racconti

Ciro Gazzola | Racconti

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Cose da vedere

*

Si erano trasferiti lì qualche settimana prima che lei scoprisse di essere incinta. La coincidenza poteva sembrare voluta, ma non lo era, anche se l’idea aleggiava nell’aria e Margherita sapeva che era soltanto questione di tempo. Ne avevano parlato, sia del trasloco che del bambino. Alla fine le due cose erano arrivate insieme.

Carlo aveva insistito per allontanarsi dalla città, che era piccola ma nondimeno lo soffocava. Aveva bisogno di spazio; era nato in campagna, voleva tornarci. Margherita non aveva trovato nulla da ridire. Anche a lei sarebbe piaciuto avere un terrazzo, un giardino, un paesaggio più ampio da osservare intorno. Era un’idea vaga, una réverie di lei che piantava fiori e li vedeva crescere dalla sua finestra, si aggirava a piedi nudi nell’erba con un annaffiatoio in mano e un cappello di paglia in testa, beveva tè fresco sotto un portico seduta a un gran tavolo di radica scura.
Così per mesi avevano vagato fra casolari spersi in mezzo alla pianura e villette a schiera in zone ancora poco edificate. Ognuna di quelle case trasmetteva a Margherita un senso di vacuità, di poca sostanza. Forse era il silenzio che le circondava, miscuglio in realtà di rumori poco abituali: il frusciare delle foglie di una siepe, un tosaerba, il grido dei corvi, il motore di una motosega in lontananza. Dopo qualche mese di ricerca – sabati e domenica passati in auto mangiando in trattorie lungo la strada, l’odore del sudore che li tormentava quando tornavano a casa la sera – avevano trovato una piccola casa ai piedi delle montagne, in un paese che ora stava rinascendo grazie a giovani coppie affamate di vita e libertà. Gente come loro, con gli stessi sogni e le stesse radici, madri e padri laboriosi e infelici da lasciarsi alle spalle. L’agente immobiliare li aveva accompagnati a vederla e, appena scesi dall’auto, aveva indicato loro le case intorno. Molte erano in via di ristrutturazione, altre – già abitate – lasciavano intravedere giocattoli abbandonati fra l’erba, altalene, tricicli, biciclette dotate di seggiolino appoggiate contro lo steccato.
Credo che questo posto sarebbe perfetto per voi, aveva detto. Molte case sono state acquistate di recente. Nel giro di qualche anno sarà un pullulare di vita, qui. Ve lo posso assicurare.
Carlo aveva sorriso. Margherita non aveva saputo trovare obiezioni credibili. Era stanca. Voleva fermarsi, riposare, essere felice.

Quando si erano trasferiti, nei primi tempi, Margherita non aveva nemmeno notato la casa davanti alla sua. Forse la colpa era da attribuire al trasloco, al caos, all’andirivieni di mobili, divani, scatoloni, attrezzi da cucina, cianfrusaglie; o magari invece era che – in mezzo a tante case in ristrutturazione, al viavai dei camion e dei furgoncini carichi di muratori rumeni, al rumore di una ruspa – tutto sembrava in via di ridefinizione, quella casa soltanto un pezzo del puzzle fra gli altri. Eppure, più tardi, quando finalmente la vide, Margherita si chiese come avesse fatto a ignorarla. Era decrepita, la tinta del muro scrostata, l’erba del giardino non tagliata, un’aria d’indifferenza cristallizzata nei balconi lasciati aperti a sbattere quando c’era vento, nelle tende scure che si intravedevano oltre le finestre sporche, nei depliant ingialliti dei supermercati nella cassetta della posta, nell’uomo che si sedeva ogni giorno in veranda a fumarsi una sigaretta.
Margherita lo osservava dalla sua finestra mentre aspettava che Carlo rincasasse. Lo vedeva uscire lasciando la porta aperta dietro di sé, sedersi su una vecchia sedia in vimini sotto il piccolo portico con le piastrelle in cotto. Le rughe gli rigavano il volto e i suoi movimenti, camminando, erano lenti, misurati sui dolori reumatici e sulla pazienza della vecchiaia. Stonava con ciò che aveva intorno: giovani mamme che uscivano spingendo carrozzine moderne, piccoli SUV a misura di neonato, grida di rondini, abbaiare di piccoli, isterici cani da compagnia. Margherita osservava le madri a spasso con i bambini sfiorandosi lo stomaco all’altezza del basso ventre. Si incrociavano sul marciapiedi, si salutavano con la mano o con un bacio sulla guancia, poi – quasi come in un rito – ognuna sbirciava nella carrozzina dell’altra, rialzava la testa sorridente, diceva qualche parola di complimento. Oltre il vetro, senza poter sentire i loro discorsi, Margherita scorgeva soltanto i sorrisi, i gesti aerei delle mani a sottolineare qualcosa di ancora misterioso per lei, le bocche che si muovevano, le teste che annuivano, annuivano continuamente. Dietro di loro, il vecchio seduto nella sua veranda sorrideva e portava la sigaretta alla bocca. Le mamme non lo guardavano neanche; pareva non appartenere al loro mondo, come una scheggia invisibile conficcatasi sotto le dita a ricordare che, da qualche parte, esiste ancora il dolore.

