Marco Malvestio, Traduzioni da Anne Michaels


premessa e traduzioni di Marco Malvestio


Ho amato Anne Michaels appena ho aperto Fugitive Pieces, il suo primo romanzo, e ho immediatamente desiderato leggere le sue poesie; e come le ho lette, ho desiderato tradurle. Credo si traduca per amore, appunto: perché si vuole approfondire un testo e il suo meccanismo, quindi, ma anche perché si vuole, possessivamente, fare suonare la propria voce insieme a quella dell’autore. Accordare la mia voce a quella di Anne Michaels per me ha significato prendermi molte libertà. Dei versi sono stati omessi, spezzati, condensati, male interpretati volontariamente o involontariamente, per rendere queste traduzioni qualcosa di più di una traduzione letterale. Allo stesso tempo, sono traduzioni, e non versioni: di mio non ho aggiunto niente.


Da The Weight of Oranges (1986)


Nothing moved except a green fern pushing its way out of a jar.
In our house, truths were told in the kitchen,
always in the hum of the fridge and in half darkness:
early evening, with what was left of light gathered on rims of things,
or in the pale vibrato light before sunrise
after we’ left our warm bed
and made our way to the kitchen table.

That summer we sat on the porch as if waiting,
as if we knew it was ending.
We waved to Anna, sixteen, in white shorts and sneakers,
already halfway down the street and not looking back.
She flew like a moth into those soft evenings,
restless in the strange mixture
of twilight and the light of streetlamps.

One night we drove to the lakeshore,
past the powerful debris at the harbour,
rows of bins and trucks, train tracks, factories.
Past places we never see inside of.
We watched the water until midnight
and never knew Anna was with us,
calling out in the fish-burnt air,
calling from the shiny embrace that closed around her as it opened.
No one heard.
Boat lights on the surface like the rim of light beneath a door.

She floated, rigid as driftwood to the rim of the lake.
Two miles from where we sat, in the night’s slow annulment of colour,
gulls like winter breaths close to the water.

Endings concur: a crossroad.
Grief strikes where love struck first.
Our last morning together we sat with Anna’s family in dark rooms.
We watched her mother put a sweater in the coffin.
These are endings that bind,
love still alive, squirming in the rind of the heart.

A voice we don’t recognize calls up from ourselves.
We move in closer, trying to make out the words.
That begins love, or ends it – we start to make out the words.
We give to save ourselves. We forgive to save ourselves.

We recognize death and love when we start calling them names.
Each other’s.
The name of a young girl turned ugly by our deafness.



La felce che un poco alla volta
strisciava fuori dal vaso –
non si muoveva nient’altro.
Le confessioni, da noi, si facevano
tra la penombra e il ronzare del frigo
in cucina: nel poco di luce
che resta aggrappato alle cose
la sera presto, o nel vibrato pallido
prima dell’alba e della colazione.

Quell’estate sedevamo sotto il portico
come presagendo la sua fine
e salutavamo Anna, sedici anni,
sneakers e shorts bianchi,
di fretta, ormai a metà della via.
Volava in quelle sere delicate
come una falena, irrequieta
nell’alone dei lampioni e del tramonto.

Una notte guidammo fino al lago,
oltre la discarica del porto,
le rotaie, le fabbriche, i container.
Guardammo l’acqua fino a notte fonda
senza sapere che Anna era con noi,
che gridava nell’aria salmastra,
che gridava in quell’abbraccio luccicante
che, così come si era spalancato,
si era chiuso su di lei.
Nessuno sentì niente.
Fari di navi sulla superficie
come luce nello spiraglio della porta.

Galleggiava sul lago come un tronco.
A due miglia da noi, nell’annullarsi
lento dei colori nella notte,
i gabbiani si affollavano sull’acqua.

