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This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /4

Abelardo Morell, Camera Obscura, View Outiside Florence With Bookcase (2009)

La quarta parte della conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.  Qui, qui e qui le parti precedenti.

4.

CC: Vorrei concludere con una domanda doppia.
Innanzitutto da cosa deriva, per voi, il piacere della lettura di un testo?
A seguire: quale è il vostro progetto più ambizioso, ciò che sperate di realizzare, e quale il rischio che vedete nella vostra scrittura?

MS: Mi accorgo che spesso instauro col testo un rapporto ormonale. Non posso affermare che si tratti di un processo rigorosamente uguale a sé stesso, tuttavia noto che le mie dinamiche di approccio ad un testo seguono, nei migliori dei casi, uno schema abbastanza simile: in genere la mia attenzione viene catturata da una certa fisionomia sillabica, dai tratti somatici più elementari del testo che innescano poi un moto esplorativo e desiderante al tempo stesso. Non si tratta, ci tengo a specificarlo, di un desiderio penetrativo: nel rapporto me-testo non mi pongo come parte attiva, ambisco semmai ad essere dal testo passivamente penetrato in quanto creatura sensoriale. Una volta innescato questo processo, Occhio Orecchio e Bocca si pongono come medesimo orifizio di piacere: sono i colpi fonico-retorici di un testo a far breccia. Accade poi che alcuni testi inneschino rapporti master-slave col me-lettore: sono le letture in cui il piacere scaturisce dalla sottomissione alla testualità altrui la quale rimanda un’immagine della realtà che possiamo situare al confine estremo della sopportabilità. Si tratta dei famosi testi che provocano un dolore sopportabile, una frustrazione ottimale. Il testo poetico ha secondo me una qualità imprescindibile: muta nel tempo seguendo il mutare identitario e sinaptico del lettore. Accade così che un testo, riletto a distanza di anni, stimoli zone erogene inaspettate, che non si sospettava nemmeno di avere, così come (più raro) che un testo i cui meccanismi interni ci avevano entusiasmato, col tempo ci costringa a venire a patti con una (chissà poi quanto reversibile) anedonia.
Per quanto riguarda i miei progetti di scrittura, la mia ambizione (non so quanto realizzabile) sarebbe quella di raggiungere una dimensione testuale in cui Marco Simonelli inteso come soggetto scrivente-narrante auto-auscultantesi si togliesse una buona volta dai piedi e lasciasse il posto alla necessità di esprimere gli altri. Ho fatto alcuni tentativi in questa direzione: già nei sonetti di Will, del 2006, l’attenzione era focalizzata su soggetti diversi dallo scrivente. Ne Il pianto dell’aragosta, che è uscito l’anno scorso, credo di essere pervenuto a un rigore maggiore. Il rischio è sempre e comunque il fallimento del progetto di scrittura ma trattasi di un rischio necessario, forse anche inevitabile: per adesso quasi tutti i libri che ho realizzato hanno trovato una loro ragione solo dopo aver constatato il fallimento dei progetti originali. Sviluppare un sano rapporto dialogico col fallimento mi sembra l’unico modo per proseguire.