Il sabato, poi, gli uomini si svegliavano tardi e uscivano dalla porta sbadigliando, stendendo in alto le braccia per sgranchirsi. Le donne erano già sveglie: c’erano bambini da accudire, un’insolita aria di festa che tornava ogni sette giorni, le braciole da mettere a marinare nell’olio e nelle spezie, le salsicce da tagliare e battere fra le mani. Venivano accesi tosaerba e decespugliatori: l’odore della benzina e dei pollini invadeva l’aria; quand’era mezzogiorno si mescolava all’aroma della legna nei caminetti, della carne dei barbecue trascinati fuori dal garage e posti sui prati davanti le case, al fumo che saliva sopra le siepi e poi i tetti.
Anche Carlo aveva voluto comprare un barbecue. Vagheggiava di pranzi con amici, grandi abbuffate nei week-end d’estate. Margherita in quel periodo non sopportava la carne – forse per via della gravidanza, le aveva detto sua madre – ma non si era opposta. Come Carlo, anche lei era cresciuta con solidi valori da piccola provincia su cui però si erano andate innestando, con il tempo, tutta una serie di immagini d’oltreoceano: case uguali, villette schierate a battaglia, steccati a dividerle, un’aria di benessere che si spandeva intorno a trascinare avanti un vecchio, vago sogno di benessere. Così un sabato anche loro esposero in giardino il loro bel tavolo in legno d’abete trattato e le loro sedie di ferro con i cuscini bianchi. Carlo osservava le istruzioni del barbecue cercando di comprenderle con il suo inglese stentato. Avevano invitato i vicini, quattro coppie più o meno della loro età. Margherita aveva incontrato le donne per strada, aveva parlato con loro del bambino che sarebbe arrivato. Forse era questo a averle unite sin da subito, pensava, o forse invece era altro, il desiderio inconscio di ricostruire una qualche forma di comunità lì dove restavano soltanto le rovine di un’altra comunità che non c’era più; il vecchio, dalla sua sedia, le osservava parlare fumando placidamente la sua sigaretta.

