La redazione di formavera ama particolarmente il modernismo angloamericano, pertanto non può che rallegrarsi per l’uscita della traduzione italiana di Briggflatts, il poema-capolavoro di Basil Bunting (1900-1985). Il libro contiene versione italiana e testo inglese a fronte, ma anche una serie di altri scritti molto utili: una prefazione generale di Edoardo Zuccato, un commento del traduttore e le sue note di traduzione, nonché due scritti dello stesso Bunting sul poema e sul rapporto fra poesia e musica che tanto fu caro a lui quanto a molti altri modernisti noti e pubblicati in Italia (Pound, Eliot) e non (MacDiarmid). Né manca una piccola bibliografia di e su Basil Bunting, oltre che alcune foto dei luoghi nominati in Briggflatts. Ne parliamo con il traduttore e curatore del libro Mauro Ferrari, che è anche poeta e direttore editoriale di Puntoacapo Editrice, e riportiamo alcuni estratti della pubblicazione citati in calce.


C. R.: Mauro, come hai deciso che era venuto il momento di pubblicare una traduzione di Briggflatts? Quando sei venuto a contatto con questo testo e cosa ti ha colpito di più di questo incontro? Non lo chiedo solo per iniziare con qualche domanda generale, ma anche perché vorrei sapere qual è l’importanza dell’opera per il pubblico di oggi, che cos’ha da offrire che fino a questo momento è passato inosservato in particolare dal tuo punto di vista, visto che tu non solo sei poeta e traduttore ma anche editore: ogni libro che pubblichi – e immagino in particolar modo un libro di traduzioni – per te è anche un impegno economico concreto.

M. F.: Questo lavoro ha avuto una lunghissima gestazione, se pensi che – in una forma molto diversa – era stato da me pubblicato subito dopo la mia tesi di laurea su Bunting, nel 1985. Avevo immediatamente trovato Bunting un poeta affascinante, per le sue esperienze di vita e per la sua poetica estrema. Una poetica che poi, in realtà, ha prodotto questo Briggflatts che estremo non è, anzi: è un poemetto che dimostra come il modernismo abbia anche creato opere per nulla oscure, assolutamente godibili nella loro complessità: una poesia che è intrisa di vita. È questa la vera magia di Briggflatts. Negli anni, dedicandomi sempre più alla poesia dai vari punti di vista che hai evidenziato, mi sono convinto che proporre una traduzione editorialmente completa del poemetto potesse essere utile e stimolante per la poesia italiana di oggi. Per questo motivo ho scelto di aggiungere un saggio e un apparato note che illumini lo sfondo culturale, storico e immaginativo, inserendo anche alcune immagini che non sono un abbellimento, ma un complemento indispensabile.

C. R.: Devo dire che ho amato davvero molto la completezza del libro e la sua volontà di informare al meglio su un autore importante senza eccedere le 120 pagine totali. Vorrei quindi entrare nel tecnico e soffermarmi sulle note esplicative di cui è disseminato il testo, perché da un lato danno un assaggio della complessità dell’originale, dall’altro non esauriscono (e come potrebbero?) le possibilità interpretative. Per esempio, per quanto riguarda la prima strofa, la prima nota, al secondo verso, ci informa che il Rawthey è un torrente nelle Yorkshire Dales e una seconda, al quarto verso, svolge una piccola parafrasi del distico per indicare che ogni ciottolo del torrente produce un rumore e quindi ha una ‘parte’ nel madrigale (ma, anche se non nella nota, all’interno del commento si nota pure la polisemia di late spring, ‘tarda primavera’, con late che vale anche ‘defunto’ e – aggiungo io – spring vale anche ‘sorgente, zampillo’). La terza nota, al quartultimo verso, ci informa della polisemia di may, che è qui stato tradotto ‘(sole di) maggio’ ma poco prima e poco dopo ‘biancospino’, il che invoglia il lettore a tornare indietro e chiedersi se già al v. 6 il toro non avrebbe potuto essere anche “nero contro (il sole di) maggio”; e che dire di lovely (tradotto con ‘leggiadro’ ma imparentato con love, ad indicare la natura passionale del toro), di hurdling che si può interpretare come aggettivo di shadows invece che gerundio da riferire al toro, se chase vale ‘inseguire’ invece che ‘scorrazzare’ (ma chase potrebbe anche essere un sostantivo)… Insomma, ci sono molte note per un libro non specialistico, ma ovviamente molto è rimasto fuori; come ti sei regolato, come hai deciso quale doppio senso meritava una nota e quale no? E, se lo hai fatto come credo, in che modo hai calibrato la tua traduzione sulla possibilità di inserire un certo numero di note?

