saggi

Un cielo che attenua le responsabilità. La costruzione del senso in “Una lunghissima rincorsa. Prose brevi” di Jacopo Ramonda /2

Ernesto Neto

La seconda parte del saggio di Daniele Iozzia. Qui la prima.

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4. Prima di procedere all’analisi di questioni maggiormente legate ai momenti formali, aggiungo ancora un’osservazione sulla sostanza dei modelli attanziali, sull’atmosfera che li circonda, sul significato e sull’elaborazione della loro esperienza. Nel cut-up n. 104, dal titolo “La stasi”, si legge:

[…] A volte, prima di dormire, ripenso a tutti gli errori che ho commesso d’istinto, alle intuizioni rimaste intrappolate nelle ragnatele, alle mie migliori intenzioni contaminate dalle necessità, da ristrettezze che non sono in grado di preventivare. Mi rendo conto che il mio passato recente è stato pesantemente condizionato da scelte invisibili, da scambi mancati che mi hanno arenato su binari morti e dalle conseguenti reazioni a catena che quelle sviste hanno innescato.

Poco più oltre, il brano continua così:

Ripercorro le deviazioni […] che mi hanno portato qui, a questa vita che non mi somiglia, che sembra essere frutto di un equivoco.

Che cosa va oltre questi personaggi? Che cosa è in grado di trascenderli? Da quali elementi è composto il quadro di riferimento delle loro azioni, dei loro pensieri, delle loro debolezze? D., L., F., M., Nina e le altre presenze che costellano le vicende di Una lunghissima rincorsa vivono, agiscono e meditano nel ventunesimo secolo. Ad ogni istante sono impregnati e oltrepassati da forze e da logiche proprie di strutture di senso consolidatesi all’interno di una forma di vita che li sovrasta, li delimita, informa di necessità le loro autocoscienze malconce. Se il significato di “identità” ha subito nell’ultimo secolo uno smacco concettuale tanto forte da rendere opportuna una ridefinizione semantica del termine, un primo effetto di ciò lascia tracce evidenti di sé nella creazione virtuale di una soglia, simile a una barriera superata la quale l’insieme delle accezioni della parola risulta sbiadito. Gli individui delle prose di Ramonda hanno smarrito l’idea di un’autopercezione sicura e definitiva perché non sono più in grado di occupare posizioni in un universo che allenta sempre più la presa di un’esperienza di vita indipendente e singolare. Su di essi grava il peso di un mondo pubblico collassato, che ha fatto si che la vita privata si impoverisse a sua volta: una volta destabilizzati i legami con le costruzioni della realtà esterna, il già minuscolo spazio degli interessi e delle urgenze personali va incontro a una contrazione progressiva che lo assesta su un nuovo piano le cui cifre peculiari diventano le costrizioni e le angosce interiori. Sotto la forma di testimonianze empiriche autentiche, questi individui sono il prodotto del passaggio dall’egoismo moderno al narcisismo contemporaneo, dove per narcisismo, in continuità con le riflessioni della sociologia americana degli anni Ottanta, si intende il sistema di pratiche e strategie di difesa psichica accuratamente accampate dalle soggettività per proteggersi e sopravvivere all’impressione di assedio perenne che organizza la nuova idea di vita quotidiana. Nell’ottica di Christopher Lasch, il narcisismo «corrisponde abbastanza puntualmente alla descrizione freudiana di un’aspirazione alla cessazione completa della tensione, che sembra operare indipendentemente dal principio di piacere (“al di là del principio di piacere”) […]. Esso cerca di liberarsi dalla prigione del corpo, non perché cerca la morte – […] – ma perché non concepisce la morte e considera l’io corporeo come una forma di vita inferiore, assediata dalle richieste importune della carne»1. L’ambizione a sbarazzarsi quasi della dimensione della corporeità è un filo assai sottile e appena percettibile nei brani. Nei percorsi di questo costante esercizio di sopravvivenza, i personaggi raffinano modalità sofisticate di ironia osservativa, controbilanciano l’ipotesi di una situazione limite schermandosi dietro il supporto di un’«anestesia emotiva»2. La capacità di far fronte o aggirare gli ostacoli della contingenza spinge verso due direzioni: da un lato l’io assediato dalle circostanze può attribuirsi un ruolo, un’autorevolezza costruita e artefatta per tenere sotto controllo sentimenti e casi di particolare minaccia provenienti dall’esterno; dall’altro lato, ed è il caso degli individui che abitano i fotogrammi di cui si compone l’antologia, si lascia che la vita accada, ci si incide nel tempo presente, si vive alla giornata assumendo la miriade di microazioni che parcellizzano un’esistenza indotta («La precarietà ci ha stupiti, rivelandosi solida, terreno paludoso edificabile» si legge nel cut-up n. 138, “Equilibristi”), si interrompono i legami col passato riducendo il numero delle probabilità che questo ha di irrompere, si guarda al futuro soltanto con scarsa tenacia desiderativa.

