Umberto Fiori, Etica e poesia (seconda parte)

Ryan McGinley, Brandee (Midnight Flight)

[Concluse le pubblicazioni dell’ultimo ciclo e in attesa di partire con il nuovo a gennaio, durante le feste natalizie riproporremo alcuni post usciti nel trimestre gennaio-marzo 2014]

Pubblichiamo la seconda parte di un saggio di Umberto Fiori da La poesia è un fischio. Saggi 1986-2006, Marcos y Marcos, Milano 2007, pp. 28-38. Ringraziamo l’autore per la concessione. La prima parte è disponibile qui.

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E’ difficile oggi, per noi, capire il discorso arrischiato che ho chiamato canto. Quanto più rapidamente la nostra condizione si avvicina ogni giorno a quella di chi sta cantando, tanto più, in mille modi, noi cerchiamo di sfuggire alle responsabilità che una tale condizione comporta cercando, per le parole che diciamo, mille giustificazioni, mille fondamenti. Così, rimandiamo il parlare all’infinito, non arriviamo mai alle parole. Quello che diciamo, lo abbiamo sempre di fianco. Usiamo il linguaggio. Ci serviamo del linguaggio, ne usufruiamo come di un servizio pubblico. Più che dire, sembra che spostiamo delle parole, o che ci spostiamo a bordo delle parole. Parliamo sempre in nome d’altro, a nome di altri. Siamo come fuori di noi. Senza mondo parliamo, senza voce. Siamo sempre più lontani dal canto.

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Eppure, il canto non ci è ancora diventato del tutto estraneo: anche senza volere, a volte, noi lo riconosciamo quando riaffiora, quando si ripresenta. D’altra parte, non si può certo dire che manchino, nel nostro tempo, le sue tracce: di cantanti e di canzoni è piena la nostra vita. Ogni giorno non solo il suono, ma l’intero spettacolo della vocalità ci tiene compagnia nelle nostre case: noi vediamo le bocche aprirsi, le braccia gesticolare, gli occhi sognanti fissare un orizzonte lontano. Certo, non è a questo che penso, qui, parlando di canto; penso a un discorso che da tempo si è lasciato alle spalle la viva voce, fissandosi più di ogni altro nel silenzio della scrittura: penso alla poesia. Ma perché, allora, non parlare senz’altro di poesia, perché ricorrere a questa parola, canto? Se dico canto, e non poesia, non è per un vezzo terminologico.Sebbene i due termini siano o siano stati in un certo senso sinonimi, a me pare di sentire in loro significati diversi. Solo cominciando a raccontare quel canto col quale tutti abbiamo o possiamo avere a che fare mi è parso possibile provare a dire etica e poesia insieme. Canto è, in una parola, etica e poesia. In questa parola mi sembra venga in chiaro il loro rapporto, che difficilmente può essere colto quando lo si enuncia spezzato in due termini, e soprattutto quando si pensa alla poesia a partire dal suo significato corrente. Qual è, questo significato? Di che cosa parliamo, in genere, quando parliamo di poesia?

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Di tanto in tanto, qualcuno ci ricorda che il termine greco poiesis prende origine dal verbo poiein, fare: la poesia va dunque pensata come un fare, come un creare.
Osservazioni di questo genere, che hanno probabilmente lo scopo di rivelare o quantomeno di suggerire un’essenza dimenticata della poesia, finiscono per rinviare ancora una volta al senso più ovvio della parola, all’idea dominante, a quella con cui la nostra civiltà ha spiegato il canto, assimilandolo a sé. L’etimologia sembra riconfermare la legittimità di una tale idea. Inteso appunto come un poièin, come un fare, un creare, il canto viene fatto rientrare in quel vasto campo della “creatività”, in quell’ideale laboratorio d’arte nel quale ai nostri tempi un settore è dedicato al disegnatore di tessuti, uno all’animatore turistico e uno al poeta. Come ogni altro “creativo”, il poeta è uno che lavora di fantasia, che inventa e comunica manipolando il materiale di sua competenza, il linguaggio.