I finali concordano: un bivio.
Il dolore colpisce dove prima
aveva colpito l’amore.
Quella mattina, la nostra ultima insieme.
sedemmo con la famiglia, in stanze buie,
di Anna, guardammo sua madre
lasciarle un maglione sulla bara.
Ci imbarazzano, certi finali,
l’amore è ancora vivo e si dimena
sotto la superficie del cuore.

Una voce ci riscuote
che non riconosciamo.
Andiamo più vicini, tentiamo
di distinguere bene le parole.
È questo che fa cominciare
o finire l’amore: cominciamo
a capire le parole.
Per salvarci doniamo e perdoniamo.

La morte e l’amore li riconosciamo
quando li impariamo a nominare:
ciascuno con il proprio
nome, ciascuno col nome dell’altra.
Il nome di una ragazza che la nostra
sordità ha reso odioso.


The Weight of Oranges

“Now I lodge in the cabbage patches
of the important…
Not much sleep under strange roofs
with my life far away…”

– Osip Mandelstam

My cup’s the same sand colour as bread.
Rain’s the same colour of a building across the street,
its torn red dahlias
and ruined a book propped on the sill.

Rain articulates the skins of everything,
pink of bricks from the fire they baked in,
lizard green leaves,
the wrinkled tongues of pine cones.
It’s accurate the way we never are,
bringing out what’s best
without changing a thing.
Rain that makes beds damp,
our room a cave in the morning,
a tent in late afternoon,
ignites the sound of leaves we miss all winter.
The sound that pulled us to bed…
caught in the undertow of wind in wet leaves.

I’m writing in the sound we woke to,
curtains breathing into a half-dark room.

I’m up early now, walking.
Remember our walks, horizons like lips
barely red at dawn,
how kind the distance seemed?
Letters should be written to send news, to say
send me news, to say
meet me at the train station.
Not these dry tears, to honour us like a tomb.
I’m ashamed of our separation.
I wake in the middle of the night and see “shame”
written in the air like a Bible story.
I dreamed my skin was tattooed,
covered with the words that put me here,
covered in sores, in quarantine—and you know what?
I was afraid to light the lamp and look.

Your husband’s a good builder—I burned
every house we had,
with a few words to start the flames.
Words of wood,
they had no power of their own.
“The important” gave them meaning
and humble with gratitude
they exploded in my face.

Now we’re like planets, holding to each other
from a great distance. When we lay down
oceans flexed their green muscles,
life got busy in the other hemisphere,
the globe tilted, bowing to our power!
Now we’re hundreds of miles apart,
our short arms keep us lonely,
no one hears what’s in my head.
I look old. I’m losing my hair.
Where does lost hair go in this world,
lost eyesight, teeth?
We grow old like rivers, get shrunk and doubled over
until we can’t find the mouth of anything.

It’s March, even the birds
don’t know what to do with themselves.

Sometimes I’m certain those who are happy
know one thing more than us… or one thing less.
The only book I’d write again
is our bodies closing together.
That’s the language that stuns,
scars, breathes into you.
Naked, we had voices!

I want you to promise
we’ll see each other again,
you’ll send a letter.
Promise we’ll be lost together
in our forest, pale birches of our legs.

I hear your voice now—I know,
everyone knows promises come from fear.
People don’t live past each other,
you’re always here with me. Sometimes
I pretend you’re in the other room
until it rains… and then
this is the letter I always write:
The letter I write
when they’re keeping me from home.
I smell your supper steaming in the kitchen.
There are paper bags on the table
with their bottoms melted out
by rain and the weight of oranges.


Il peso delle arance

“Now I lodge in the cabbage patches
of the important…
Not much sleep under strange roofs
with my life far away…”

– Osip Mandelstam

La mia tazza ha il colore del pane e della sabbia,
la pioggia, dello stesso
colore del palazzo qui di fronte,
ha sciupato le dalie rosse ed un libro
lasciato sul davanzale.