Gli ospiti arrivarono verso mezzogiorno. Gli uomini spingevano i passeggini, le donne portavano in mano piatti di patate al forno, insalata, peperoni grigliati, una crostata. Margherita li accolse in giardino. Era a piedi nudi, sentiva il fresco dell’erba risalirle lungo le gambe fino alla colonna vertebrale. Si salutarono, si scambiarono baci sulle guance. Gli uomini si strinsero la mano, si affollarono intorno al barbecue per aiutare Carlo a accenderlo. Margherita stappò loro una birra, portò fuori un aperitivo analcolico. L’atmosfera era rilassata, priva di pericolo. Anche Margherita si sentiva in pace con il mondo, come dopo aver trovato l’ultima parola di un cruciverba.
Si sedettero al tavolo. Carlo seguiva l’andamento della carne sul fuoco, Margherita parlava con gli altri di sciocchezze: il lavoro, la ristrutturazione delle rispettive case, quanto fosse bello aver trovato un posto come quello. A un certo punto, mentre il marito di Sara si accendeva una sigaretta, a Margherita venne in mente l’uomo che viveva nella casa di fronte.
Lo conoscete?, chiese.
Sì, rispose Francesca mentre osservava il suo bambino dormire e muoveva con una mano il passeggino avanti e indietro. Sta qui da sempre. Noi siamo arrivati tre anni fa e lui c’era già. Una volta è passato di qua il fratello – sarà stato un annetto fa al massimo – e si è fermato davanti casa nostra a guardarla, così Luca l’ha salutato e si sono fermati a fare due chiacchiere. A quanto pare la casa è loro da sempre, ma ora lui si è trasferito altrove e qui è rimasto solo il fratello. È sordomuto.
Sordomuto?, chiese Margherita.
Così ci ha detto suo fratello. Forse è per quello che non ci saluta nemmeno. All’inizio pensavamo fosse scortesia, e invece…
Non lo vedo mai uscire. È sempre lì fuori, in veranda, a fumare.
So che i servizi sociali gli portano da mangiare. E una volta ho visto una signora entrare. Forse era la donna delle pulizie.
Margherita annuì. Sentiva che la conversazione si era illanguidita, ora, e che la colpa era sua. Di nuovo le capitò di provare, all’altezza dello stomaco, un segno vago di stanchezza, un’irritazione profonda ma di cui non riusciva a individuare la provenienza.
Carlo annunciò che la carne era pronta. Tutto allora riprese il suo corso: gli uomini si alzarono per andare a aiutarlo, le donne cominciarono a togliere le pellicole di plastica che ricoprivano le pentole e a appallottolarle sul tavolo, Margherita rientrò in cucina a prendere altra acqua fresca. Rialzando lo sguardo, dopo aver chiuso il frigorifero, vide il vecchio che si sedeva con lentezza sulla sua sedia a dondolo. Rimase ferma a osservarlo sfiorandosi il ventre. Sentì Carlo urlare il suo nome dal giardino. Sospirò profondamente e uscì nuovamente.

Quando il pranzo finì erano le quattro passate. Margherita raccolse le stoviglie e le portò in cucina, le sciacquò nel lavandino e cercò di farle stare nella lavastoviglie. Carlo, in giardino, ripuliva la griglia dal grasso e dagli avanzi di cibo.
Abbiamo avanzato un sacco di roba, disse rientrando in casa. Margherita era seduta al tavolo della cucina e fissava il muro davanti a lei cercando di scacciare il velo di stanchezza che le pesava sugli occhi. Sentendo la voce di Carlo si voltò. Lo vide tenere in mano, in precario equilibrio, almeno tre casseruole piene di carne e di contorni. Pensò che avrebbe dovuto fare un’altra lavastoviglie, che non avrebbero mai potuto finire tutto da soli. L’odore della carne, pungente e speziato – in qualche modo, nella sua mente, un odore sporco, le tormentava le narici e la testa.
Lascia tutto sul tavolo, disse.
Cosa ne facciamo? Buttiamo via?
Margherita si alzò e guardò la pentola: tre o quattro salsicce, due braciole, qualche costina bruciacchiata: Potrei portarle al vicino, disse.
Quale? – rispose Carlo con voce sorpresa. Quello qui davanti?
Margherita annuì. Suo marito rimase interdetto, guardò fuori dalla finestra e poi, dopo qualche istante di silenzio, si voltò a guardarla: Non mi fa piacere che tu vada da lui. Non mi piace. Non saluta mai.
È sordomuto.
Ah.
Me l’ha detto oggi Francesca.
Ho capito.
Credo sarebbe un bel gesto.
Carlo parve riflettere. Quell’uomo continuava a non piacergli, ma ora la sua idea di lui si era fatta diversa: non era un vecchio scorbutico, era un handicappato. All’improvviso apprezzò l’idea di Margherita. Era una cosa gentile. Lui adorava la sua gentilezza.
Direi che è una buona idea, le disse.
Margherita guardò fuori dalla finestra. Il portico del vecchio era vuoto.
Allora vado.
Sì. Vai.
Margherita prese un piatto e lo riempì con una braciola, una salsiccia, due costine. Aggiunse due peperoni grigliati (uno giallo e uno rosso), un po’ di pomodoro tagliato a pezzi e immerso nell’olio piccante. Nel fare tutto questo trattenne il respiro. Poi prese la pellicola trasparente e circondò il piatto. Solo allora riprese a respirare. Prima di uscire chiese a Carlo di mettere via il resto; ci avrebbero pensato più tardi.