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Che sia un fare, la poesia, oggi chiunque –anche senza conoscere il greco- lo intende facilmente; anzi, lo ha già inteso prima di tutte le spiegazioni. Ma certo, che è un fare: è produzione di poesie. Si tratta –è vero- di una ben strana produzione: i libri di versi vendono pochissimo, l’offerta è spropositata, la domanda pressoché nulla: volumi e volumetti vengono sfornati un po’ alla cieca, senza una strategia, senza tener conto del mercato. Si crea, si fa, si produce in perdita. Quando si parla di poesia, sui giornali, si parla sempre più e ormai quasi solo di questo: dei problemi che incontra la diffusione di un prodotto tanto difficile da smerciare.

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Per secoli gli uomini più grandi, i più sapienti, e tra questi gli stessi poeti, hanno esitato di fronte alla domanda: che cos’è, la poesia? Forse proprio la nostra epoca è pronta a rispondere. La poesia –oggi possiamo dirlo- è un ramo secco dell’editoria. E’ quel settore dell’industria del libro che continua a produrre merci che non interessano più quasi a nessuno. Ma allora, perché non si mette fine a questo spreco?
La sola spiegazione possibile è che la poesia viene ancora oggi considerata in qualche modo un bene pubblico, una di quelle cose che a conti fatti vale la pena di proteggere, come i grandi monumenti o i parchi naturali. La poesia non è una merce qualsiasi: è un prodotto speciale, un prodotto culturale. E’ un grande valore culturale.

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Che cosa fa sì che ancora oggi la pubblica opinione consideri la poesia, nonostante tutto, come un valore? Non certo quello che dice. Che cosa potrebbe insegnare di importante, con le sue fantasie, a un mondo già informato su tutto? Il senso comune è senz’altro disposto a riconoscere in lei quello che si chiama un valore artistico, non certo una forma di sapere, di conoscenza. Quello che i poeti dicono risulta spesso oscuro, incomprensibile, o comunque troppo arbitrario, troppo “soggettivo”. Più che i contenuti –anche i meno competenti lo sanno- è la forma che conta, in poesia; è la scelta delle parole, la “musicalità”, la composizione, insomma l’aspetto “creativo”, l’aspetto estetico del testo. Ma proprio su questo, i punti di riferimento appaiono sempre più instabili. Da tempo non esistono più canoni, regole e criteri saldi e condivisi a partire dai quali giudicare un’opera in versi. La loro mancanza si fa sommamente sentire quando dalla lettura dei classici si tratta di passare a quella della produzione contemporanea. E’ soprattutto questo senso di smarrimento e di arbitrio a irritare il pubblico, a tenerlo lontano dalla lettura di versi. E tuttavia, nella nebbia relativistica, un’idea rimane: la poesia è un valore importante. E’ l’espressione di una personalità fuori dell’ordinario (per lo più morta): un genio, un grande talento creativo che gli esperti del settore sapranno riconoscere.

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Intesa in questo senso –che è quello corrente- la poesia non può avere molto a che fare con l’etica; anzi, proporre un rapporto tra le due sfere, come nel titolo di questo intervento, a qualcuno potrebbe risultare persino sospetto. Non si vorrà per caso limitare l’autonomia e la libertà della poesia? Non si starà cercando di reintrodurre un vincolo morale nella sfera dell’arte? Non si cercherà una volta ancora di subordinare la poesia a un sistema di valori, a un’ideologia? Alla pubblica opinione, che non ha difficoltà ad accettare l’idea della poesia come regno della trasgressione, della follia e di ogni genere di patologia, l’ipotesi di un rapporto tra etica e poesia risulterebbe probabilmente un po’ stonata. Etica e poesia. Quando sentiamo parlare di “etica e bioingegneria” o di “etica e pubblica amministrazione” l’idea che ci facciamo è quella di un principio superiore che interviene a regolare e a emendare un campo quando questo rischia di muoversi con troppa disinvoltura. L’etica –identificata con imprecisate dottrine morali, o pensata come una branca della filosofia- avrebbe insomma la funzione di imporre autorevolmente a un sapere, a una tecnica, a una professione, un fattore –il fattore etico, appunto- normalmente estraneo al loro modo di procedere e non incluso nelle loro competenze; la funzione, insomma, di limitare i margini di manovra di una certa attività, di una certa disciplina, sottoponendole a un controllo in nome di una regola ad esse esterna.