La pioggia fa parlare
la pelle di ogni cosa,
il rosa fiamma del mattoni appena cotti,
foglie verde lucertola, le lingue
contorte delle pigne.
È precisa come noi non siamo mai,
tira fuori il meglio di ogni cosa
conservandola intatta.

Il nostro letto con la pioggia si fa umido
e la stanza diventa una caverna
al mattino, una tenda al pomeriggio:
la pioggia accende il suono del fogliame
che manca per tutto l’inverno – il suono
che ci chiama fuori dal letto…
Catturati dal vento con le foglie

Scrivo ascoltando lo stesso
suono che ci svegliava, nel respiro
delle tende nella stanza mezza buia.

Mi sveglio presto, di recente, cammino.
Ti ricordi le nostre camminate?
Orizzonti appena rossi nell’aurora
come labbra – e ci sembrava così dolce
allora, la distanza.
Le lettere andrebbero scritte
per dare notizie, per dire
ti aspetto in stazione.
Non queste lacrime asciutte, che ci onorano
come si onora una tomba.
Mi vergogno della nostra lontananza –
mi sveglio di notte e vedo scritto
nell’aria VERGOGNA, come nella Bibbia,
e nel sogno la mia pelle è tatuata
con tutte le parole che mi hanno
costretto in quarantena, coperto di vesciche –
e sai che cosa?
Ho paura di accendere la luce
per controllare.

Che bravo carpentiere tuo marito.
A me bastano poche parole
per appiccare incendi ad ogni casa
che abbiamo abitato: parole di legno,
da sole sono prive di potere,
ma eccole, umili e grate,
esplodermi in viso non appena
acquisiscono un senso.

Siamo come pianeti, ci teniamo
stretti da distanze lontanissime.
Gli oceani flettono, quando ci sdraiamo,
i loro muscoli verdastri, brulica
la vita nell’altro emisfero, il globo
si inclina, si inchina
al nostro potere.
Ora che siamo a miglia di distanza
le nostre braccia sono troppo corte
per impedirci di sentirci soli.
Sembro più vecchio, comincio a perdere
i capelli. Dov’è che se ne vanno
i capelli che perdo, in questo mondo,
e i denti, e la vista? Invecchiamo
come i fiumi, ci essicchiamo e attorcigliamo
fino a sfociare in qualcosa.

È marzo, perfino gli uccelli
non sanno che fare di se stessi.
Chi è felice, ne sono sicuro,
conosce una cosa in più di noi
o una di meno. Il solo libro
che vorrei riscrivere sono i nostri
corpi che si uniscono:
quello è il solo linguaggio che stordisce,
che ti ferisce, ti respira dentro.
Nudi, allora sì
che avevamo una voce!

Voglio che tu mi prometta
che ci rivedremo, che mi scriverai.
Prometti che ci perderemo
dentro a quella foresta di pallide
betulle che sono le nostre gambe.

Ora riesco a sentire la tua voce –
come tutti, so che le promesse
si fanno per paura. Non si vive
separati, sei sempre qui con me.
Immagino, talvolta, che tu sia
nell’altra stanza, fino a quando piove…
Questa è allora la lettera che scrivo,
la lettera che sempre scrivo quando
mi tengono lontano da casa.
Le buste di carta sul tavolo
si sono sfondate per colpa
della pioggia e del peso delle arance.


Lake of Two Rivers

                “The camera relieves us of the burden of memory…
records in order to forget”.

                                                                        -John Berger


Pull water, inhook its seam.

Lie down in the lake room,
in the smell of leaves still sticky from their birth.

Fall to sleep the way the moon falls
from earth: perfect lethargy of orbit.


Six years old, half asleep,
a traveler.  The night car mysterious
as we droned past uneasy twisting fields.

My father told two stories on these drives.
One was the plot of Lost Horizon,
the other: his life.
This speeding room, dim in the dashboards green emission,
became the hijacked plane carrying Ronald Colman to Tibet,
or the train carrying my father across Poland in 1931.