Uscita dalla porta, percorse il giardino con il suo tavolo e le sue sedie abbandonate e attraversò la strada. Era una bella serata, l’orizzonte tinto di un rosso che si incuneava fra le nuvole trasformandole in immense sculture di fuoco. Faceva caldo e la strada era vuota. Da qualche parte, da una finestra aperta, una tv trasmetteva una partita di calcio a volume troppo alto. Margherita si diresse verso la casa dell’uomo e suonò il campanello sotto la targhetta del nome – su cui non era scritto alcun nome. Rimase lì ferma a attendere per qualche secondo prima di rendersi conto che il vecchio non poteva sentire il suono del campanello. Si chiese cosa fare: forse poteva lasciare il piatto sotto il suo portico, appoggiato sopra la sedia su cui era solito sedersi? Decise di fare così. Spinse il piccolo cancello di metallo privo di serratura e entrò in giardino. Avanzava piano. Uno spasmo di paura le invadeva lo stomaco.
Era a pochi passi dalla porta d’ingresso quando li vide: gli occhi del vecchio la guardavano da dietro i vetri sporchi della finestra. Si bloccò, fulminata dal terrore. Per un attimo le attraversò la mente l’idea di voltarsi, tornare a casa, gettare fra i rifiuti il piatto, fare finta che tutto questo non fosse successo. Ma poi vide il vecchio che la salutava con la mano e le faceva cenno di attendere. Anche Margherita sollevò la mano per salutarlo, ma lui era già sparito. Rimase lì, ferma.

Ci volle qualche secondo prima che la porta si aprisse e l’uomo uscisse. Aveva fra le mani un taccuino nero e una penna. Si avvicinò a Margherita. Quando fu a tre passi da lei si fermò, si toccò la bocca con l’indice, poi mosse lo stesso dito come per dire ‘no’. Margherita annuì e lui sorrise: Le ho portato qualcosa, disse.
Vide che il vecchio le osservava le labbra e gli tese il piatto. Lui continuava a sorridere e a fare ‘sì’ con la testa. Le fece cenno di attendere, aprì il block-notes e scrisse qualche cosa con calma e precisione, poi lo voltò per farglielo vedere: GRAZIE, aveva scritto in lettere maiuscole. Con la mano la invitò verso il portico, le indicò una delle sedie vuote accanto al tavolino. Fece il gesto di bere con la mano destra. Margherita scosse la testa, ma il vecchio continuava a muovere la mano, a dirle ‘siediti, siediti’, e poi ‘bevi qualcosa, vieni’; o almeno era così che lei interpretava quei gesti. L’uomo aveva un viso mobile che sembrava dare un tono al suo gesto, una cosa che a Margherita era sembrato d’avvertire soltanto in qualche attore di teatro o del cinema.
Alla fine annuì guardandolo, avanzò e si sedette. Il vecchio ancora una volta le chiese di attendere e rientrò in casa. Mentre lo aspettava Margherita appoggiò il piatto sul tavolino e guardò il cibo oltre la trasparenza della pellicola. Un’ondata di nausea le salì dal diaframma fino alla gola; cercò di ricacciarla indietro guardando altrove. Di fronte c’era casa sua: Margherita osservò il prato ben tagliato e le tendine gialle del soggiorno da cui poteva indovinare la presenza del divano e della tv. Vide la silhouette di Carlo, al piano di sopra, mentre si muoveva per la camera da letto; poi si concentrò sul giardino abbandonato dopo la festa. Lui, da qui, ci vede ogni giorno – pensò. Vede i nostri pranzi e le nostre cene, le feste e quando andiamo al lavoro o torniamo dal supermercato, dal parrucchiere, da un giro in montagna. Vede tutto però non sente nulla e non è parte di nulla. Con quegli sbalzi d’umore che le erano diventati così abituali con la gravidanza Margherita divenne triste.

