inediti

William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto | Traduzione di Tommaso Di Dio, I parte

Max Ernst - Gioia di vivere

Leggere oggi Spring and All di William Carlos Williams

Spring and All di William Carlos Williams è un testo magmatico: frammentato e forsennato tanto quanto lucido e visionario. Lo possiamo ascrivere per brevità e per convenzione al genere del prosimetro, sebbene non solo alterni prosa e poesia, ma anche lacerti narrativi ad altri di carattere spiccatamente teorico e riflessivo. È uno di quei paradossi così tipici della letteratura il fatto che, mentre l’opera intendeva proporsi, a tutti gli effetti, come un provocatorio manifesto in difesa di un diverso e più originariamente americano modernismo, esso finì per uscire in volume nel 1923 nella più europea delle città d’Europa: Parigi, presso la McAlmon’s Contact Publishing Company. Negli Stati Uniti non riuscì a trovare nemmeno un editore e fu stampato in sole trecento copie, che ebbero una così scarsa distribuzione che l’opera ricevette una sola recensione – e per di più negativa. Soltanto l’anno precedente – è cosa nota, ma giova ricordarlo – era dato alle stampe, prima negli Stati Uniti e poi in Inghilterra, uno di quei testi che fanno da spartiacque nella storia della letteratura mondiale: The Waste Land di T.S. Eliot, di cui Spring and All ci appare la risposta, o meglio: la brutale riformulazione.
Altri meglio di me hanno potuto e potranno indagare la relazione fra questi due testi capitali del modernismo e ricostruirne le problematiche e fittissime relazioni. A me preme, in questa sede, avvertire il lettore che quello che ha di fronte è – credo – il primo tentativo di una traduzione in italiano di un’opera che mi pare dica molto a chi intende scrivere oggi poesia. Non solo perché Spring and All si offre come un perfetto e risolto connubio fra prosa e poesia e, per di  più, nelle parti in prosa, come altissimo ed esaltante esempio di prosa poetica; ma anche perché ha esplicitamente a che fare con un aspetto che, pur costitutivo dell’esperienza della poesia, raramente è tematizzato con l’altrettanta ambigua forza che ha in queste pagine: mi riferisco, per usare i termini di Williams, alla relazione fra immaginazione e momento. «Il lettore conosce se stesso come vent’anni fa e ha anche nella mente una visione di ciò che sarà, un giorno. Oh, un giorno! Ma la cosa che mai conosce e mai osa conoscere è ciò che è nell’esatto momento in cui è. E questo momento è l’unica cosa a cui io sono interessato»; e poche righe più avanti, con un gesto spiazzante e soltanto apparentemente paradossale, sostiene: «A chi mi rivolgo? All’immaginazione». Williams infatti sostiene che «tutta la scrittura, e fino ad oggi, se non tutta l’arte, è stata progettata specialmente per mantenere una barriera fra il senso e il vaporoso margine che distrae l’attenzione dai suoi agonizzanti avvicinamenti al momento». Tutta l’arte non è che distrazione, diversione, allontanamento dal momento in cui ci può infine percepire viventi, in cui si può percepire il nudo fatto che si è. La poesia, almeno quella che Williams sostiene e pratica e in questo testo ci fa vedere in azione, non vuole essere nient’altro che strumento di questo percepire, medium di un’azione riflessiva che fa convergere in un sol punto (e quel punto è il lettore, il corpo fisico e morale del lettore) il massimo di allontanamento dalla realtà, l’immaginazione, e il suo assoluto e fuori tempo atto di nascita, il momento: «Per raffinare, chiarificare, intensificare quell’eterno momento in cui solamente noi viviamo non c’è che una singola forza – l’immaginazione. Questo è il suo libro. Io, in persona, vi invito a leggere e a vedere». Con questo abbrivio, l’opera di Williams non smette di ricominciare e di dirci quanto alcune delle dicotomie ancora in voga – prosa vs. poesia, oppure poesia della realtà quotidiana vs. poesia dell’immaginazione – non solo sono da superare in quanto obsolete e nei fatti anacronistiche, ma non sussistono proprio in quanto la poesia fa altro e quest’altro è proprio distruggere queste supposte antinomie. Quell’insieme di segni alfabetici disposti su pagina o su schermo o dove mai li troveremo in un futuro impronosticabile, sono lì, a distanza dalla vita, soltanto perché è dalla distanza che possiamo tornare ad avvertire quell’immedicabile scorcio che in queste pagine di Williams prende il nome di Primavera e che potremmo anche chiamare presenza o, con altro lessico che a queste pagine, vent’anni dopo, fa inequivocabilmente eco, Supreme fiction.
Williams scrive che «infine, la PRIMAVERA si sta avvicinando»; ed è un movimento quello della poesia che è sempre interrotto, proprio perché è sempre ripreso, di opera in opera, di lettura in lettura, di lettore in lettore; esso spinge a distruggere tutto il mondo in una «nuova modalità di omicidio» soltanto perché vi sia nuovamente «carne fresca»: il fresco avvertimento dell’irripetibilità di ogni attimo, di ogni momento. Così Williams ci spinge ad iniziare: «Ogni volta che dirò “io”, intenderò anche “tu”. E così, insieme, come in un’unità, incominceremo.»