Spirit faces crowded the windows of a ’64 Buick.
Unknown cousins surrounded us, arms around each other,
a shawl of sleeves.

The moon fell into our car from Grodno.
It fell from Chaya-Elke’s village,
where they stopped to say goodbye.

His cousin Mashka sat up with them
in the barn, while her face
floated down the River Nerman in my father’s guitar.
He watched to remember
in the embalming moonlight.


Sensate weather, we are your body,
your memory.  Like a template,
branch defines sky, leaves
bleed their gritty boundaries,
corrosive with nostalgia.

Each year we go outside to pin it down,
light limited, light specific,
light like a name.


For years my parents fled at night,
loaded their children in the back seat,
a tangle of pajamas anxious to learn the stars.

I watched the backs of their heads
until I was asleep, and when I woke
it was day, and we were in Algonquin.

I’ve always known this place,
familiar as a room in our house.

The photo of my mother, legs locked in water,
looking into the hills where you and I stand—
only now do I realize
it was taken before I was born.


Purple mist, indefinite hills.

At Two Rivers, close as branches.
Fish scatter, silver pulses with their own electric logic.

Milky spill of moon over the restless lake,
seen through the sieve of foliage.

In fields to the south
vegetables radiate underground,
displace the earth.
While we sit, linked by firelight.


The longer you look at a thing
the more it transforms.

My mother’s story is tangled,
overgrown with lives of parents and grandparents
because they lived in one house and among them
remembered hundreds of years of history.

This domestic love is plain, hurts
the way light balancing objects in a still life hurts.

The heart keeps body and spirit in suspension,
until density pulls them apart.
When she was my age
her mother had already fallen through.

Pregnant, androgynous with man,
she was afraid.  When life goes out,
loss gets in, wedging a new place.

Under dark lanes of the night sky
the eyes of our skin won’t close,
we dream in desire.

Love wails from womb, caldera, home.
Like any sound, it goes on forever.


The dissolving sun turns Two Rivers into skin.
Our pink arms, slightly fluorescent,
hiss in the dusky room, neon tubes bending
in the accumulated dark.

Night transforms the lake into a murmuring solid,
naked in the eerie tremor of leaves rubbing stars,
in the shivering fermata of summer,
in the energy of stones made powerful by gravity,
desire made powerful by the seam between starlight and skin,
we join, moebius ribbon in the night room.


We do not descend, but rise from our histories.
If cut open, memory would resemble
a cross-section of the earth’s core,
a table of geographical time.
Faces press the transparent membrane
between conscious and genetic knowledge.
A name, a word, triggers the dilatation.
Motive is uncovered, sharp overburden in a shifting field.


When I was twenty-five I drowned in the River Neman,
fell through when I read that bone-black from the ovens
was discarded there.

Like a face pressed against a window,
part of you waits up for them,
like a parent, you wait up.


A family now, we live each other’s life
without the details.

The forest flies apart, trees are shaken loose
by my tears,

by love that doesn’t fall to earth
but bursts up from the ground, fully formed.


Lake of Two Rivers

“The camera relieves us of the burden of memory… Records in order to forget.”

                                                                        John Berger


– – –
Sdraiati nella stanza
del lago, nell’odore
appiccicoso di foglie appena nate.

Come la luna cade dalla terra
tu cadi nel sonno: letargia
perfetta dell’orbita.


Viaggiatrice di sei anni.
Mezza addormentata. L’automobile
procede misteriosa nella notte,
un ronzare attraverso campi inerti
e tortuosi.

Mio padre raccontava in questi viaggi
due storie. Una era la trama
di Lost Horizon, l’altra la sua vita.
Quella stanza in movimento, con la fioca
luce verde del cruscotto
era l’aereo con su Ronald Colman
dirottato in Tibet,
era il treno che portava mio padre
in Polonia il ’31.