Poco dopo l’uomo uscì con una caraffa d’acqua e due bicchieri sopra un vecchio vassoio di metallo. Lo appoggiò sul tavolo, accanto al piatto di Margherita, e poi si sedette sulla sedia dall’altra parte del tavolo. Tirò fuori dal taschino della camicia il taccuino e la penna e, sempre con enorme lentezza, scrisse: MI CHIAMO LEOPOLDO. Scriveva lasciando molto spazio fra una lettera e l’altra, come dovevano avergli insegnato a scuola molto tempo prima. Margherita prese la penna e, sotto le sue parole, scrisse: io sono Margherita.
Leopoldo lesse, fece sì con la testa e poi indicò qualcosa nel prato. Lei si voltò a guardare e vide alcune piccole margherite selvatiche che crescevano fra l’erba alta. Sorrise e annuì. Lui guardò il piatto che le aveva portato e fece un ampio gesto rotondo nell’aria con la mano sinistra: BUONO!, scrisse sul taccuino, poi con l’indice indicò il tavolo nel giardino di lei, le sedie, il barbecue. Si toccò il naso, fece di nuovo quel gesto circolare e contrasse la bocca con soddisfazione. Margherita comprese che l’odore della carne doveva avergli tenuto compagnia per tutta la giornata.
Mi dispiace di non averla invitata, scrisse dopo avergli chiesto il taccuino e la penna.
‘No, no’, si schermì lui con la testa: VOI SIETE GIOVANI, IO SONO VECCHIO
Da quanto vive qui?
SEMPRE
Le piace?
Il vecchio fece ‘così così’ con la mano, poi la pregò nuovamente di attendere e rientrò in casa. Margherita si versò un po’ d’acqua e la bevve a piccoli sorsi, cercando di calmarsi. Era buona, fresca, priva d’odori. Leopoldo tornò con un libro in mano e lo porse a Margherita. Era una vecchia guida sulle meraviglie dell’India. Sul frontespizio si vedevano alcune piccole fotografie: un immenso fiume, il Taj Mahal, alcune donne sorridenti avvolte in sari variopinti.
VORREI ANDARE QUI
Davvero?, scrisse Margherita. Leopoldo annuì.
Perché?
Fece un movimento con gli occhi che sembrava dire ‘non so’, riprese la penna dalle mani di Margherita e sembrò riflettere: COSE DA VEDERE, scrisse, e poi puntò il dito verso la foto del fiume, del mausoleo, infine delle donne. Margherita annuì, come se avesse capito.
Anche qui ci sono tante cose da vedere.
NO. QUESTO L’HO VISTO TUTTO, scrisse lui, e stavolta con la mano fece un gesto teatrale, a ventaglio, tutt’intorno. C’era la strada silenziosa, i giardini ben curati, il rumore della partita, le grida delle rondini, la vista di casa sua. Questo, pensò Margherita d’un tratto, questo e nient’altro.
Magari un giorno… , scrisse allora calcando la penna sui tre puntini di sospensione.
Leopoldo rise, una risata strana e gutturale che arrivava non si capiva bene da dove. Con le mani fece cenno a Margherita di guardarlo: VECCHIO, scrisse. Margherita sorrise e lui le sorrise di rimando. Si stava facendo buio. Erano lì da quasi mezz’ora. Margherita vide Carlo uscire sul portico della loro casa e guardarla da lontano come a chiederle cosa stesse facendo ancora lì. Si voltò verso il vecchio con l’intenzione di salutarlo. Lui la guardava attentamente. Indicò il suo ventre e poi scrisse: QUANTO? SPAVENTATA?
Margherita alzò sei dita, poi rifletté per un istante sulla seconda domanda. Sì, era spaventata. Una cosa che non ho mai visto, scrisse e si sfiorò lo stomaco.
Leopoldo la fissò sorridendo. Riprese il block-notes e scrisse: POSSO?, indicando la sua pancia. Margherita non sapeva. Non aveva permesso a nessuno di toccarla, nemmeno a Carlo. Le mancava il fiato quando qualcuno le si avvicinava troppo; anche con suo marito, talvolta, doveva sforzarsi per permettergli il contatto. Alla fine annuì, e annuendo le parve di arrendersi a una forza più grande. Il vecchio avvicinò la mano al ventre di lei continuando a guardarla negli occhi. Aveva mani grandi, le vene bluastre in rilievo. Con delicatezza appoggiò le dita sullo stomaco e rimase fermo così per qualche secondo. Margherita sentiva un’ondata di calore – o era forse vergogna? – risalirle dall’esofago fin lungo la gola. Poi lui allontanò la mano e sfregò i polpastrelli fra di loro. Prese la penna e scrisse: TANTE COSE DA VEDERE. TU. LUI, ANCHE.
Margherita lesse le parole sul taccuino che lui le tendeva. Sentì una tensione sciogliersi, ma non avrebbe saputo dire da dove si originasse quell’improvvisa ondata di certezza. Il vecchio le sorrideva, Margherita invece avrebbe tanto voluto piangere.
Più tardi, quella notte, si alzò per andare in bagno e – guardando fuori dalla finestra – vide le luci del portico fuori dalla casa di Leopoldo accese. Scese in cucina a bere un po’ d’acqua e scostò le tendine. Il vecchio era seduto alla stessa sedia che aveva occupato lei qualche ora prima, intento a leggere. Margherita immaginò si trattasse della guida dell’India.