GB: Il piacere della lettura è, in senso generale, il piacere del senso, del vedere che c’è un ordine, una narratività delle cose, una loro morale, un qualche tipo di grammatica più o meno archetipica, mitica o quant’altro, a cui ascriverne l’eventualità e le vicende, compresa la scomparsa. Quindi per me il piacere è quello del partecipare a un campo di fenomeni di senso delle cose. Più nello specifico, più nel profondo, credo, e vicino al cuore di ciò che noi intendiamo per letteratura (noi moderni, consustanziati con l’idea di linguaggio come linguaggio scritto e stampato) c’è il piacere della decifrazione, del processare stringhe di caratteri che valgono per stringhe di linguaggio naturale. Qui c’è uno dei nodi antropologici più significativi, sicuramente: un fenomeno quasi magico, quasi animistico a cui partecipiamo quotidianamente e talmente sistematicamente che, ahinoi!, non ci rendiamo conto del vero e proprio “miracolo di transustanziazione” a cui diamo luogo.
Ovviamente, il tipo e la quantità di piacere sono anche in funzione di che cosa leggo: di che tipo di testo e di quali soluzioni, immagini, forme si è dotato, di quali esperienze mi mette a disposizione.
Da una parte amo tantissimo il piacere basico della decifrazione, appunto, e quindi anche le etichette dei barattoli, i fogli di istruzioni, i volantini pubblicitari (dove può anche capitare qualche aberrazione linguistica particolarmente gustosa o rivelatrice, soprattutto errori grammaticali che però mettono alla luce relazioni semantico-sintattiche sepolte dall’uso). È lo stesso piacere che trovo, e non lo sto dicendo per il gusto del paradosso, a leggere poesia, quella vera e propria, da canone otto-novecentesco. E credo che sia ovvio il motivo. Allo stesso modo mi piace leggere uno o due paragrafi, a caso, di libri più o meno anonimi, più o meno vecchi, più o meno abbandonati dal flusso inesausto della produzione editoriale: mi danno il senso dello sforzo puntuale e congruo, anche se volatile, del dire umano.
Più di tutto mi piace la lettura (e la letteratura) fantastica, ovvero quella che lavora nella mia e nella comune fantasia e mi fa dono di una speciale esperienza del mondo. Continuo a pensare che la cosa i cui confini riusciamo a frequentare grazie alla poesia, alla lettura, alle storie, ai film e così via, sia un soprannaturale di immagini e di cose che non possono essere, se non nel dirle e nell’immaginarle. Non ho necessariamente un rifiuto per una letteratura a vocazione schiettamente realistica o per il saggio e il testo scientifico. Anzi: recentemente leggo quasi solo Luciano Canfora e saggi storici e nemmeno un po’ di fantascienza (che invece, prima, è stata la mia unica lettura per almeno due/tre anni). Anche in quei casi, però, sento di aver superato un circuito elementare di scambio e processamento di dati quando il dettato mi porta a rielaborare la mia soggettività, a fare l’esperienza di un mondo nuovo, a immaginare, fantasticare, percorrere le prospettive del campo di relazioni in cui le immagini che mi vengono passate mi hanno iscritto.
La cosa che però leggo in modo più straniante e compulsivo, oggi, è la rete, che è una spazio verbale come altri mai. Nella mia esperienza di lettore, anzi, è in corso un fenomeno particolarmente erosivo per cui, passando quasi completamente la mia lettura attraverso uno schermo, a prescindere del dispositivo a cui è applicato (tablet, telefono, computer, ereader, etc.), ho sempre più l’impressione di essere inserito in un’unica totalizzante vicenda di lettura, su un testo particolarmente frastagliato, sminuzzato, disomogeneo, incongruo eppure estesissimo, compostissimo e, verrebbe da dire, quasi morto (o non ancora vivo). La lettura digitale, soprattutto con l’elemento coatto e fittissimo degli scambi sui social network, sta avendo un effetto peculiare di rinforzo (perché ormai leggo sempre, la quasi totalità delle mie ore di veglia mi vedono intento a leggere) e, contemporaneamente, di sublimazione, come se questa lettura (appunto così dispersa, frammentata, mescolata agli altri momenti della giornata) diventasse una sorta di routine fisiologica (come il respiro, il moto, il pensiero cosciente). Confesso di seguire questo fenomeno un po’ meno serenamente rispetto a come ho seguito quello della scrittura on line ma, comunque, ne sono affascinato.
Concludo velocemente sui progetti e sui limiti (che in effetti si appaiano benissimo).
Ho sempre avuto l’ambizione di arrivare al romanzesco senza passare dalla trama e, in questo senso, l’ultima cosa che ho scritto (cioè “Quando arrivarono gli alieni”) è stato il tentativo più avanzato. Come tale, oltre a segnare sotto certi punti di vista l’ennesimo fallimento di una strategia volutamente a perdere (sono beckettiano ortodosso!), quel testo ha messo sicuramente in luce i limiti della mia scrittura. Proprio in forza delle loro ambizioni, i miei testi nascono e proliferano negli spazi della rete (essendo propriamente scritture da blog), dove il brusio dei milioni di altre narrazioni in corso sostiene la singola sequenza che metto on line (frase, paragrafo o quant’altro) e le permette una lettura carica del non letto che tuttavia la corona. Nel momento in cui si ricompongono negli spazi del codex autonomo, del volume monografico a stampa, quegli stessi testi però scoprono quasi la natura dell’appunto, della bozza, del frammento di lavoro. Per altro, la mia passione per i linguaggi tecnici e per gli elenchi non regge alla disciplina della narrazione, anche su misure ridotte, e, quindi, spesso la mia scrittura prende un sapore da pastiche, da esercitazione.
Attualmente, comunque, non ho progetti precisi e potrei anche considerare l’ipotesi che la mia vicenda scrittoria trovi qui un suo termine. Un po’ come con la lettura, forse la mia scrittura si andrà trasformando in una minuta e frammentaria attività di status, tweet e fotografie. L’ambizione più grande resta sempre quella di fare una letteratura che regga alle condizioni materiali della mia vita e questo non è detto che sia sempre possibile né, per altro, che le forme in cui nel caso avvenga siano sempre congrue, auspicabili o riconoscibili.