Nei finestrini, volti di spettri,
una folla di cugini sconosciuti
ci circondava, stretti l’uno all’altro.

Ci scivolava in macchina la luna
dall’altezza di Grodno, dal villaggio
di Chaya Elke, dove si fermavano
gli spettri a salutare.

Sua cugina Mashka si sedeva
con loro nella stalla, la sua faccia
che scivolava per tutto il fiume Neman
nella chitarra di mio padre.
Il chiarore lunare imbalsamava
quel tentativo di ricordo.


Noi siamo il corpo e la memoria
di questo clima, di questo cielo
che i rami trasformano in figure
con le loro foglie e il loro sangue
corrosivo di nostalgia.
La luce quando usciamo è limitata
e puntuale come un nome.


I miei genitori, per anni,
fuggivano di notte, caricavano
i bambini sui sedili posteriori,
un groviglio di pigiami
ansioso di conoscere le stelle.

Guardavo la loro nuca
finché non dormivo. Al risveglio
era giorno, eravamo ad Algonquin.

Un posto da sempre familiare
come una stanza di casa.

La foto di mia madre, le sue gambe
serrate dentro l’acqua, lo sguardo
verso le colline dove stiamo
io e te – soltanto ora capisco,
l’hanno scattata prima che nascessi.


Foschia purpurea, colline indefinite.

A Two Rivers, vicini come rami.
i pesci si disperdono, argentei
impulsi di logica elettrica.

Uno zampillo di luce lunare
sul lago insonne, spiato
da dietro il fogliame.

Nei campi, a Sud, le verdure
si diffondono, spostano la terra.
Intanto noi sediamo, ci tiene
insieme la luce della lampada.


Le cose, più tempo le osservi,
più si trasformano.

L’intricata storia di mia madre,
affollata di vite di nonni
e genitori, la casa, centinaia
d’anni di storia tra loro.

L’amore domestico è semplice,
ferisce come la luce
drammatica delle nature morte.

Il cuore mantiene in sospensione
lo spirito e il corpo
finché la densità non li separa.
Sua madre alla sua età
era già precipitata.

Androgina, incinta, spaventata.
la perdita prende il posto della vita.

Nel buio del cielo notturno
gli occhi della pelle non si chiudono,
sogniamo il desiderio.


Il sole in dissoluzione
muta in pelle Two Rivers. Le nostre
braccia rosate, quasi fluorescenti,
ronzano nel buio accumulatosi
nella stanza come neon.

La notte trasforma il lago da liquido
a solido, lo fa mormorare:
nudi nell’inquieto tremolio
di foglie e di stelle dell’estate.
Nel potere conferito al desiderio
dalla pelle e dalla luce delle stelle,
come alla pietra la gravità,
ci uniamo nel buio della stanza –
un nastro di Moebius.


Non è una discendenza: ci innalziamo
dalle nostre storie.
La memoria somiglia, a sezionarla,
a un grafico geologico, un disegno
della crosta terreste. La distanza
tra conoscenza razionale o genetica
è turbata da un nome, una parola.
Chiaramente è per via del sovraccarico
di un campo instabile.


Sono annegata a venticinque anni
nel fiume Neman
dopo avere scoperto che la cenere
d’ossa dei forni
l’hanno scaricata lì.

Faccia alla finestra, c’è una parte
di te che ancora aspetta
che ritornino, come un genitore.


Adesso infine siamo una famiglia,
viviamo tutti la medesima esistenza,
al netto dei dettagli.

La foresta va in pezzi, le mie lacrime
sradicano gli alberi, li sradica

il mio amore che non precipita per terra
ma che sorge dal suolo già formato.


[1] Lake of Two Rivers è un lago nella riserva naturale di Algonquin, in Canada. Grodno è una città bielorussa al confine con la Polonia. Il fiume Neman scorre dalla Bielorussia al Mar Baltico, passando per la Lituania.


Immagine: Anne Michaels


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