editi, inediti

Emmanuel Hocquard, Elegie (I parte)

_c_Alexandre_Delay_Table_12_1988

traduzione e premessa di Marco Villa

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Può sorprendere, da un autore che ha avuto modo di liquidare la nostalgia come una “forma strisciante del risentimento”, avverso a qualsiasi espressione di lirismo narcisistico, veder pubblicato un libro di elegie. Resta da vedere di che elegia si tratti. L’elegia classica, per esempio, è riconducibile secondo Hocquard allo schema-base “ah! —-> hélas!”, vale a dire: ho gioito – il tempo è passato – soffro perché ho perso quel momento di gioia. Ma se il momento di pienezza non c’è mai stato? Se il passato (poco importa ormai se individuale o collettivo) non è che un ammasso di detriti sparpagliati? Ecco che allora vediamo in atto nelle Élégies (P.O.L. 1990, recentemente ristampate per Gallimard) un’operazione inversa. Non disperazione per ciò che c’era ed è perduto, non lamento perché Cinzia si è rivelata decisamente frivola o perché mi trovo esiliato da Roma; al contrario un lavoro di montaggio che a partire da quei frammenti di aneddotica personale e grande storia dia luogo a configurazioni di senso quanto meno plausibili.

Queste configurazioni non devono obbedire a un ordine anteriore in grado di legittimarle, proprio perché quell’ordine e quella pienezza non sono mai esistiti. Il senso non è garantito da un contesto scomparso, ma è tutto da inventare, singola connessione per singola connessione. Ma se le cose stanno così, perché proprio all’elegia è affidato il compito costruttivo? Detto altrimenti: se la nostalgia si rivolge a un vuoto, cosa resta? La nostalgia, appunto:

Ce qui devint un jour tout à fait nécessaire
Car de telles dispositions d’esprit
Conduisaient tout droit aux âpres nostalgies

Dell’elegia Hocquard conserva la disposizione psicologica fondante, che diventa il veicolo necessario per un ritorno attivo e non più reattivo su un passato in schegge. Rimpianto di nessun oggetto, nostalgia di nulla: nostalgia che non è più nostalgia-di, ossia lo stato d’animo che riattiverebbe l’elegia tradizionalmente intesa, forma tra le meno credibili oggi. Ma la nostalgia pura libera questo sentimento dalle zavorre che l’hanno reso parodiabile, ridonandogli un’insospettata positività creativa.

Quella che segue è una traduzione della prima delle sette elegie che compongono il libro.

*
*

I

L’autunno venne la notte del cinque agosto,
Probabilmente coi primi chiari del mattino
Quando il cielo si copre di sale
E si rovescia in un invalicabile presente
A margine del sonno.

Su questi brevi spazi disillusi,
Più vecchi dell’alba di una qualsiasi estate
Dove quasi pensavamo che i va-e-vieni sarebbero finiti
(E tuttavia, quanti anni ci sono voluti per situarla
Come il preciso istante in cui il fiume è davvero
*          *fiume),
Il tempo non ha cambiato nulla, anzi,
Tranne nelle vene indifferenti
La risacca ravvivata delle prime discordanze.

Ma qui non conta niente la misura
Che prende del suo viaggio il mercante,
Sarto-bottegaio assiduo dei moli,
Assicurato il carico d’olio o di stoffa
In questo scalo e in quel registro
– sì, là, quello nero, a portata di mano, ecco –
Al ritmo delle gialle gru di ferro e dei paranchi.

Spettacolo vecchissimo e ancora comprensibile
Eppure così nuovo in qualche modo.

Eppure là, là bisogna riconoscere
*          *che il tempo non avrà intaccato nulla.
Tutto è anzi terribilmente
*          *intatto.
Chi parlerà di ricordarsi adesso?
Perché è qui, non altrove;
Ora e così,
Né prima né mai altrimenti. Per esempio
*          *un mattino di settembre…

Ma il tempo non è il punto.

*

II

Da quando abbiamo lasciato dormire il vecchio maestro di scuola
All’ombra di arbusti verdi
*          *o canne (cimitero di una cincia)
– Il che divenne un giorno del tutto necessario
Perché simili disposizioni d’animo
*          *conducevano dritte alle aspre nostalgie –
Un’altra cosa ondeggia sotto la lampada
*          *e questo:

Qualcosa su cui far luce una volta per tutte
A dispetto dell’odore di petrolio e di terra bagnata
*          *nelle scatole di latta
Dove povere bocche di leone fiorivano
(Allusione, credo, alla baracca di legno
Del noleggiatore di bici, che incrociavate la sera
*          *sulla strada del ritorno;
O magari anche, benché in tutt’altre circostanze,
All’argenteria per il tè servito sotto il falso pepe)…

No, qua e là è ancora un po’ del silenzio
*          *o del rumore che lasciava lui, il mare
Vertiginoso, portando dritto al tappeto profumato
*          *degli aghi di pino.