SB: Ho un approccio alla lettura variabile a seconda del genere, sia per concentrazione che per attitudine. Se posso parlare di “piacere” vero e proprio nel leggere narrativa o fumetti, ma anche un certo tipo di saggistica, per la poesia il discorso è più complesso. Mi trovo raramente nella disposizione mentale giusta per buttarmi su un testo di poesia, e quando lo faccio sono quasi sempre mosso da un bisogno spontaneo, da una somma di necessità e umore, e non è un caso che i libri di poesia siano gli unici che rileggo tante volte senza stancarmi. A questa base, per così dire, empatica, vanno aggiunti da una parte quello che ha già descritto perfettamente Gherardo come il “partecipare a un campo di fenomeni di senso delle cose”, dall’altra il gusto per la pura materia formale, o in certi casi anche solo linguistica, che nella poesia dovrebbe in qualche modo trovare la sua sede privilegiata. Tendo a concepire la stilistica (o meglio: l’approccio stilistico al testo) non come un sistema chiuso di catalogazione delle forme, ma come un radar dell’occhio in grado di captare le costruzioni frasali insolite, le deviazioni dalla sintassi canonica, le sottili variazioni grammaticali; il che non esclude una componente anche ludica.
Sui progetti futuri: per quanto poco interessato, per motivi già accennati in precedenza, alle varie strategie di aggiramento dell’io, mi piacerebbe gradualmente avvicinarmi a una scrittura più “aperta al mondo”, non tanto da un punto di vista storico o sociologico quanto piuttosto fenomenico. Il libro a cui sto lavorando ha un taglio introspettivo abbastanza marcato, che rischia in alcuni casi di risultare asfittico, chiuso in se stesso, senza varchi possibili, e che in definitiva lascia poco spazio a tutto ciò che non sia compreso in un’entelechia personale. È qualcosa a metà tra una scelta consapevole (che credo dia anche una coerenza interna all’insieme dei miei testi) e una condizione esistenziale di cui comincio a percepire i limiti. Vorrei, insomma, uscire dalla cameretta. Ho sempre ammirato la capacità di certi autori, specie americani, di analizzare il reale senza tradire un coinvolgimento, o una denuncia, o un ripiego autobiografico, ma al tempo stesso mantenendo un punto di osservazione soggettivo, libero dalle suddette strategie di aggiramento. Credo che sia un tipo di messa a fuoco diverso dal mio attuale, ma verso il quale mi interessa muovermi.

GM: Trovo sbagliata la formula “piacere della lettura” – credo che in questo caso, per una volta, Roland Barthes abbia contribuito a mettere in giro una sciocchezza. L’esperienza che si fa leggendo le opere che consideriamo importanti non si lascia riassumere da questa metafora percettiva. Non si esce da Guerra e pace, dalla Recherche o dalla Terra desolata provando solo piacere; se ne esce portando con sé anche passioni di altro segno: la fatica di capire qualcosa che non rientra nelle opinioni cui ogni giorno abbiamo bisogno di credere, per esempio, o il dolore di vedere che, se prendessimo alla lettera le verità che la letteratura rivela, la nostra vita ordinaria verrebbe distrutta, perché la cultura moderna ha solo risposte deboli alle domande di senso e di giustizia, e perché la grande letteratura ha l’ambizione di rivelare la realtà, mentre il genere umano non ne può sopportare troppa. Se poi si cerca anche di scrivere, come fanno quasi tutti, queste opere schiaccianti mostrano un altro tipo di miseria, quella delle nostre piccole ambizioni.
Anch’io sono affascinato dalla noosfera che il narcisismo di massa e lo sviluppo della rete ha generato negli ultimi decenni. È uno spettacolo grandioso: miliardi di persone che ogni giorno, come me in questo momento, prendono la parola per immettere discorsi nel flusso dei discorsi, esibendo il proprio ego, mostrando la pluralità degli interessi, dei mondi, dei destini personali, generando mitologie mainstream e infinite nicchie, in una metamorfosi perpetua, in un’anomia universale dentro la quale si danno momenti di aggregazione attorno a alcuni topoi, sogni, aneddoti, eroi di giornata. È l’apocalisse di una civiltà, cioè l’inizio di una civiltà nuova. Per me la grande letteratura rappresenta l’antitesi di tutto questo. Però mi rendo conto che non posso argomentarlo, non posso più richiamarmi ad alcuna evidenza estetica, etica o politica. Ciò che per me è grande letteratura per un’altra persona non è nulla, così come a me non interessano quelle storie e quelle mitologie che per quella persona sono un valore assoluto. Ognuno si tiene la propria esperienza etica o estetica; ognuno, nel flusso, riconosce i suoi.
L’opera che un giorno vorrei leggere dovrebbe dare forma a tutto questo. Dovrebbe però anche tener conto che uno stato di cose simile poggia su un fondo antropologico indipendente dalle epoche. Quest’opera potrebbe avere la forma di un romanzo, la narrativa essendo l’unico gioco linguistico che incorpora nella propria forma le strutture fondamentali della condizione umana – la condizione di individui gettati in un tempo, in uno spazio, in un sistema sociale, in una totalità sovrastante, che incrociano le proprie vite per placare l’inquietudine dalla quale sono attraversati. Ma il narratore, il personaggio e l’intreccio di un romanzo come questo sarebbero credibili solo se si adeguassero alla disgregazione del presente, a un’epoca che diffida degli interpreti, degli individui e delle trame. Non credo di saper scrivere un libro simile: non si scrive quello che si vuole. Si scrive quello che si può sperando che il risultato significhi qualcosa, che abbia valore per qualcuno.

*

Immagine: Abelardo Morell, Camera obscura, View Outiside Florence With Bookcase (2009)

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