Sacre scritture desidera attraversare una forma poetica apparentemente trascorsa; meglio, trascorsa in quanto dichiarata: la poesia a tema cristiano. «Tema» da intendersi non come l’argomento di un qualche dialogo col divino (o con il trascendente, questo davvero mai passato di moda), ma come pura “traccia” scolastica: da svolgersi, insomma, attingendo per via diretta al repertorio di immagini, situazioni e figure interne alla Storia giudaico-cristiana. Sia anche per prenderne le distanze, o per discorrere di tutt’altre questioni (come è legittimo).

Dopo il frammentismo esasperato di Reperti archeologici, la rubrica vorrebbe ricomporre un certo grado di discorso, per un briciolo di rispetto verso il “peso” storico e mentale delle atmosfere prese in prestito, appunto, da certo Novecento anglosassone. La forma tendenziale sarà allora quella del poemetto: anche in omaggio a un’altra forma che – come il suo cugino in prosa, il racconto lungo – non pare adeguatamente canonizzato.

Esempio – in tutti i sensi – estremo di modernismo, Ronald Bottrall (1906-1989) è stato poeta tanto amato al suo tempo (sostenuto com’era dal più importante, e temuto, critico del suo tempo, F.R. Leavis) quanto messo a lato dalle generazioni successive. Diplomatico di successo, è stato affiliato al Most Excellent Order of the British Empire, al British Institute of Florence, al British Council e, infine, alle United Nations.


Adam Unparadised

We ate of the tree and fell upon winter.

Nectarine and peach succumbed.

Hard hips and haws succeeded. Splinter

Of my heart reflected (dumbed)

The uneasy cold. It was noon

On the obscure side of a dead moon.

It is hard to leave summer,

Not to perpetuate orchids and call

Chameleons by name. The newcomer

Was nameless and did not reveal

His origins. He spoke with an educated

Lisp and moved sinuously. My

Soul became limp and moist. I

Have little feeling left and cannot tell

If he should be loved or hated.

His epicene body glowed with colour

That outshone onyx and the two trees

Gave pleasure to our eyes. Your

Mouth so close to mine did eat

And I could not forbear to please

You and lovingly emulate your deceit.

Not recking the painful thorn or the sweat

Of toil in an unfriendly wilderness.


Lovers penetrate the mysteries

Of the visible, but shrink from the alien

Night that has no answer and is

Full of growling. Pygmalion

Loving a statue warms a she-wolf

To life. When I lean myself

To your lips, how easily

The air disperses our kiss

And closes thickly around me.

Within the womb life is warm

And our embryo is free of harm

From the buffets and shifts

Of a quaking world. The rifts

Run deep and only light and air can weave

The pattern of change that makes us live.

Ignorant, we burrow on

Missing the soar of the heron

The churr of the partridge

And end in a blind ditch.


We are sluggish with memories

And gaping with hope, as a great fish,

Preceded by his pilots, outriders, and spies,

Is tagged by suckers, remoras selfish

And obscure, ready to forsake him

In a moment for a more powerful host,

We are drifting onto a hard coast;

Tomorrow fractures like an aged limb.


I have disappointed you, father;

Those morsels of me that are you, the divine

Chromosomes, have been crossed with a line

Of waywardness, and a wild feather

Disfigures my angelic plumage

Leaving all heaven in a rage.

But the tempter spoke so well

Your still small voice was so distant

And the fruit so knowledgeable

That my credulous hand curled like a plant

Around the obliging apple.

The animals I pampered and named

Are roaring in me unashamed;

Lion, tiger, lynx, the saliva

Dripping from their jaw. Like Godiva

I try to cover my nakedness

From the peeping Toms by a discreet use

Of natural camouflage. But God’s Eye

Is all-seeing, and Eve

Has developed a new curiosity.

My heart is still on my sleeve.

My love we needed no subterfuge,

No devious excuse for meeting.

You came from my rib and stood huge

At my side, not witting

Of birth’s trauma or the pains

That grow in infancy, but begetting

In me those delicate terrains

Lavish with buds that enjoin

How careful and how expert cultivation.

Then the doom fell. Forth we were sent

To meaner earth. Sadly we went

Hand clasping hand out of our valley

Where the scared bird screeched

And scrawled across the sky.

Father, have you not over-reached

Yourself? I asked and hid

My nakedness when he replied.

The journey was hard and our tender feet

Unsuited to the wilderness. The animals

(Our friends) were hostile and on heat.

Enduring our several hells

We tamed them by long expediture

Of love and their voices rang like bells.

Time can inure

And even chaffinches sing in a cage.

This is the refrain of a lost age.

Wiping our natural tears

We look unterrified at the dreadful faces

And the flaming sword. Our ears

Are tempered to harsh sounds, and desert places

Blossom with aloes. We strut our stage

Near, yet apart, each one from his own

Here and now calling, as bone

Calls to bone. Taking our time

We cannot plot our space: farther, the nebulae

Recede and shun our galaxy.