5. Veniamo adesso a qualche considerazione di ordine formale. Si è già visto come la paratestualità offre una prima indicazione a questo scopo: stando a quanto espresso dal sottotitolo ci troviamo di fronte a prose brevi. La questione della prosa e la vivace discussione intorno a essa e alle ragioni dell’andare a capo è venuta crescendo intorno a un ben articolato numero della rivista L’ Ulisse (il 13). La dialettica di poesia e prosa è al centro della prefazione alla raccolta, che è stata curata da Andrea Inglese. Vorrei riflettere brevemente, in questa sede, soltanto su una conseguenza della gestione del discorso che mi sembra degna di nota, ponendola in correlazione stretta con alcuni contenuti manifesti del libro. Nel già citato n. 13 di L’Ulisse, all’interno della sezione “In dialogo”, un intervento interessante è proprio quello di chi ha firmato la prefazione della raccolta. Inglese spiega come sia difficile poter considerare la prosa alla stessa stregua di un genere vero e proprio, autonomo e appagato del proprio funzionamento interno. Insistendo, piuttosto, sulle idee di «zona di transizione» e «zona di affluenza»3, egli mostra come la linearità continuativa del discorso prosastico appartenga più a una sfera di possibilità aperte in cui confluiscono a vario titolo sensi di affinità, somiglianza e familiarità con generi diversi. La prosa, quindi, esibirebbe più una natura di superficie, di regione, di spazio all’interno del quale operano forze che agiscono secondo diversi progetti e volontà. Dentro questa ampia topografia il discorso riesce a incamerare tutta una serie di opzioni, dall’apertura di un momento riflessivo-saggistico al recupero di un respiro narrativo più o meno esteso alla soddisfazione di esigenze come un’adesione maggiormente marcata ai moduli del parlato. Nel caso in questione, lo sviluppo prosastico dei testi di Ramonda risponde prevalentemente a due funzioni: in primo luogo alla concessione di una narratività minima ma costante, che lega e accompagna l’evoluzione esperienziale di vicende sbozzate e sottratte al flusso perpetuo di atti abitudinari; in secondo luogo, la prosa consente di veicolare l’ eliminazione di scorie e residui provenienti dai poetesi tradizionali e da marche letterarie, indebolendo ogni egemonia di verticalità tonale e annullando l’eventualità di patine troppo smaccatamente connotate in senso lirico. Nella scelta della distensione orizzontale del discorso, del «veicolo più economico del pensiero»4, si sedimenta l’idea di un’esperienza che non procede né si accumula per barlumi, intuizioni o scatti epifanici, ma che si costruisce nel dominio di giorni qualunque a cui non occorrono accensioni di tipo particolare.

Una cifra propriamente stilistica di Una lunghissima rincorsa va poi rintracciata nella densità figurale dei cut-up. Quasi ogni frammento si concede un momento di traslazione metaforica. Vediamo qualche esempio:

[…] Di tanto in tanto le manca quel senso di mancanza, e ha il sospetto di essere diventata indifferente. A volte teme che il suo ritrovato benessere provenga da una perdita di sensibilità, come quando ci si addormenta su un braccio. (dal cut-up n. 134, “Una distanza relativamente breve”)

[…] restiamo in guardia, perfettamente consci che la propensione al disfattismo non ci porterà alcun beneficio. E’ solo l’ultimo di una serie di espedienti: tecniche natatorie inadatte a contrastare il risucchio di questa nave che affonda, trascinandoci con sé. (da “L’ elaborazione del lutto (sei)”)

[…] Mi chiedo di quanti decenni siamo invecchiati quest’anno; immagino di tagliarti a metà, all’altezza della vita, per contare i cerchi concentrici (dal cut-up n. 54)