Per qualche giorno, dopo quella notte, Margherita non pensò più a Leopoldo. Aveva forti capogiri e una grande stanchezza. Il medico le consigliò di stare ferma a letto e poi, dato che stanchezza e vertigini non passavano con gli integratori che le aveva consigliato, ordinò di ricoverarla.
Margherita passò gli ultimi due mesi di gravidanza in ospedale. Lì, sola, preda di uno stordimento che talvolta non le lasciava nemmeno la forza di pensare, qualche volta le sovveniva la figura del vecchio che leggeva nel suo portico. Guardava fuori dalla finestra della sua stanza al settimo piano, dove c’era soltanto il cielo che, con la fine dell’estate, si faceva buio sempre più presto. Il languore dell’autunno era nell’aria ma lei, lì dentro, lo avvertiva appena, di riflesso. Solo quelle poche volte in cui si sentiva in forze e usciva con Carlo nel piccolo giardino dell’ospedale… ecco, allora sì: la invadeva un senso di fine incipiente e guardando il suo stomaco si sentiva vecchia. In quei momenti si ritrovava il sorriso di Leopoldo davanti agli occhi e si chiedeva: Anche lui, che non sente, sentirà il tempo? E se sì, come sarà sentire il tempo che passa se non si può avvertirne i suoni?
Le attraversava la mente il pensiero che Leopoldo possedesse una qualche forma di purezza che a lei era negata: non aveva conosciuto il passaggio dal vecchio drin del telefono fisso alle suonerie dei cellulari, gli era sfuggito il rumore cambiato delle auto per la strada, era rimasto indifferente alla musica, agli spot, anche alle assurde melodie dell’ascensore grazie al quale – Carlo al fianco per sostenerla – stava ora tornando nella sua stanza. Anche quando era lì avvertiva suoni che la costringevano a affrontare il presente e il futuro: venivano dal corridoio – quelli del presente, e dal suo ventre – quelli del futuro.

