciuffo danzava da sinistra a destra,
morbido, spavaldo, non creato ma generato
della stessa sostanza del modello supremo,
il capello impossibile di Zachary David
Alexander Efron: prima cagion, ultimo fin del tutto.
Ora mi avvio a essere invece
come scriveva il riccioluto Anton Francesco Doni
uno storpiato dalla pelatina.
Ma in fin dei conti poco male: al tempo
quella non era semplice calvizie
bensì altresì sifilide.
Che salga pure agli stellanti chiostri, allora,
quel che resta del mio passato in cheratina:
io sorriderò di questo buffo catasterismo.
Che poi dico: tra me e te, lettore, lettrice,
tra noi due soli, in confidenza, si può essere sinceri
fino in fondo, no? In questo nostro presente
colmo di mirabilie tante e tali
che nemmeno il più bislacco e curioso
tra mille e più nobili secenteschi
sarebbe mai stato in grado di rastrellare
e collezionare nella più immaginifica
tra tutte le Wunderkammer, fortunatamente
spuntano fuori sempre più centri adibiti
alla chirurgia follicolare.
Hank Moody e le suore
Scorrendo versi, prose e biografie
di cinquecenteschi autori, i miei,
quelli che più pratico, che meglio mastico,
non è affatto raro, talvolta anzi è la norma
imbattersi in qualche giudizio critico
teso a tratteggiare le loro pose bifronti:
da un lato devoti al più puro classicismo,
lettori assai ortodossi, dall’altro porci lascivi,
chierici ribelli con la mente piagata
da un’impavida libidine, dalla sifilide.
Chiamata dagli italiani mal francese,
incerte sono le origini del morbo:
per alcuni è nato dall’unione tra una ramera valenciana
e un lebbroso soldato gallico. Per altri dalla nefasta amicizia
tra cento e più soldati del re Cristianissimo
e molte meno meretrici romane.
Ancora, alcuni sostengono sia giunta dalle Americhe,
un giusto ringraziamento per il genocidio e l’evangelizzazione
coatta. Curiosamente ribattezzata dai francesi
mal napolitain, poiché nella città di Partenope, nel 1495,
con la discesa delle troupes di Carlo viii
scoppiò la prima epidemia di lue di cui si ha memoria
Forse dovrei dunque imparare a descrivermi anch’io così,
novello Della Casa che fugge nudo sui tetti di Roma
stringendo forte tra le mani l’Etica, diretto in curia,
e trattenendo sulle labbra gli umori di un’amante.
Talento precoce, mi basterebbe fare una capriola a rebours
e tornare ragazzino, quando studiavo dalle Canossiane:
annoiato, al banco, scrivo racconti durante le lezioni,
penso alla morte, la vedo, sento la sua voce che mi parla
ovunque io mi giri, e mi perdo nel delirio dei mondi possibili
alla perenne ricerca di un Dio ai miei occhi timido.
Non un appunto, ma quante pagine di quaderno
riempite di sonetti scialbi dedicati alla professoressa di Latino:
le sue dita stringono la penna rossa, scorrono il registro
in cerca di un nome da mandare al patibolo, e io desidero
che dica il mio, di nome, anche se mica l’ho fatta la versione.
Deus noster refugium e la magistra:
l’amore sacro e l’amor profano
e da entrambi nemmeno l’ombra di un guiderdone.
Perdipiù comprendo ora con rammarico
il motivo per cui fatico tanto a ricordare
che differenza è che c’è tra perifrastica attiva e passiva
Giunto però a questo grado di confessione
m’imbatto in vistose mancanze curricolari:
non aver ottenuto mai, nemmeno in sogno,
come invece fu per il buon Hank Moody
la fellatio scacciansia di una procace suora.
Her Majesty, the Queen
Peacefully, così precisa il comunicato,
si è spenta oggi pomeriggio
ottosettembreduemilaventidue
nell’amata residenza di Balmoral
Sua Maestà la Regina Elisabetta,
seconda del suo nome: esempio di dedizione,
talvolta forse troppo modello di rigore.
Sapeva sorprendere con sprazzi d’ironia tagliente
e aveva il sorriso teso di chi vorrebbe ridere di più,
di chi avrebbe voluto magari non sempre
ma ogni tanto sì, ridere di più.
Farai fatica a crederci, lo so, ma ogni volta che lei,
Her Majesty the Queen, passava in televisione,
io vedevo te. E hai ragione: se fossi ancora in grado
di intendere e di volere, avresti il diritto d’insultarmi
avendo avuto tu un coraggio ben superiore
a quello di una privilegiata sovrana inglese
cresciuta con l’assurda convinzione
che esistano davvero eletti da Dio
e che lei fosse in cima alla lista privée.
Certo non ha dovuto, la regina,
divorziare per conservare un briciolo di dignità,
per riaffermare sé stessa, né crescere due figli sola
costretta a più lavori
per assicurare loro non solo un letto
ma addirittura il filetto nel piatto.
Non è arrivata, lei, in un paesino scrauso del milanese
a esercitare la professione di ostetrica comunale
solo per essere richiamata dal sindaco
ancor prima del primo giorno di lavoro
sentendosi dire non avrà mica intenzione lei, signora Cigolini,
di creare sconquassi qui in paese? Sia seria, mi raccomando!
E tutto perché avevi due figli, una madre e zero mariti.
Non sapeva, l’idiota, che stava parlando con Sua Maestà la Regina?
Sia seria, poi: proprio a te? La più valida nel suo mestiere,
la meno sorridente. Eppure io e te ridevamo spesso,
assieme, ascoltando al telegiornale
le ultime perle di Salvini e Berlusconi,
ridevamo del più e del meno, anche se tanti fanno fatica
a immaginarti ridere. Ma io ricordo i tuoi sorrisi
mentre giocherellavo con la pimpirimpana
che il dizionario, sciocco, si ostina a chiamare noce moscata.
E ricordo quando mi preparavi pane burro e zucchero
o banana zucchero e limone, nonostante ora, proprio adesso,
il demone che ti porti dentro, che ti divora la mente,
getta pece bollente sulla tua logica, sui nessi causa-effetto,
sul passato e sul presente. E se quei momenti io li ricordo
mentre tu invece non riconosci più nemmeno il mio volto
e mi parli come se fossi tuo figlio, tuo fratello morto,
allora vorrà dire che ricorderò anche per te.
Ancora e ancora ricorderò, come se avesse davvero senso
ricordare, come se fossero davvero il bene più prezioso i ricordi
e non un’illusione, ché per quanto ci ostiniamo a tenerli in vita
arriverà prima o poi il battito in cui si esauriranno
come un bambino con una coda di maiale perso nella polvere.
Ma di certo non è mio quel cuore, e non è oggi quel giorno:
oggi, peacefully, se n’è andata la regina Elisabetta ii,
nata Elizabeth Alexandra Mary, figlia di un re
sulla cui balbuzie hanno guadagnato premioscar,
e i pianti della Gran Bretagna sono le mie lacrime
perché io ormai non so dove ti sei persa
ed è come se questo tardo pomeriggio a Balmoral,
Aberdeenshire, Scozia, ottosettembreduemilaventidue,
si fosse compiuto il preludio al tuo ultimo sorriso teso:
God save my grandmother.
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L’immagine in evidenza è di Federico Ambrosini.



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