M. F.: Uno dei cardini della poesia di Bunting, fin dalle prime prove (1925), è lo sfruttamento della polisemia, in linea con la poetica generale del Modernismo ma anche anticipatrice degli sviluppi della linguistica (si pensi ai Sette tipi di ambiguità di William Empson, del 1930). La prima strofa, che in un poemetto è anche una sorta di dichiarazione di intenti, mostra questa ricchezza (esaltata dalla brevità dei lemmi in inglese), che si accompagna all’idea che la poesia sia soprattutto suono. Ad esempio, il primo verso (“Brag, sweet tenor bull”) contiene in pratica tutte le vocali, come una sorta di apertura sinfonica in maggiore, idea rafforzata subito da “descant”: io ho tradotto “accompagna” in senso musicale, ma il termine è molto tecnico, e indica un controcanto (Bunting era esperto di musica).

La prima strofa, se si legge con attenzione, è tutta basata su un imagery sonora (musicale) e visiva, a cominciare dal contrasto fra il nero del toro e il bianco del “may” (sia maggio che biancospino) per passare alla danza nuziale (sulle note del “madrigale” del torrente). E il toro danza inseguendo la sua stessa ombra, per cui “hurdling” (“saltellando”: gli “hurdles” sono gli ostacoli, anche in una gara di atletica) si applica sia al toro che alle ombre da lui prodotte sotto il sole.

Il traduttore, di fronte all’ambiguità di tanti vocaboli, e al gioco (serissimo) sul significante, non può far altro che operare una scelta e indicare alcune delle varie possibilità offerte dal testo. Come gustoso aneddoto riguardo alla complessità di Briggflatts, ricordo che all’uscita del poemetto un critico pensò che Rawthey (un torrente nel nord dell’Inghilterra) fosse il nome del toro… Un esempio molto interessante, nella seconda sezione – che tra le altre cose ha a che fare con il rapporto fra poesia, verità e menzogna, e quindi con l’erica del fare poesia – è il punto in cui si racconta la fine del re barbaro Bloodaxe (re di York, fra tante altre cose): Bloodaxe fu ucciso a tradimento: fu fatto cadere da cavallo e, nonostante indossasse una pesante cotta di maglie ferrate, non poté salvarsi. Ebbene, in un crescendo ossessionante (23 versi che terminano con il suono /ai/, in un vero tour de force con pochi uguali) è imperniato sul fatto che il vero ostacolo per il re fu il peso “mail of linked lies”, cioè la cotta di maglia ferrata. Ma “lie” è naturalmente, come primo senso che viene alla mente, “menzogna”: Bloodaxe fu tradito da adulatori di cui si era circondato per vanità.

C. R.: Ci sono molti spunti su cui mi piacerebbe dicessi di più, per cui chiuderei con una doppia domanda. Innanzitutto: la comunanza fra poesia e musica, che certo anche in Italia si è sempre ricercata fra timbro vocalico e ritmo, ma che in particolar modo il modernismo angloamericano ha sviluppato nella più ampia ripresa di macrostrutture in cui ritornano e si sviluppano diversi temi (penso, ad esempio, all’ossessione poundiana per la fuga o ai quartetti eliotiani); Bunting a sua volta aveva lavorato sulla forma-sonata e anche in Briggflatts mi sembra seguire uno schema simile, per quanto ampliato (diciamo quindi più una sinfonia mahleriana che non una sonata di Scarlatti): ci racconteresti qualcosa di più sulla struttura del poemetto?

Con il riferimento a Bloodaxe mi hai poi ricordato in qualche modo il versante ‘localistico’ di Bunting: in lui troviamo guerre anglosassoni e grandi bardi celtici (ma, certamente, anche Alessandro Magno), né manca qualche colore locale della lingua. Pensi che Briggflatts si collochi in qualche modo a metà fra il metodo mitico che aveva matrice classica (pur conoscendo affondi nel medioevo romanzo e nel profondo Oriente) e gli sviluppi regionali del modernismo (ad esempio la grande poesia scots di MacDiarmid) o che ci si sia trovato un po’ per caso?