Un giorno Carlo arrivò con un piccolo pacco sottobraccio.
Per te, le disse porgendoglielo.
Margherita lo prese fra le mani. Era avvolto in semplice carta da pacchi. Strappò con cura lo scotch sul retro e estrasse un libro. Era una vecchia guida dell’India.
Me l’ha dato il vicino di fronte, disse Carlo. Non mi ha detto perché, chiaramente…
Rise, quasi avesse fatto una battuta. Margherita invece restò in silenzio. Sul frontespizio, a lettere maiuscole, era scritto: COSE DA VEDERE.

*

Mattia nacque di notte, in anticipo di quindici giorni. Era tutto rosso e sembrava arrabbiato. Quando l’ostetrica lo mise fra le braccia di Margherita lui continuò a urlare; lei comprese all’improvviso che sarebbe stato il suono che l’avrebbe accompagnata per tutto il futuro prossimo.
Si sentì improvvisamente meglio. Le vertigini scomparvero. Il giorno dopo si svegliò riposata e serena. Allattò per la prima volta il bambino, che sembrò comprendere sin da subito il principio meccanico che stava dietro a quel movimento. Chiese di essere dimessa il prima possibile. Voleva tornare a casa, riprendere la costruzione di una vita. I dottori non videro ragioni per non lasciarla andare.

Tre giorni dopo il SUV di Carlo percorreva lentamente la strada che portava a casa loro. Margherita si guardava intorno, meravigliata di come l’autunno avesse svuotato gli alberi dalle foglie, di come i giardini sembrassero vuoti senza le sedie da giardino, gli sdraio, i barbecue, gli ombrelloni. Era il primo autunno che passavano lì e Margherita rimase stupita dal cambiamento che osservava, come se l’autunno avesse spogliato il quartiere della scenografia che gli era propria, lasciando intravedere le impalcature sghembe che lo sostenevano. Le pareva di essere partita per un lungo viaggio e di tornare ora cambiata, più adulta e consapevole di ciò che aveva intorno. Cercò con gli occhi la casa di Leopoldo, prima ancora di guardare verso casa sua. Vide che i balconi, per la prima volta, erano chiusi, le sedie sotto il portico rimpiazzate da alcune taniche di colore bianco; dei ponteggi nascondevano un lato della casa e si inerpicavano lungo il tetto coperto da grandi teloni di plastica.
Che è successo?, chiese a Carlo.
Non so. Credo che il fratello abbia deciso di metterlo in una casa di riposo. Francesca mi ha detto che hanno già venduto la casa. Dovrebbe venire a starci una coppia di Verona.

Carlo continuò a guidare senza guardarla. Non sembrava dare troppa importanza a quello che le aveva appena detto. In cuor suo ne era felice: la casa sarebbe stata ristrutturata, il quartiere avrebbe acquistato valore, magari i nuovi arrivati sarebbero stati persone simpatiche con cui stringere amicizia. Margherita continuò a osservare la casa del vecchio mentre si avvicinavano al loro vialetto. Mattia si mosse fra le sue braccia, emise un piccolo gemito assonnato, poi tornò a calmarsi.
Sai dov’è andato?, chiese lei.
Chi?
Il vecchio.
No. È arrivato un furgone, hanno caricato tutto e sono andati via. Qualche ora dopo è venuto da me e mi ha dato il libro che ti ho portato. C’era una macchina sul suo vialetto. Credo fosse suo fratello.
Ma non sai dove l’hanno portato.
No, non lo so proprio.

