Pubblichiamo un estratto di testi dal nuovo libro di Francesca Ippoliti, Appunti per una storia, uscito in questi giorni per Vydia editore.
Di uccelli e sparizioni
Una piccola pietra nel sangue segnava un confine netto tra lei e gli altri. Di notte si svegliava all’improvviso per una vibrazione appena percepibile nel vocio di sirene del televisore dimenticato acceso. Misurava la stanza a grandi passi, la sigaretta bruciante, oppure stava seduta, più spesso sdraiata, gli occhi svuotati dal conforto disgregante dello schermo. Aveva una durezza antica, una solitudine totale: era una regina-uccello lasciata sola dai suoi piccoli in volo, anche lei prossima a sparire in un azzurro fermo che le era già scivolato dentro.
Magie, tecniche, fede
Nello spazio si aprivano voragini che era il solo a notare. Tutte le sue energie morali erano comprese nello sforzo immane della dissimulazione – nascondere gli angoli ciechi della mente, la deviazione cognitiva, il difetto di presenza. Ne veniva fuori uno sguardo severo, un volto concentrato ma teso verso un mondo astratto. E poi c’era la stanchezza, l’impressione generale di un organismo che si stava consumando per un’intima tensione nervosa, per un compito durissimo che non ammetteva deroghe – come tenere viva una fiamma e la sua ombra.
Šeremét’evo
Nello scalo tortuoso di una città sconosciuta, vi vedo sparire inghiottiti dalle luci, tra i tabelloni che annunciano i prossimi voli. Mi sforzo di capire: perché siamo qui, dove siete andati, dove andrò io. E se per caso non ci fosse modo di stringervi una manica, di ritrovarvi – sussurrarvi una parola all’orecchio. Non ricordo, non riesco, non posso – ho agito con ordine, mi sono concentrata, ho respirato – e poi mi sono persa. Allora quando il telefono squilla, la sua voce arriva da lontano, tra scetticismo e incredulità: «Ma come, sei ancora lì?». So che esiste qualcosa, qualcosa che potrei dire, se soltanto capissi davvero cosa sta succedendo. Ma il senso di tutto questo mi sfugge, allora calmo il tremito della voce, dico qualche frase cordiale, spero che basti.
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L’immagine in evidenza è di Matilde Manara.




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