Contained by our parochial sky

We can elaborate a rhyme

To give substance to our loneliest cry.





Adamo non incielato

Nutriti all’albero noi ci buttiamo sopra l’inverno.

Pesche e nettarine si sono piegate.

Dure anche e spini si sono affermati. Scheggia

Che ho in cuore specchiava (ottundeva)

Quel freddo non docile. Era mezzogiorno

Sul lato oscuro di un satellite morto.

È dura lasciare l’estate,

Non perpetuare orchidee e chiamare

I camaleonti per nome. Il nuovo venuto

Era senza nome e non ha rivelato

La sua discendenza. Parlava con lisca

Forbita e mosse sinuose. La mia

Anima si fece umida e molle. Io

Riesco poco a sentire e non saprei dire

Se lui meriti odio, o amore.

Il suo corpo ambigenere radiava tinte

Che oscuravano l’onice e gli alberi erano

Ai nostri occhi piacevoli. Talmente

Vicino la mia la tua bocca ha morso

E io come potevo non farti felice

non imitare con gioia il tuo crimine.

Senza temere spine dolenti come il sudore

Del lavorare in una selva inclemente.

Chi ama penetra dentro il mistero

Di ciò che è visibile, ma fugge la notte

Aliena che non ha risposte ed è piena

Di ringhi. Ora se Pigmalione

Ama una statua, riscalda una lupa

In vita. E quando io mi adagio

Al tuo labbro, così in fretta

L’aria ci dissolverà il bacio

Per serrarmisi attorno di netto.

Stretta nell’utero la vita è al caldo

E il nostro embrione ora è in salvo

Da ogni scossa e ricambio

Nel mondo sconvolto. Le crepe

Affondano e solo aria e luce potranno filare

La trama cangiante per cui siamo in vita.

Ignari, scaviamo il percorso

Piangendo l’airone che s’alza

La pernice che chioccia

Finendo in un baratro cieco.

Così infiacchiti da tutti i ricordi

Boccheggiamo speranzosi, come a un pesce

Enorme, precorso da piloti, apripista, e spioni,

Le mignatte s’attaccano, remore oscure

Ed egoiste, disposte a lasciarlo

In un attimo per ospiti ancora più forti,

Veniamo sospinti a una dura scogliera;

Il domani si frange come un arto invecchiato.

Padre mio, ti ho molto deluso;

I brani di me che sono anche te, i cromosomi

Divini, ormai sono incrociati a una linea

Che si ribella, e una piuma selvaggia

Mi sfregia il manto da angelo

Lasciando il cielo su tutte le furie.

Ma il tentatore era così eloquente

Il tuo bisbiglio di coscienza distante

E il frutto una gran conoscenza

Che la mia ingenua mano come una pianta

Si è avvolta alla mela indulgente.

Gli animali che ho viziato e nominato

Oscenamente ruggiscono in me;

Lince, tigre, leone e saliva

Che cola alle fauci. Io come Godiva

Provo a celare la mia nudità

Ai guardoni intorno con l’uso prudente

Del mimetismo. Però l’occhio di Dio

È onniveggente, e in Eva ha

Origine ora un nuovo interesse.

E io ho sempre in mano il cuore.

Amore non ci servivano inganni,

basse scuse per farci incontrare.

Dalla mia costola sei uscita a levarti

Alta al mio fianco, e ignara

Di parti traumatici o dei dolori

Che l’infanzia fiorisce, ma generando

Dentro a me le finissime terre

Ricche di gemme che impongono

Una tale coltura che sia attenta e sapiente.


E il peggio è accaduto. Siamo stati inviati

A mondi inferiori. Lasciando tristi

E stretti per mano la nostra vallata

Dove sfregiando la volta del cielo

Gli uccelli atterriti stridevano.

E non ti sei forse spinto troppo in là,

Padre? Ho chiesto e nascosto

La mia nudità quando ha risposto.


È stato difficile il viaggio e i nostri piedi

Dolci e inetti alla selva. Gli animali inoltre

(Amici nostri) parevano ostili e in calore.

Soffrendo i nostri molteplici inferni

Li abbiamo domati con largo dispendio

D’amore e i loro versi sono stati campane.

Il tempo ti fa abituare

E persino i fringuelli cantano in gabbia.

Ecco il motivo di un’era passata.

Asciugandoci lacrime umane

Rincuorati osserviamo i volti tremendi

E la spada di fiamme. Le orecchie

Sono temprate ai rumori violenti, e luoghi deserti

Fioriscono d’aloe. Sfiliamo sul palco

Vicini, e lo stesso distanti, a chiamare

Entrambi dal nostro qui e ora, osso

Chiama infatti osso. Ma il prendere tempo

Non ci lascia uno spazio: nebulose, a distanza,

Arretrano odiando la nostra galassia.

Legati alla nostra provincia di cielo

Penseremo la rima che ha modo

Di dare forma al nostro grido isolato.






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La foto in evidenza è di Matilde Manara

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