L’uso di similitudini e metafore nelle prose è strategico: se da un lato si pone a garanzia di una variazione del colore semantico dei testi, dall’altro lato risponde alle richieste di montaggio e costruzione di periodi e passaggi. Le figure di significato, infatti, intervengono per dotare di completezza e profondità conoscitiva immagini, ragionamenti e presentimenti evocati. Sebbene le analogie rimangano l’ esito di un percorso di visione personale e idiosincratica immediatamente connesso alla logica associativa dell’autore, nel caso di questi fotogrammi Ramonda riesce a mantenersi a debita distanza sia da situazioni di radicale oscurità o difficoltà, binomio caro al Fortini saggista, col quale contribuiva a far luce sulle forme di incomprensibilità della poesia moderna5, sia da quella «fantasia dittatoriale» e quella «magia del linguaggio» a cui Friedrich riconduceva l’origine storica delle allusioni cifrate proprie della tradizione del simbolismo europeo6. Metafore, paragoni e contrapposizioni antitetiche («Le tue camicie di marca, le mie camicie di forza», cut-up n. 75, “Acqua”) riposano su un humus linguistico piano, depurato da escursioni lessicali brusche e da strati di autoreferenzialità, tendente in qualche misura al grado zero dell’espressione ma senza appiattirvisi. Ramonda si serve di un lessico complessivamente medio, capace di includere precisione nominativa, realismo analitico e trasparenza dei dettagli annotati. Anche la sintassi, pertanto, si muove lungo la stessa direttiva di lessico e figure semantiche: i periodi sono accostati e messi in relazione reciproca tramite l’impiego di una punteggiatura segmentatrice. Se la scelta della prosa consentiva di reagire anche agli automatismi ritmici dei sistemi versificatori, la presenza di scansioni regolari interne ai brani sopravvive mediante l’uso di una coordinazione asindetica e testuale in grado di conferire allo scorrere delle istantanee un andamento ritmico in gran parte iconico.

6. In conclusione, qualche parola andrebbe spesa sul sottile cortocircuito che si genera dall’interazione tra la forma di registrazione della contingenza e del presente delle azioni, e l’ipotesi, la scommessa di una proiezione verso una dimensione ulteriore, successiva ai testi e a ciò di cui parlano. A una prima lettura dell’antologia, superficiale e poco incisiva, portare avanti le idee di un’onnipresenza o di un’ingerenza dominante del segno meno potrebbe apparire in parte convincente. In effetti, stando ai riferimenti testuali, una volontà chiara di soluzione o di proposta non vince la resistenza offerta dalla Stimmung vocazionale della raccolta. E tuttavia un debolissimo movimento semantico da cui si intravede una sperata via d’uscita affidata a un “dopo” incerto lo si può avvertire. C’è, ad esempio, in “La stasi” ( cut-up n. 104), dove l’uso del futuro semplice assorbe una sfumatura semantica che lascia trasparire un margine di possibilità ulteriore:

[…] Arriverà il giorno in cui mi basterò, in cui qualunque cosa sarà abbastanza, pienamente sufficiente. […] Basterà pazientare ancora un po’ e presto, anche per me, arriverà il giorno in cui il sollievo sarà permanente, il compromesso diventerà un’ abitudine, […], un automatismo, come il battito cardiaco.

I personaggi, accettando di prendere una rincorsa lunga, lunghissima, dentro cui vivere e nella quale trovano posto i soliti compromessi, le ansie consuete, le ben note sensazioni di spreco e di oppressione, potranno approdare a una sfera postuma del bastarsi, del raggiungimento di una sufficienza percepita o auspicata come sollievo e come calma stazionaria e rigenerante, potranno rinfrancarsi nel contemplare un cielo notturno «deresponsabilizzante» (cfr. il cut-up n. 111, “Rampicante”). L’esperienza poetica di Ramonda sembra comunicarci che quanto di essenziale occorre agli uomini è la valutazione attenta della misura della rincorsa da prendere, che dovrà essere tanto più lunga quanto più si vorrà arrivare a possedere un “oltre”, a studiarlo, a comprenderlo e a respirarlo, il tutto, naturalmente, previo pagamento dell’ineludibile prezzo di immersioni nelle apnee del pensiero, di rifugi in stati fetali, di piccoli avanzamenti e derive.

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1 C. Lasch, L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Feltrinelli, Milano 2010, pp. 126-127.

2 Ivi, p. 65.

3 Cfr. “L’ Ulisse” (13) – Dopo la prosa. Poesia e prosa nelle scritture contemporanee, “In dialogo”, Andrea Inglese, Faloppio, LietoColle 2014, p. 180. Il pdf della rivista è scaricabile qui.

4 R. Barthes, Il grado zero della scrittura, Einaudi, Torino 2003, p. 31.

5 Si veda il saggio del 1973 intitolato “Dell’oscurità”, in F. Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 141-146.

6 H. Friedrich, La struttura della lirica moderna. Dalla metà del XIX alla metà del XX secolo, Garzanti, Milano 1971, pp. 84 e ss.

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