Tommaso Di Dio

*

Se qualcosa del momento esce fuori – tanto meglio. E più probabilmente ciò accadrà, tanto più non ci sarà nessuno che vorrà vederlo.

C’è una costante barriera tra il lettore e la sua consapevolezza dell’immediato contatto con il mondo. Se c’è un oceano, è qui. O piuttosto, l’intero mondo è nel mezzo: Ieri, domani, Europa, Asia, Africa, – tutte le cose rimosse e impossibili, la torre della chiesa di Siviglia, il Partenone.

Che cosa intendono quando dicono: «A me non piacciono le tue poesie; tu non hai alcuna fiducia. Sembra che tu non abbia sofferto né abbia sentito alcunché profondamente. Non c’è nulla di attraente in quello che dici, ma al contrario le poesie sono assolutamente repellenti. Sono senza cuore, crudeli, si prendono gioco dell’umanità. Che cosa, nel nome di Dio, hai intenzione di dire? Sei un pagano? Non hai tolleranza alcuna per la fragilità umana? Puoi anche fare a meno delle rime, ma del ritmo! Perché non ce n’è del tutto nelle tue poesie? È questo ciò che chiami poesia? È davvero l’antitesi della poesia. È l’antipoesia. È l’annichilazione della vita a cui sei inclinato. La poesia è solita andare mano nella mano con la vita, la poesia che ha interpretato i nostri più profondi impulsi, la poesia che ha ispirato, che ci ha condotto verso nuove scoperte, nuove profondità di tolleranza, nuove vette di esaltazione. Voi moderni! Voi state portando a compimento la morte della poesia. No, non posso comprendere la vostra opera. Non avete sofferto un colpo crudele dalla vita. Quando lo avrete sofferto, scriverete differentemente»?

Forse questa nobile apostrofe significa qualcosa di terribile per me, non ne sono sicuro, ma sul momento la interpreto come se dicesse: «Tu mi hai derubato. Dio, sono nudo. Cosa dovrei fare?» – Con questo intendono che quando io avrò sofferto (a condizione che io non abbia ancora sofferto), correrò ai ripari; che anche io cercherò rifugio nella fantasia. E badate, non dico che non lo farò. Che non decorerò la mia epoca.

Ma oggi è differente.

Il lettore conosce se stesso come vent’anni fa e ha anche nella mente una visione di ciò che sarà, un giorno. Oh, un giorno! Ma la cosa che mai conosce e mai osa conoscere è ciò che è nell’esatto momento in cui è. E questo momento è l’unica cosa a cui io sono interessato. Dunque, a chi importa cosa io faccia? E che cosa me ne importa?

Io amo la mia compagna creatura. Gesù, come l’amo; all’estremo, lateralmente, frontalmente e in tutte le altre direzioni – ma lui non esiste! Nemmeno lei. Io invece sì, in una sorta di maniera bastarda.

A chi mi rivolgo? All’immaginazione.