M. F.: Per il primo punto. Il rapporto fra poesia e musica è da sempre molto stretto, e non occorre tornare agli aedi e neppure ai bardi sassoni che lo stesso Bunting cita in Briggflatts (“Aneurin e Taliesin, gufi crudeli / per i quali il buio non è mai totale, /che declamavano prima che le regole rendessero la poesia un gioco da pedanti.”). Il rapporto è almeno duplice: da un lato ha a che fare con l’impasto sonoro, i suoni della lingua, su cui Bunting ha sempre insistito, come ho già scritto. Qui va detto che, come sempre, la teoria sbandierata e la prassi non vanno del tutto a braccetto: Bunting dice ad esempio, in una intervista, che il poeta compone poesie come il cappellaio crea un cappello, e trovarci un senso non è pertinente (cito a memoria), ma è evidente che le sue opere, specie i poemetti, testimoniano di un profondo interesse per la vita, l’uomo, l’arte e la cultura. Il secondo aspetto ha a che fare con la costruzione dell’opera (poemetto o poema), e si impernia, almeno nel caso di Pound, con il parallelo ossessionante con l’arte della fuga bachiana, e in Bunting con la forma sonata di Monteverdi e Scarlatti (citati in Briggflatts). Il poemetto, in particolare, ha una struttura che davvero Bunting definì a priori, prima di scrivere un solo verso: una forma da “riempire” con un contenuto, in termini un po’ banali. Ognuna delle sezioni I-II-IV-V ha due climax, il primo più accentuato del secondo nelle sezioni 1 e 2 e viceversa nelle sezioni III e IV. La terza, più svincolata ad esempio dal tema delle stagioni (e delle stagioni della vita), ha un solo climax, ma più forte di tutti. Così il poemetto ha una struttura ascendente fino a metà e poi discendente, fino alla breve bellissima Coda che è quasi come una lunga nota di chiusura. Nel libro ho riproposto lo schema dato dallo stesso Bunting.

Per quanto riguarda l’aspetto “localistico” (metto le virgolette perché non va inteso in senso riduttivo o come “colore locale”), Briggflatts è intriso della storia, della geografia e della cultura di una ampia zona che non è limitata al border anglo-scozzese: le varie numerose località citate e gli eventi storici che fanno da sfondo al poemetto appartengono a un’ampia area a nord di York fino al border, da est a ovest. Avrei voluto allegare una cartina precisa, ma… alla prossima edizione magari. Quindi senza dubbio Bunting può essere legato per certi versi alla poesia di MacDiarmid e alla tradizione del nord Inghilterra.




I.i-ii


Brag, sweet tenor bull,

descant on Rawthey’s madrigal,

each pebble its part

for the fells’ late spring.

Dance tiptoe, bull,

black against may.

Ridiculous and lovely

chase hurdling shadows

morning into noon.

May on the bull’s hide

and through the dale

furrows fill with may,

paving the slowworm’s way.


A mason times his mallet

to a lark’s twitter,

listening while the marble rests,

lays his rule

at a letter’s edge,

fingertips checking,

till the stone spells a name

naming none,

a man abolished.

Painful lark, labouring to rise!

The solemn mallet says:

In the grave’s slot

he lies. We rot.




II.xv-xvii


No worn tool

whittles stone;

but a reproached

uneasy mason


shaping evasive

ornament

litters his yard

with flawed fragments.


Loaded with mail of linked lies,

what weapon can the king lift to fight

when chance-met enemies employ sly

sword and shoulder-piercing pike,

pressed into the mire,

trampled and hewn till a knife

– in whose hand? – severs tight

neck cords? Axe rusts. Spine

picked bare by ravens, agile

maggots devour the slack side

and inert brain, never wise.

What witnesses he had life,

ravelled and worn past splice,

yarns falling to staple? Rime

on the bent, the beck ice,

there will be nothing on Stainmore to hide

void, no sable to disguise

what he wore under the lies,

king of Orkney, king of Dublin, twice

king of York, where the tide

stopped till long flight

from who knows what smile,

scowl, disgust or delight

ended in bale on the fellside.




IV.i-iii


Grass caught in willow tells the flood’s height that has subsided;

overfalls sketch a ledge to be bared tomorrow.