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Evidentemente, non è a questo che allude il nostro titolo; forse perciò, meglio che “etica e poesia”, questa comunicazione avrebbe potuto chiamarsi “ethos e poesia”; ma quello che era da pensare qui mi è sembrato che lo dicesse ancora più chiaramente la parola canto.
La poesia è essenzialmente canto. Certo, noi possiamo concepirla, secondo lo spirito del tempo, come un insieme di caratteristiche, di qualità che certi testi hanno e altri non hanno: musicalità, ricchezza di metafore e di immagini, eleganza lessicale, e così via; possiamo concepire la poesia come quel genere letterario in cui si attua la funzione poetica del linguaggio, come la forma più concentrata e polisemica di comunicazione verbale, come l’incontro fra suono e senso, e via dicendo; ridotta ai suoi aspetti tecnici, storici, linguistici, ai suoi aspetti semiologici, estetici, stilistici, la poesia si presta a fungere da oggetto di saperi settoriali, fonte importante di posti di lavoro per il personale docente e non docente delle nostre scuole e delle nostre università. In questo, intendiamoci, non c’è niente di male; anzi, dobbiamo aggiungerlo ai suoi meriti. E’ bene fare attenzione, però, a non confondere l’oggetto di questi saperi con la poesia; è bene badare a non prendere il poeta per il redattore delle pagine in versi dei nostri testi scolastici, per l’eccentrico avventuriero, per il bambino nevrotico, per il personaggio schivo che le schede biografiche descrivono.

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Chi è, allora, che cos’è, un poeta?
Poeta è chi prova a parlare, prova cos’è parlare, chi fa fino in fondo esperienza e fornisce esempi di quel parlare che riguarda ciascuno e tutti e che qui ho chiamato canto.
Dicendo questo non voglio stabilire un criterio per misurare e comparare il valore di questo o di quell’autore, di questa o di quella poesia. Dire che un discorso è un canto è giusto il contrario di un giudizio, di una valutazione. Chi dice “questo è un canto” non parla da un osservatorio panoramico, dal quale sarebbe possibile avere sott’occhio il “totale” di un certo oggetto, la sua forma, la sua collocazione, insomma controllarlo, e dunque avere sottomano la sua verità. Chi dice “questo è un canto” si trova finalmente di fronte a un discorso, disposto ad ascoltarlo. Il suo non è il verdetto critico che conclude una metodica disamina: il riconoscimento di un canto non è una conclusione, è un inizio; l’inizio di un ascolto. Solo come canto la poesia prende senso e vale davvero la pena di essere incontrata.

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Per essere poeta, dunque, occorre saper cantare. Questo non significa che determinate tecniche, determinate capacità o talenti permettano di produrre il canto come un valore aggiunto al discorso. Chi canta, anzi, perde tutte le bravure; non sa più dire le cose bene ma soltanto così, soltanto perfettamente. Canto è un discorso perfetto (da non intendere come il termine culminante di una scala di valori –buono, ottimo, perfetto, ma in assoluto).
La perfezione di una poesia –questa perfezione che ne fa un canto- non può essere in alcun modo dimostrata, ma soltanto –fuori da ogni giudizio, da ogni confronto- mostrata. In questa perfezione, in questo mostrare, la poesia è etica. Quando parliamo di poesia, in questo senso, noi non stiamo parlando di un genere letterario ma della nostra stessa condizione, del nostro stare al mondo, del nostro starci di fronte e parlare. Affermare che esiste qualcosa come un canto, che etica e poesia sono uno, equivale a dire che ciò che diciamo, prima ancora di essere vero o falso, ricercato o colloquiale, musicale o sordo, è innanzitutto rilevante. Questa verità, ovvia e misteriosa, è il primo e forse il più alto e il più terribile insegnamento che viene dalla poesia.

Immagine: Ryan McGinley – Brandee (Midnight Fly)

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