In realtà, per tornare sul tema, a quei tempi tutta la scrittura, e fino ad oggi, se non tutta l’arte, è stata progettata specialmente per mantenere una barriera fra il senso e il vaporoso margine che distrae l’attenzione dai suoi agonizzanti avvicinamenti al momento. È stata sempre una ricerca della “bella illusione”. Molto bene. Io non sono in cerca della “bella illusione”.

E se, quando pomposamente annuncio a chi sono rivolto – all’immaginazione –,  tu credi che così divorzi me stesso dalla vita e così rifiuti il mio fine, io rispondo: Per raffinare, chiarificare, intensificare quell’eterno momento in cui solamente noi viviamo non c’è che una singola forza – l’immaginazione. Questo è il suo libro. Io, in persona, vi invito a leggere e a vedere.

Nell’immaginazione, siamo d’ora in poi (finché tu leggerai) racchiusi in un fraterno abbraccio, la classica carezza dell’autore e del lettore. Noi siamo un’unità. Ogni volta che dirò “io”, intenderò anche “tu”. E così, insieme, come in un’unità, incominceremo.

Capitolo 19

O magri tempi, così grassi in ogni cosa immaginabile! Immagina il Nuovo Mondo che sorga dalle nostre finestre, dal mare, di lunedì e di sabato – e anche in ogni altro giorno della settimana. Immaginalo in tutte le sue prismatiche colorazioni e nelle sue controparti nelle nostre anime – le nostre anime che sono grandi pianoforti le cui corde, di miele e di acciaio, come divisioni dell’arcobaleno tramontano vibrando metalliche, rilasciando nell’aria grandi romanzi d’avventure! Immagina il mostruoso progetto dell’attimo: domani noi, popolo degli Stati Uniti d’America, andremo in Europa, armati per uccidere ogni uomo, donna e bambino nell’area ad ovest dei Monti Carpazi (anche all’est), non risparmiando nessuno. Immagina la sensazione che provocherà. Dapprima dovremo ucciderli e poi, loro, dovranno uccidere noi. Ma noi saremo scrupolosi e risparmieremo i tori di Spagna, gli uccelli, i conigli, i piccoli cervi e, naturalmente – i russi. Per i russi costruiremo un ponte da un margine all’altro dell’atlantico – avendo cura prima di uccidere tutti i canadesi e i messicani da questo lato. Allora, oh allora, la grande funzione avrà luogo.

Non importa; il grande evento potrà non accadere, così non ci sarà più bisogno di parlarne ulteriormente. Uccidi! Uccidi! Inglesi, irlandesi, francesi, tedeschi, italiani e gli altri: amici o nemici, non c’è differenza, uccidili tutti. Il ponte sarà fatto saltare in aria quando tutta la russia ci sarà sopra. E perché?

Perché li amiamo – tutti. Questo è il segreto: una nuova modalità di omicidio. Ne faremo salsicce. Bratwurst. Ma perché, dal momento in cui anche noi siamo destinati a soffrire lo stesso annichilimento?

Se io potessi dire cosa c’è nella mia testa in Sanscrito o anche in Latino io lo farei. Ma non posso. Io parlo per l’integrità dell’anima e per la grandezza dell’inutilità della vita; la formalità della sua noia; l’ortodossia della sua stupidità. Uccidi! Uccidi! Lascia che vi sia carne fresca…

L’immaginazione, intossicata dalle proibizioni, s’innalza a ubriache altezze per distruggere il mondo. Lascia che infuri, lascia che uccida. L’immaginazione è suprema. A lei, tutte le nostre opere, per sempre, dal remoto passato al più lontano futuro, sono e saranno dedicate. A lei sola, noi mostriamo la nostra arguzia avendo innalzato in suo onore non l’ultimo ciottolo come monumento. A lei giungiamo adesso a dedicare il nostro segreto progetto: l’annichilimento di ogni umana creatura sulla faccia della terra. Questo è qualcosa che mai prima è stato tentato. Nessuno rimanga; nessuno tranne i più infimi vertebrati, i molluschi, gli insetti, le piante. Allora infine il mondo sarà rifatto nuovo. Le case si sbriciolano e infine crollano, le città spariscono lasciando spazio ad ammassi di terra slanciati via dal vento, piccoli cespugli e prati aprono spazi ad alberi che crescono e invecchiano e saranno seguiti da altri alberi per infinite generazioni. Una meravigliosa serenità, interrotta soltanto dall’uccello e dai richiami dell’animale selvatico, regnerà sopra l’intera sfera. Ordine e pace abbondano.