No angler homes with empty creel though mist dims day.

I hear Aneurin number the dead, his nipped voice.

Slight moon limps after the sun. A closing door

stirs smoke’s flow above the grate. Jangle

to skald, battle, journey; to priest Latin is bland.

Rats have left no potatoes fit to roast, the gamey tang

recalls ibex guts steaming under a cold ridge,

tomcat stink of a leopard dying while I stood

easing the bolt to dwell on a round’s shining rim.

I hear Ancurin number the dead and rejoice,

being adult male of a merciless species.

Today’s posts are piles to drive into the quaggy past

on which ìmpermanent palaces balance.

I see Aneurin’s pectoral muscle swell under his shirt,

pacing between the game Ida left to rat and raven,

young men, tall yesterday, with cabled thighs.

Red deer move less warily since their bows dropped.

Girls in Teesclale and Wensleydale wake discontent.

Clear Cymric voices carry well this autumn night,

Aneurin and Taliesin, cruel owls

for whom it is never altogether dark, crying

before the rules made poetry a pedant’s game.

Columba, Columbanus, as the soil shifts its vest,

Aidan and Cuthbert put on daylight,

wires of sharp western metal entangled in its soft

web, many shuttles as midges darting;

not for bodily welfare nor pauper theorems

but splendour to splendour, excepting nothing that is.

Let the fox have his fill, patient leech and weevil,

cattle refer the rising of Sirius to their hedge horizon,

runts murder the sacred calves of the sea by rule

heedless of herring gull, surf and the text carved by waves

on the skerry. Can you trace shuttles thrown

like drops from a fountain, spray, mist of spiderlines

bearing the rainbow, quoits round the draped moon;

shuttles like random dust desert whirlwinds hoy at their tormenting sun?

Follow the clue patiently and you will understand nothing.


Lice in its seams despise the jacket shrunk to the world’s core,

crawl with toil to glimpse

from its shoulder walls of flame which could they reach

they’d crackle like popcorn in a skillet.


As the player’s breath warms the fipple the tone clears.

It is time to consider how Domenico Scarlatti

condensed so much music into so few bars

with never a crabbed turn or congested cadence,

never a boast or a see-here; and stars and lakes

echo him and the copse drums out his measure,

snow peaks are lifted up in moonlight and twilight

and the sun rises on an acknowledged land.




Coda


A strong song tows

us, long earsick.

Blind, we follow

rain slant, spray flick

to fields we do not know.


Night, float us.

Offshore wind, shout,

ask the sea

what’s lost, what’s left,

what horn sunk

what crown adrift.


Where we are who knows

of kings who sup

while day fails? Who,

swinging his axe

to fell kings, guesses

where we go?





I.i-ii


Vantati toro, dolce tenore,

accompagna il madrigale del Rawthey,

ogni ciottolo una parte

per la tarda primavera della brughiera.

Danza sulle punte, toro,

nero contro il biancospino.

Ridicolo e leggiadro

scorrazza saltando le ombre

dal mattino al mezzodì.

Maggio sulla pelle del toro

e nella valle,

i solchi si colmano di biancospino,

lastricando la strada all’orbettino.


Un marmista ritma col mazzuolo

il cinguettìo di un’allodola,

ascoltando mentre il marmo riposa,

impone la sua legge

al bordo di una lettera,

le dita che controllano,

finché la pietra non forma un nome

che non nomina alcuno,

un uomo abolito.

Allodola penosa, che lotti per salire!

Il mazzuolo afferma grave:

Nel recesso della tomba

lui giace. Noi marciamo.




II.xv-xvii


Nessun attrezzo consunto

incide la pietra;

ma un biasimato

marmista a disagio


che evasivo forma

ornamenti

ingombra il cortile

di frammenti crepati.


Oppresso da una cotta di menzogne congiunte,

che arma può brandire il re per combattere

quando un nemico incontrato per caso usa la spada

della malizia e una picca che colpisce alle spalle,

sprofondato nella mota,

calpestato e deriso finché un coltello

– in quale mano? – recide i tesi

nervi del collo? L’ascia arrugginisce. Le vertebre

beccate a nudo dai corvi, agili

vermi divorano il fianco pigro

e il cervello inerte, mai saggio.