Dire a chi di guardare? Eppure guarda
Questo angolo di terra mezzo-desolata mezzo-sorridente,
Questa specie di aurora che scorreva tra i fuochi
*          *(piccole querce e carbone di legna)
Là dove di certo non è mai successo
*          *altro
Che la pioggia in inverno e la fecondità
*          *del fico,
Per non parlare delle nascite e delle morti
*          *irrevocabilmente perse alla storia.

Ora la tengo sotto gli occhi
*          *la distanza
Fissa come il grido che lancia dietro di sé
La poiana nell’abbandono alla sorpresa ascensionale.
Da qualche parte una via si riempie di sole
E da lì sapete che il mare, tra i gerani,
*          *è al culmine blu-calcinato della città,
Cupo scintillamento contro la schiena degli asini
*          *della clinica veterinaria.

Tu puoi venire. Perché non sarai mai
*          *altrimenti.
Insieme fumeremo sigarette alla menta
Guardando salpare un altro traghetto.
Poi, dopo questo, vedremo.

*
***
*

I

L’automne vint dans la nuit du cinq août,
Probablement avec les premières clartés du matin,
À l’heure où le ciel se couvre de sel
Et bascule dans un infranchissable présent
En marge du sommeil.

Sur ces courts espaces sans illusion,
Plus anciens que le petit jour de n’importe quel été
Où l’on pouvait penser qu’allaient cesser les va-et-vient
Et qu’il a pourtant fallu mettre tant d’années à situer
Comme le moment précis où la rivière est vraiment
*          *rivière,
Le temps n’a rien modifié – au contraire –
Sinon ravivé dans les veines indifférentes
Le ressac des premières discordances.

Mais elle n’a pas sa place ici la mesure
Que prend du voyage le marchand,
Tailleur-boutiquier habitué des docks,
Une fois assurée la cargaison de toile ou d’huile
Dans ce port-ci et dans ce registre-là
– oui, là, le noir, à portée de la main, voilà –
Au rythme des grues de fer jaunes et des palans.

Très vieux spectacle encore intelligible
Et cependant si nouveau en quelque sorte.

Et là cependant, là il faut bien reconnaître
*          *que le temps n’aura rien usé.
Tout est au contraire toujours terriblement
*          *intact.
Qui viendrait parler de se souvenir ?
Puisque c’est ici, non ailleurs;
Maintenant et ainsi,
Ni avant ni jamais autrement. Par exemple
*          *un matin de septembre.

Mais le temps n’est pas la question.

*

II

Depuis que nous avons laissé dormir le vieux maître d’école
Dans l’ombre des arbrisseaux verts
*          *ou les roseaux (cimetière d’une mésange)
– Ce qui devint un jour tout à fait nécessaire
Car de telles dispositions d’esprit
*          *conduisaient tout droit aux âpres nostalgies –
C’est autre chose qui flotte sous la lampe
*          *et ceci :

Quelque chose à élucider pour de bon
En dépit de l’odeur du pétrole et de la terre mouillée
*          *dans les boîtes en fer
Où fleurissaient de pauvres gueules-de-loup
(Allusion, je pense, à la baraque en planches
Du loueur de bicyclettes que vous croisiez le soir
*          *sur le chemin du retour ;
Ou peut-être aussi, quoique dans de tout autres                                                                                                                                                               [circonstances,
À l’argenterie pour le thé servi sous le faux-poivrier)…

Non, ça et là c’est encore un peu du silence
*          *ou du bruit qu’elle laissait, la mer
Vertigineuse, menant droit au tapis odorant
*          *des aiguilles de pins.

À qui dire de regarder? Regarde pourtant
Ce coin de terre mi-désolée, mi-souriante,
Cette sorte d’aurore qui ruisselait entre les feux
*          *(petits chênes et charbon de bois)
Là où assurément il ne s’est jamais rien passé
*          *d’autre
Que la pluie en hiver et la fécondité
*          *du figuier,
Sans parler des naissances et des décès
*          *irrévocablement perdus pour l’histoire.

À présent, je la tiens sous mon regard
*          *la distance
Fixe comme le cri que jette derrière elle
Une buse s’abandonnant à la surprise ascensionnelle.
Quelque part une rue se remplit de soleil
Et vous savez par là que la mer, entre les géraniums,
*          *est à la pointe bleu calciné de la ville,
Sombre scintillement contre le dos des ânes
*          *de la clinique vétérinaire.

Tu peux venir. Puisque tu ne seras jamais
*          *autrement.
Ensemble nous fumerons des cigarettes à la menthe
En regardant partir le deuxième ferry-boat.
Après cela nous verrons bien.

*
*
*

Immagine: Alexandre Delay, Table XII. Collage de photographies n/b, 1988

 

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