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Giulia Annecca | Wu, il santone di Via Ripamonti

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Ci sono mattine che mi alzo e penso se Via Ripamonti abbia una fine. Non lo voglio sapere, è bello rubare il calore ramingo dei neon blu in un supermercato cinese, che è semper fidelis perché aperto h24 e proprio per questo semper miser madonna che tristezza e quanta bellezza, proprio perché triste. E non sono in un film di Wong Kar-wai. Fuori stride lento sulle rotaie il 24. Non ha fretta perché non ha una meta, Via Ripamonti non finisce mai, allora che senso ha accelerare? Però sì, ecco, forse un po’ di manutenzione alle rotaie. O ai freni. Boh, che ne pensi tu, Wu? Ormai ci conosciamo e mi piace tanto il suono del suo nome. Wu, gli dico, sai che ho letto da qualche parte tempo fa che il cognome Hu a Milano ha superato numericamente quello Rossi? E ho pensato due cose principalmente: uno che esiste davvero il cognome Rossi in Italia e quindi non è solo un’invenzione dei manuali di grammatica dove il signor Rossi incontra il Signor Bianchi e il Signor Rossi nella frase che ruolo ha? Ah Valentino Rossi, dici tu. Giusto. Anche lui attesta fisicamente l’esistenza di questo fantomatico personaggio grammaticale. Dicevo due ragioni. Ah sì, e due che a Milano il cognome più diffuso non è Brambilla o, che so, Fumagalli, ma proprio Rossi. Incredibile. Wu mi sorride. Continue reading “Giulia Annecca | Wu, il santone di Via Ripamonti”

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Ciro Gazzola | Racconti

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Cose da vedere

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Si erano trasferiti lì qualche settimana prima che lei scoprisse di essere incinta. La coincidenza poteva sembrare voluta, ma non lo era, anche se l’idea aleggiava nell’aria e Margherita sapeva che era soltanto questione di tempo. Ne avevano parlato, sia del trasloco che del bambino. Alla fine le due cose erano arrivate insieme.

Carlo aveva insistito per allontanarsi dalla città, che era piccola ma nondimeno lo soffocava. Aveva bisogno di spazio; era nato in campagna, voleva tornarci. Margherita non aveva trovato nulla da ridire. Anche a lei sarebbe piaciuto avere un terrazzo, un giardino, un paesaggio più ampio da osservare intorno. Era un’idea vaga, una réverie di lei che piantava fiori e li vedeva crescere dalla sua finestra, si aggirava a piedi nudi nell’erba con un annaffiatoio in mano e un cappello di paglia in testa, beveva tè fresco sotto un portico seduta a un gran tavolo di radica scura.
Così per mesi avevano vagato fra casolari spersi in mezzo alla pianura e villette a schiera in zone ancora poco edificate. Ognuna di quelle case trasmetteva a Margherita un senso di vacuità, di poca sostanza. Forse era il silenzio che le circondava, miscuglio in realtà di rumori poco abituali: il frusciare delle foglie di una siepe, un tosaerba, il grido dei corvi, il motore di una motosega in lontananza. Dopo qualche mese di ricerca – sabati e domenica passati in auto mangiando in trattorie lungo la strada, l’odore del sudore che li tormentava quando tornavano a casa la sera – avevano trovato una piccola casa ai piedi delle montagne, in un paese che ora stava rinascendo grazie a giovani coppie affamate di vita e libertà. Gente come loro, con gli stessi sogni e le stesse radici, madri e padri laboriosi e infelici da lasciarsi alle spalle. L’agente immobiliare li aveva accompagnati a vederla e, appena scesi dall’auto, aveva indicato loro le case intorno. Molte erano in via di ristrutturazione, altre – già abitate – lasciavano intravedere giocattoli abbandonati fra l’erba, altalene, tricicli, biciclette dotate di seggiolino appoggiate contro lo steccato.
Credo che questo posto sarebbe perfetto per voi, aveva detto. Molte case sono state acquistate di recente. Nel giro di qualche anno sarà un pullulare di vita, qui. Ve lo posso assicurare.
Carlo aveva sorriso. Margherita non aveva saputo trovare obiezioni credibili. Era stanca. Voleva fermarsi, riposare, essere felice. Continue reading “Ciro Gazzola | Racconti”

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Giorgio Ghiotti | Racconti

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Il nostro Sur

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A Veronica

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 *Eravamo gli unici studenti di Lettere a frequentare il corso di Letteratura ispanoamericana del professor T., Veronica ed io.
*Ci si alzava alle sei del mattino per trovare parcheggio vicino all’università, quasi sempre nel grande spiazzo davanti al Verano, nome strano per un cimitero – avevo letto in Aracoeli che «verano», in spagnolo, significa estate. Alle sette non c’erano macchine, nessuno in visita per i morti ai quali erano riservate le ore più tarde della giornata, quelle più miti. I banchi dei fiori erano aperti dall’alba; la vecchia del banco 1, se passavamo là davanti per risalire verso san Lorenzo dov’erano le aule, chiedeva “Fiori, volete i fiori, belli?” pure quando imparò a riconoscerci, tra novembre e dicembre, che l’umidità della mattina metteva nelle ossa un fastidio e fiaccava anche i muscoli e svegliava dal sonno ancora recente. Continue reading “Giorgio Ghiotti | Racconti”