Questo terminale e auto inflitto olocausto è stato solo per amore, per l’amore più dolce, di cui la razza umana nella sua interezza, gialli, neri, marroni, rossi e bianchi, agglutinati in una sola enorme anima, sarà nel vederlo gratificata e si ritirerà nel cielo dei cieli, paga di riposare sui suoi allori. Lì, l’anima delle anime, osservando la sua orrida unità, bollirà e digerirà se stessa all’interno dei tessuti del grande Essere dell’Eternità che noi saremo allora diventati. Con che magnificenti esplosioni e odori quel giorno non sarà raggiunto, non appena noi, il Grande Uno fra tutte le creature, andremo in giro contemplando i nostri desideri sbarrati da noi medesimi, non appena li porteremo a spasso davanti alla revisione interiore delle nostre budella – eccetera, eccetera, eccetera… ed è primavera – sia in latino che in turco, sia in inglese e in olandese, sia in giapponese e in italiano; è primavera sul Fiume del Puzzo[1] dove un albero di magnolia, senza le foglie, davanti a quello che un tempo fu una fattoria e adesso è una diroccata casa di mugnai, solleva i suoi irregolari rami di fiori bianco avorio.

Capitolo XIII[2]

Così, sfiniti dalla vita, in considerazione della grande consumazione che ci attende – domani, correremo verso i nostri amici congratulandoci per la gioia che presto ci verrà incontro. Senza pensiero di fare alcun male, noi frantumeremo il midollo di quelli intorno a noi con le nostre macchine pesanti mentre andremo da un luogo ad un altro. Sembrerà che non ci sia abbastanza tempo per dire la pienezza della nostra esaltazione. Solo un giorno manca, solo un miserabile giorno, prima che il mondo diventi se stesso. Affrettiamoci! Perché ci preoccupiamo di quest’uomo o di quell’altro? Negli uffici di un grande quotidiano regna una pazza gioia mentre preparano gli allegati finali. Correndo da tutte le parti, gli uomini urtano gli uni gli altri addosso alle ronzanti macchine da stampa. Come sembra divertente. Ogni pensiero di miseria ci ha abbandonato. Perché ce ne dovrebbe importare? I Bambini si slanciano ridendo sotto le ruote delle macchine, gli aeroplani si schiantano gaiamente sulla superficie terrestre. Qualcuno ha scritto una poesia.

O vita, bizzarro pollame, di che colore hai le tue ali? Verdi, blu, rosse, gialle, viola, bianche, marroni, arancioni, nere, grigie? Nell’immaginazione, sorvolando sopra la carcassa di diecimila milioni di anime, io ti vedo tristemente prendere congedo per il viaggio verso la terra delle piante e degli insetti, già lontana in alto mare. (Grazie, io so bene cosa sto plagiando) Le tue grandi ali sventoleranno mentre scomparirai nella distanza, al di sopra di acri di pianure erbose e pre-colombiane.

Guardò verso il basso, dall’alto delle sue torri, la nuova cattedrale che sormonta il parco, oggi, con gli occhi strepitosi; e vide presso il laghetto decorativo un gruppo di persone che fissava curiosamente il cadavere di un suicida: Pacifico, giovane uomo morto, il denaro che hanno messo nelle pietre è stato speso per insegnare agli uomini l’austerità della vita. Tu sei morto e ci insegni la stessa lezione. Tu sembri una cattedrale, celebrante la primavera che trema per me, fra gli alti alberi neri.

[1] Stinking River è il nome di Shoshone River nel Wyoming?
[2] Il carattere è in realtà rovesciato di 360 gradi

Immagine: Max Ernst – Gioia di vivere (1936/7)

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