This be the verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli /1

Joseph Kosuth - Words Are Deeds

Esce oggi la prima parte di una conversazione online sulla poesia fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli. Le domande sono a cura di Claudia Crocco.

1.

CC: Prima di iniziare questa conversazione, ho cercato e letto alcune delle vostre interviste già uscite online. Spesso vi è stato chiesto come e perché abbiate iniziato a scrivere, dunque non ripeterò questa domanda. Mi interessa sapere, piuttosto, come mai vi siete avvicinati proprio a questo genere letterario e non ad altri. Perché avete scelto il verso (o un particolare tipo di prosa, nel caso di Gherardo)?
Ogni genere letterario ha una sua logica interna, che ovviamente non esiste in modo fisso e atemporale, bensì è il risultato di una stratificazione di opere e di discorsi critici (ed estetici). Quando si sceglie un genere letterario, dunque, si aderisce a un modo peculiare di enunciare la realtà. Ma vale anche il discorso inverso: alcune forme possono essere scelte  per sovvertirne la logica interna. La storia della poesia del Novecento è ricca di casi di questo tipo. Da qui la mia domanda.

GH: La scrittura in prosa breve o addirittura in microprosa (sintagmi, frasi, nomi, parole) è stata il risultato di un percorso abbastanza lineare dalla narrazione alla scrittura on line. Il tutto avviene tra la fine degli anni ’90, quando cercavo una mia via a partire essenzialmente da Calvino e dalla dimensione “saggistica” di autori disparati come Musil o il Sanguineti poeta degli anni ’70 (faccio nomi a caso, in verità, dato che in effetti dovrei citare almeno anche Sollers, Balestrini dalla combinatoria alle lasse di Vogliamo tutto e de Gli Invisibili, Perec, Nicholson Baker e così via), e la prima metà degli anni 2000, quando faccio le prime prove con gli ipertesti e poi scopro il blog come forma generale di testo on line. Quello che vado definendo in quel percorso, in termini di poetica, è la forma della sequenza breve di prosa come unità indifferenziata di produzione letteraria, come polarità opposta al frammento e alle poetiche dell’interpretazione e dell’indicibile, come elemento modulare di un discorso che non si risolve nel testo ma che nel testo trova una sua singola implementazione, come unità testuale passepartout nello scenario sempre più compiuto di accesso generale alla sfera mediatica e alla fruizione rapida e discontinua.
L’elemento unificante e sottotraccia è sempre stata la riduzione all’essenziale come atto di moralità letteraria (sono parole di Calvino, ovviamente) e tuttavia la fascinazione per l’accumulo, l’elencazione e gli ordini, nonché quella per gli objet trouvé e per i testi extraletterari, brevissimi e onnipervasivi, come gli slogan pubblicitari, le etichette, le insegne e comunque i testi commerciali, e per quelle cose perverse e polimorfe che sono le citazioni, da libri, film, canzoni, un po’ feticcio, un po’ motto, un po’ apoftegma.
Allo stesso tempo, ha un ruolo fondamentale la modulazione del mio tempo di scrittura (e del mio tempo di vita) in funzione del passaggio dalla condizione di studente fuori corso a quella di lavoratore, che ha eletto la prosa breve, scritta in pochi minuti sul quadernetto da tenere in tasca e poi sul cellulare, sullo smartphone, magari direttamente on line, come produzione “onesta”, con le giuste stigmate della vita ai tempi del salario.

SB: Fin dall’inizio quel che mi interessava era scrivere poesia, dal momento che è stata la poesia a farmi avvicinare alla letteratura e a farmi capire alcune cose della. Appartengo a una generazione per la quale la sola parola poesia suona sbagliata, fuori moda, come se non la si potesse pronunciare se non tra virgolette, soprattutto tra gli addetti ai lavori. È pure quella generazione che con i blog ci è nata e in un certo senso li ha visti morire, o ha smesso di sentirne l’impatto. E però la parola poesia stava lì, le testualità online stavano lì, tanto che in realtà non mi sono mai sembrate troppo distanti. Questo mi ha spinto a cercare un tipo di scrittura che avesse la sostanza della prima e qualche connotato della seconda. Allo stesso tempo collocarmi nel genere poesia, piuttosto che in quello della narrativa – che comunque mi verrebbe da escludere quasi a priori, visto che ho sempre avuto dei problemi con plot e narrazione lineare -, mi permette di lavorare a testi indipendenti l’uno dall’altro, soprattutto stilisticamente, di una lunghezza variabile e più adatti che altri a una fruizione online.
Ho cominciato quasi da subito a usare molto più la prosa che il verso, sia per una maggiore libertà e naturalezza nello sviluppo del periodo, sia per una questione di una migliore “visualizzazione” del testo scritto; ma c’è anche l’influenza di autori per me importanti come Michaux e Simic. Negli ultimi anni, almeno in Italia, la scelta di scrivere in prosa ha spesso funzionato come cifra di posizionamento nel campo letterario, entrando a far parte di una rete di riferimenti, scelte di poetica, scuole abbastanza connotata: è un discorso che mi riguarda solo in parte, almeno per quanto ho scritto finora, come pure l’idea di attraversamento dei generi o del “sovvertirne la logica interna”. Ciò non toglie che non abbia, come effettivamente ho, progetti futuri di scrittura in questa direzione.