Parcheggiarono. Carlo aiutò Margherita a scendere dall’auto e aprì la porta di casa per lasciarla passare. Entrarono. Appena la porta si chiuse alle loro spalle Margherita fu presa da una profonda stanchezza. Andarono di sopra, appoggiarono Mattia nella sua culla e ridiscesero in salotto. Seduta sul divano, il braccio di Carlo sulle spalle, Margherita guardava fuori dalla finestra verso il portico del vecchio mentre il telegiornale della sera trasmetteva le notizie. Vide una figura sotto un lampione, per strada; gli apparve come il messaggero di una qualche notizia, un promemoria di ciò che andava fatto: scoprire dov’era Leopoldo, andare da lui, dirgli che aveva ricevuto il libro, che avrebbe seguito il suo consiglio, avrebbe cercato di vedere tutto ciò che era possibile; respirò. Le sembrava che quella fosse la cosa giusta da fare. L’unica. La tv continuava a gracchiare ma Margherita non l’ascoltava. Pregustava il sonno, il risveglio, l’inizio. Pensava a domani, a Mattia, a una nuova vita piena di nuove cose.

*

Ma il domani viene per piccole scosse improvvise, sussulti e soprassalti, risvegli improvvisi, pianti. Margherita non dorme. Mattia piange; lei si alza, va alla sua culla, lo tiene in braccio finché non si riaddormenta, gli dà da mangiare quando necessario. Ogni volta che si stende di nuovo nel letto sente la preoccupazione avvolgerla sopra come un drappo; la guida sull’India è lì, sul comodino, e la guarda restare sveglia fino al mattino. Allora suona la sveglia. Carlo si alza, scende in cucina, fa colazione e sale a darle un bacio prima di andare al lavoro.
Quando si alza Mattia piange di nuovo. Margherita lo prende in braccio e scende le scale, lo culla cantandogli le canzoni che sua madre un tempo le ha cantato. In un angolo della sua mente c’è, come un ticchettio lontano, il proposito della sera prima: prendere il telefono, chiamare le sue vicine, chiedere se qualcuna abbia il numero del fratello di Leopoldo, scoprire dov’è stato portato. Ma ogni volta che pensa di cominciare quella trafila viene sommersa da una fatica schiumosa; e allora torna a cullare Mattia, a cantargli canzoni, a dirsi: lo farò più tardi. Nel pomeriggio, certo. Nel pomeriggio.

Invece Carlo torna a casa prima, la bacia sulla guancia e si occupa di Mattia mentre lei prepara la cena. Con l’accostarsi del buio Margherita sente allora la sua irrequietezza calmarsi e scivolare lontano. Ormai è tardi. Farà domani. La guida dell’India è sempre di sopra, accanto al letto. Si ripromette di andarla a prendere dopo aver mangiato, di sfogliarla seduta sul divano.
Dopo cena Carlo lava i piatti. Margherita si sente immensamente stanca. Sa che qualcosa non è stato fatto, ma comincia a sfuggirle l’importanza della cosa. Come una bolla che le risale dentro il cervello e di colpo esplode; allora si ricorda di tutto ciò che ha intorno: una casa, un uomo, ora anche un bambino. Prova una sorta di nostalgia, ma orientata in senso contrario – verso il futuro – e si chiede perché. Non sa. La tv ancora gracchia, lei è stanca, l’India è lontana. Margherita si sistema meglio sul divano, appoggia la testa sulla spalla di Carlo che è appena arrivato a sederle accanto. Vuole dimenticare. Ci sono davvero troppe cose da vedere. Forse ce ne sarà anche il tempo: sì, ma sarà domani. Oggi no. Oggi è molto stanca. La guida dell’India rimane chiusa, le sue bellezze non sfogliate. Stasera è davvero molto stanca.

*

Poi quella guida passerà dal comodino alla libreria in salotto, dalla libreria alla cantina, dalla cantina a una vendita di beneficenza in favore dell’asilo che Mattia ormai frequenterà. Quando arriverà nelle mie mani e io scriverò queste parole Margherita avrà visto molte cose, ma non quelle che voleva. Di Leopoldo, invece, non avrà più saputo niente.

*

Immagine: Garry Winogrand, Albuquerque, New Mexico (1958)

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