Cosa prova che egli ebbe vita,

troppo imbrogliato e consunto da tessere,

fili che tornano fibra? Brina

sull’erba secca, ghiaccio il torrente

non ci sarà nulla a Stainmore per celare

il vuoto, né gramaglie a mascherare

ciò che aveva sotto la cotta,

re delle Orcadi, re di Dublino, due volte

re di York, dove la marea

ristette finché una lunga fuga

da chissà che sorriso,

cipiglio, disgusto o piacere

finì nel dolore sulla brughiera.




IV.i-iii


L’erba colta fra i rami del salice rivela l’altezza della piena scemata.

I mulinelli tratteggiano rocce che affioreranno domani.

Nessun pescatore rincasa a cesto vuoto sebbene la foschia offuschi il giorno.

Odo Aneurin contare i morti, la voce raggelata.

La luna malata zoppica dietro al sole. Una porta che si chiude

rimuove il fumo che fluttua sulla graticola. Un suono aspro

per lo scaldo, la battaglia, il viaggio; per predicare il latino è blando.

I topi non han lasciato patate da arrostire, il lezzo di selvatico

ricorda budella di stambecco che fumano sotto una fredda cresta,

l’odore di gatto di un leopardo morente, mentre mollavo

l’otturatore per indugiare sul bordo luccicante di una salva.

Odo Aneurin contare i morti e gioire,

essendo un maschio adulto di una specie spietata.

I pali dell’oggi sono pilastri da conficcare in un passato melmoso

su cui poggiano costruzioni effimere.

Vedo il pettorale di Aneurin gonfiarsi sotto la camicia,

mentre passeggia fra la selvaggina che Ida ha lasciato a topi e corvi,

giovani, alti un tempo, le cosce legate.

I cervi rossi si muovono meno cauti ora che i loro archi son caduti.

Le ragazze del Teesdale e Wensleydale vegliano sconsolate.

Sonore voci cimbriche vincono questa notte d’autunno,

Aneurin e Taliesin, gufi crudeli

per i quali il buio non è mai totale,

che declamavano prima che le regole rendessero la poesia un gioco da pedanti.

Colomba, Colombano, mentre il suolo muta veste,

Aidano e Cuthbert accendono la luce del giorno,

cavi di affilato metallo occidentale imbrigliato in una soffice

ragnatela, tante spole guizzanti come moscerini;

non per piacere fisico né per meschini teoremi,

ma splendore con splendore, nulla escluso di ciò che è.

Che la volpe abbia il suo, il paziente sanguisuga e punteruoli,

che il bestiame colleghi l’ascesa di Sirio al suo orizzonte di siepi,

che gli omuncoli sopprimano le foche secondo le regole

incuranti del gabbiano errante, della risacca e del testo inciso dalle onde

sullo skerry. Puoi forse rintracciare le spole gettate

come gocce da una fontana, vapore, nebbia di tela di ragno

che sostiene l’arcobaleno, anelli attorno alla luna drappeggiata;

spole come polvere vagabonda che i turbini del deserto lanciano al sole che li tormenta?

Segui la traccia con pazienza e non capirai nulla.


I pidocchi nelle cuciture disprezzano la giacca ritrattasi al nucleo del mondo,

strisciano a fatica per intravvedere

dalla sua spalla muri di fiamme che, se avvicinassero,

li farebbero crepitare come popcorn in una padella.


Come l’alito del suonatore scalda il flauto il timbro illimpidisce.

È tempo di considerare come Domenico Scarlatti

condensasse tanta musica in così poche battute,

senza un solo passaggio stentato o un ritmo congestionato,

un esibizionismo o un’esagerazione; e stelle e laghi

gli fanno eco e il boschetto ritma le sue battute,

picchi innevati sono innalzati alla luce lunare e al crepuscolo

e il sole sorge su una terra conosciuta.




Coda


Un forte canto ci trascina,

noi da tempo assordati.

Ciechi, seguiamo

la pioggia di sbieco, il battere di spruzzi

verso campi sconosciuti.


Notte, tienici a galla.

Urla, vento di terra,

chiedi al mare

che cosa si è perduto

che corno è sprofondato,

quale corona alla deriva.


Qui dove siamo, chi sa

di re che cenano

mentre il giorno scema? Chi,

brandendo la scure

per abbattere dei re, può dire

dove andiamo?




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L’immagine in evidenza è di Francesca Coldebella Bergamin

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