GM: Non ho mai desiderato scrivere poesie; poche cose mi hanno irritato e mi irritano di più dei poeti che si atteggiano a poeti; quando li vedo ripetere con i gesti e le parole una serie di topoi ammuffiti provo un imbarazzo profondissimo, quel tipo di vergogna che si prova quando sono gli altri a rendersi ridicoli, più intensa e pura di quella che si prova quando il ridicolo ci tocca direttamente. Alla fine dell’adolescenza, cominciando a scrivere letteratura, ho provato a mettere insieme dei romanzi, ma non possedevo né il senso del tempo come durata, né il senso degli altri come esseri reali. La mia visione del mondo era autistica ed epifanica; le esperienze che mi interessavano davvero erano poche e quasi sempre soggettive – di una soggettività senza privilegi, uguale a quella di tutti gli altri, ma che non riusciva a prendere sul serio la vita sociale comune. Tutto ciò che trascendeva i pochi attimi egoriferiti che significavano qualcosa mi pareva estraneo o vuoto: era inevitabile che scivolassi nella poesia. Però la poesia ha sempre continuato a non convincermi del tutto: mi ci sono dedicato in modo discontinuo, e solo quando pensavo di avere qualcosa da dire, quando era proprio indispensabile. Uno dei versi che mi capita di ripetere più spesso è «io mi vergogno,/ sì, mi vergogno di essere un poeta».
All’inizio degli anni Zero ho aggiunto, ai testi in versi, dei testi in prosa non-narrativa o solo parzialmente narrativa. L’ho fatto per allargare le sbarre della dizione poetica comune e perché mi interessavano delle esperienze che sfuggivano alla poesia e al romanzo così com’erano ordinariamente praticati. Ritrovavo queste esperienze in scritture che vivevano ai confini dei generi istituzionali: nei diari di Kafka, in Nietzsche, in Benjamin, in Wittgenstein, nelle pagine riflessive dell’Uomo senza qualità o della Recherche, nell’ultimo Barthes, in Fortini. Mi colpiva la struttura di un libro come L’ospite ingrato di Fortini, nel quale riflessioni e saggi si alternano alle poesie; avevo letto con interesse gli Esercizi di tiptologia di Magrelli e Ritorno a Planaval di Dal Bianco. Non conoscevo ancora i testi confluiti in Prosa in prosa né i Materiali di un’identità di Mario Benedetti; non conoscevo ancora l’opera di Carlo Bordini.
Oggi mi piace l’idea di una ‘scrittura degenere’ (credo che sia stato Cortellessa a metterla in circolo agli inizi degli anni Zero). Alcune delle opere letterarie più importanti uscite in Italia nei primi quindici anni del XXI secolo appartengono a un territorio degenere che evidentemente coglie qualcosa di assolutamente contemporaneo, qualcosa che sfugge agli stampi della poesia e del romanzo comuni. Non mi è del tutto chiaro che cosa sia implicito in questo mutamento; ci colgo però la presenza dello Zeitgeist.

MS: Credo sia un po’ controproducente concepire il poeta oggi come creatura romanticamente demodé o -peggio- a tratti fantozziana ma non trovo eccessivamente ridicolo un poeta che si atteggia a poeta (o che si sforza di aderire all’idea che di un poeta può avere una persona che non ne ha mai visto uno) né mi suscita vergogna o imbarazzo, piuttosto tenerezza. Ma è anche doveroso da parte mia specificare che io ho un senso del ridicolo molto ridotto.
Per quanto mi riguarda, la scrittura è stata e continua ad essere una pratica di ricerca. Non amo pensare alla mia produzione in versi come a qualcosa di unitario bensì come a un susseguirsi di “scritture a progetto” in cui di volta in volta la “retorica acconciata secondo musica” si organizza in forme e ritmi intuiti e dedotti dalla materia affrontata. Tendo a vedere il testo come una partitura riproducibile ed eseguibile sia mediante fonetizzazione, sia tramite la lettura silenziosa, cioè quella in cui la voce risuona esclusivamente nella mente del fruitore.
Ho avuto la fortuna (o la sventura) di iniziare a fruire di testi in versi addirittura in un’età prepuberale, durante un corso di recitazione, con un insegnante che ci propinava di tutto, da Lorenzo il Magnifico fino a Prévert. Al liceo, complice un seminario maieutico sulla parola poetica condotto da Danilo Dolci, iniziai a comprare e leggere regolarmente poesia italiana contemporanea. Il passaggio dalla grafomania derelitta e compulsiva tipica dell’adolescenza inquieta a una scelta espressiva un po’ più consapevole e -mi auguro- responsabile avvenne verso i ventiquattro anni. Già allora mi pareva però che il verso potesse, a differenza della prosa, esplorare contemporaneamente sia una dimensione conscia, oggettiva e tangibile della realtà, sia una dimensione più profonda, intuitiva e immediata. Fu questa simultaneità ad attrarmi, credo. Un maggior rigore arrivò assimilando autori come Amelia Rosselli e Pagliarani e ciò avvenne grazie all’incontro con alcuni autori ed esperienze della cosiddetta “terza ondata” e di altri contemporanei di poco maggiori di me anagraficamente. Sarebbe arduo compilare una lista sistematica di letture ed esperienze fondamentali sia perché, di progetto in progetto, tendono a ricontestualizzarsi e assumere nuovi significati, sia perché si tratterebbe di una lista impossibile da terminare. Negli anni, insieme a me, sono mutati anche ruoli, funzioni e funzionamenti della mia scrittura. Sinceramente spero che continuino a mutare. Diciamo che vorrei augurarmelo.

Immagine: Joseph Kosuth – Words Are Deeds

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