racconti

Giulia Annecca | Wu, il santone di Via Ripamonti

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Ci sono mattine che mi alzo e penso se Via Ripamonti abbia una fine. Non lo voglio sapere, è bello rubare il calore ramingo dei neon blu in un supermercato cinese, che è semper fidelis perché aperto h24 e proprio per questo semper miser madonna che tristezza e quanta bellezza, proprio perché triste. E non sono in un film di Wong Kar-wai. Fuori stride lento sulle rotaie il 24. Non ha fretta perché non ha una meta, Via Ripamonti non finisce mai, allora che senso ha accelerare? Però sì, ecco, forse un po’ di manutenzione alle rotaie. O ai freni. Boh, che ne pensi tu, Wu? Ormai ci conosciamo e mi piace tanto il suono del suo nome. Wu, gli dico, sai che ho letto da qualche parte tempo fa che il cognome Hu a Milano ha superato numericamente quello Rossi? E ho pensato due cose principalmente: uno che esiste davvero il cognome Rossi in Italia e quindi non è solo un’invenzione dei manuali di grammatica dove il signor Rossi incontra il Signor Bianchi e il Signor Rossi nella frase che ruolo ha? Ah Valentino Rossi, dici tu. Giusto. Anche lui attesta fisicamente l’esistenza di questo fantomatico personaggio grammaticale. Dicevo due ragioni. Ah sì, e due che a Milano il cognome più diffuso non è Brambilla o, che so, Fumagalli, ma proprio Rossi. Incredibile. Wu mi sorride.

A volte mi fa tenerezza su quella sedia verde di plastica dietro la scrivania ad ascoltare le mie cazzate e alle spalle a proteggerlo la Madonna. Wu non è cattolico, ma l’ha lasciata lì, in quel cantuccio ricavato fra le piastrelle bianche, dove l’ha abbandonata il proprietario precedente del locale. E quando è sera e piomba la notte col suo blu scuro, il neon della scritta TUTTO sulla vetrina dove si ammassano il tonno e i succhi di frutta YOGA irradia sulla Vergine Maria una luce soffiata (se il riso può essere soffiato, non vedo perché non possa accadere lo stesso per la luce), come se il neon starnutisse e dicesse: «Toh! Prendi un po’ di lux, non ti nascondere, fatti vedere» e io mi sento felice. Chiedo a Wu (poverocristo, devono fargli una statua, devo fargli una statua), se non lo impressioni il fatto che a Milano l’aria della sera sia buia come l’aria delle sere di tutto il mondo, ma che il cielo sia pallido come un malato terminale senza stelle. Terminale proprio perché senza stelle. Wu forse capisce, forse no, ma di certo è più avanti di me perché mi risponde: «Ma che te ne frega?» e accompagna le parole con uno scatto severo del viso, ruota addirittura la mano e la stringe italianamente a becco, quasi che la mia domanda lo indispettisca. Probabilmente ciò che lo indispone è la mia totale mancanza di praticità. Ma non è stizza, è premura paterna. Ne abbiamo già discusso ampiamente. Anche con Remigio, il signore del secondo piano del palazzone qui vicino, che come me tartassa Wu di domande sulla vita con i suoi occhi limacciosi e in mano il Tavernello. «Remigio, fai attenzione ti prego se no ti scoppia il Tavernello» lo imploro mentre rotea a pugno chiuso il vino per l’aria e pretende da Wu risposte a domande retoriche tipo: «Che sono nato a fare?»; che poi c’è da dire che se ne esce con queste sparate solo quando è davvero di cattivo umore, altrimenti è moderatamente malinconico. Come tutti i frequentatori del market di Wu. Beh ma è chiaro a questo punto che il polo di attrazione di questa periferica saudade milanese è Wu. Wu serafico che assorbe come una spugna di mare tutta la nostra eterna desolazione in questa città strana, estranea pure a chi qui ci è nato. «Andatevene allora (AAAAALOOOORA, ad essere precisi) se non ci state bene! E basta» chiosa spesso, alzandosi dalla sedia. Noi, d’altro canto, non siamo tanto scossi dal suo richiamo alla realtà quanto dal fatto che il suo culo riesca a staccarsi dalla sedia. È davvero raro vedere Wu e la sedia separati. Ahi, vuol dire che è davvero incazzato.

Il market di Wu conta, l’avrete capito, svariati aficionados. Una che mi sta particolarmente a cuore è Melina, napoletana doc(che), che ha qui a Milano anche un bel lavoro e una famiglia standard tradizionale made in Italy: marito, una figlia, un figlio e il turn over di pesciolini tartarughine e animaletti vari (tutti racchiudibili in bocce e vaschette) che ad una certa altezza della loro incerta esistenza in questo mondo attraversano la loro catabasi luciferina giù per lo scarico del water del bagno degli ospiti. Sì, Melina ha due bagni a casa sua e badate che non è scontato in questa città di usurai affittuari. Melina si rintana qui di nascosto, prende il bus fino alla fermata Zara, poi prende la gialla fino a Missori, sale in superficie e si imbosca cheta cheta nel 24, affetta l’aria con lo sguardo preoccupato di chi si sente in difetto, di chi scappa. Fa un bel po’ di strada eh, deve esserle davvero necessario sgattaiolare qui gravida di sensi di colpa per chissà cosa boh.

«Vabbè Meli’, non è che ti stai drogando o stai tradendo tuo marito o ti prostituisci o continua tu la lista di cose riprovevoli secondo te ecc ecc» le dice Gaetano, suo conterraneo, ogni volta che la vede entrare da Wu e sbattersi la porta dietro con affanno. Gaetano ha la mia età e gli occhi buoni, ci abbiamo anche provato ma siamo troppo uguali. Allora Melina risucchia Wu con le ciglia lunghe dentro le pupille sgranate, cieche per l’ansia e per la paura, Wu continua a scrivere sul quadernetto vicino alla cassa sulla scrivania e Melina si calma. Forse osservare qualcuno così a suo agio nel suo habitat la tranquillizza e la rimette al mondo. Ma no, è Wu.

«Wu, tu sei un santone», gli dico io. Non mi caga di striscio, ma sotto sotto ride.

«Sìììììì come in Ladri di biciclette» mi affianca subito Gaetano. Peccato che non sia andata in porto fra noi due.

«O Napoli velata» fa Remigio, che ci prova con Melina e pensa che citandole qualsiasi cosa riguardi l’universo partenopeo prima o poi farà breccia nel suo cuore palpitante d’angoscia esistenziale.

Devo aggiungere che siamo grandi appassionati di cinema. Di cinema e di Wuuuuu tu tu tu cipiacituWu. Non cambiare mai.

*

Immagine: Zlatko Music, City street in rain

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