«La ricerca dell’esperienza»: un percorso nella poesia di Tommaso Di Dio /2

Egon_Schiele_028

di Pietro Cardelli

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Tua e di tutti (Lietocolle, 2014), seconda raccolta di Tommaso Di Dio, si presenta ad una prima lettura come un libro molto compatto, fedele a se stesso, necessaria ed inevitabile prosecuzione di Favole. A partire dalla dialettica soggetto/mondo, io/tutti, centrale anche nella prima opera del poeta, si assiste qui all’irruzione della vita1 in tutta la sua forza e, allo stesso tempo, fragilità. Per Tommaso Di Dio, infatti, la vita si definisce da un lato tramite la sua caratteristica contrapposizione tra la mutevole abbondanza del contingente e il nulla che vi sta al fondo, dall’altro come incessante e necessaria ricerca o scavo verso una risposta definitiva, quanto mai illusoria, di potersi riconoscere nel tutto indifferenziato che la contraddistingue. Tutte le poesie della raccolta si proporranno allora come esplicazione di questa significazione, approdando verso dopo verso – come già avveniva in piccola parte in Favole – a risposte e certezze prima sicure poi accantonate, dimostrando però come, forse, sia proprio questa inevitabile ricerca a darci il senso dell’esistere, a farci sentire parte – direbbe Luzi da una prospettiva religiosa – dell’«eterna compresenza del tutto».
Come già evidenziato nella prima parte del saggio, Tua e di tutti si apre con la messa in discussione delle sicurezze e degli approdi della prima raccolta: «la certezza non si dà / nelle mani mai»2. I mondi a cui il soggetto si era affidato, «con gli anni»3 non si riconoscono più, non si amano più. Nuovo punto di partenza, come lo era stato la rottura soggetto/mondo, mondo adulto/mondo giovanile in Favole, sarà necessario allora affidarsi alla vita nella sua multiformità e contingenza, ricercare davvero nei segni che si manifestano, negli atti e nei volti quotidiani che ci affiancano, quell’esperienza che possa dare significato alla vita particolare di chi parla, farlo sentire parte di un tutto che superi la sua condizione di fragilità e singolarità. Si scrive giustamente in quarta di copertina:

Sono gli strati geologici che formano i nostri gesti a interessare l’autore, poiché bisogna ripetere tutto con fatica, generare attrito per costruire un nuovo sguardo.

Si sviluppano così, in tutta la raccolta, due movimenti che si intrecciano e ricorrono: da un lato la necessità di ricominciare, di ripartire, di ripetere, di non darsi mai risposte definitive, in un’ incessante ricerca nelle forme della vita di quel senso ulteriore che possa permetterci di accettare la nostra personale esistenza nonostante la sua intrinseca fragilità4; dall’altro, il bisogno di ritrovarsi nell’altro, nel fluire degli uomini, della storia e delle cose, di sentirsi parte di una collettività umana, sentita, al suo fondo, come benevola e universale. Se il primo movimento è di carattere personale, solipsistico – e vi si inseriscono anche due delle costanti di queste poesie: il continuo rivolgersi ad un tu che si può immaginare femminile5, segno di una privatizzazione dell’esperienza, e l’atto del monologo, «un farfugliare tra sé e sé attraverso il quale avvicinarsi “all’impossibile storia del vero”»6, elementi tipici anche del precedente Favole – il secondo, invece, apre una nuova prospettiva nella poesia di Tommaso Di Dio: è l’irruzione di quel tutti così faticosamente ricercato ed agognato. Un tutti appunto che, se in Favole poteva essere inteso come indifferenziato naturale tipico della condizione giovanile, pre-adulta, adesso si esplica come collettività umana e vitale. Farvi parte significa accettare il proprio stato di uomo, la sua finitezza, ma, allo stesso tempo garantisce la sicurezza di non essere un unicum, ma di sentirsi uno fra tutti, immerso così in una condizione plurale, non isolata, e, per questo, dotata di significato.
Osservando meglio questi due movimenti si può tentare di capire, in ultima analisi, quale sia la visione del mondo di Tommaso Di Dio o, per meglio dire, il suo approccio poetico alla vita. A partire da ciò che già è stato detto si può individuare, infatti, quello che è il punto di maggior forza di queste due raccolte: il continuo ricercare una pienezza ed una significazione in ciò che, per sua natura, appare inconsistente, effimero e non dotato di senso. Scrive Tommaso Di Dio in una delle poesie più riuscite:

[…] E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.7

Il soggetto di questi testi è ben conscio della nullità, dell’inconsistenza che sta alla base della vita, sa che la ricerca che ha impostato in entrambe le raccolte non potrà portare che a soluzioni parziali e momentanee, comprende che le proprie sicurezze e rassicurazioni non sono altro che espedienti, favole, tese ad allontanare la consapevolezza del vero e la fugacità dell’esperienza; ma, proprio a partire da questa presa di consapevolezza, dimenticandosi «di aver odiato / una volta in ogni dove il tutto / di questa vita»8, può tentare un salto ulteriore: lanciarsi, gettarsi nella vita come Germanico nella selva di Teutoburgo o Crastino «verso l’urlo / degli invisibili volti fraterni»9 fino a «volere tutto / da questa materia fragile / ottusa insensibile vivacità della pelle / che tocca l’altra pelle»10. Di questo intento, della propria volontà di ricerca e immersione nella vita, sublimizzato da quel «desidero sempre, desidero ancora. / Desidero vivere.»11, Tommaso Di Dio sembra potere non fare a meno. Ciò si può notare anche da due caratteristiche ricorrenti nei testi di Tua e di tutti: il rapporto instaurato con la lingua da un lato, e quello con le cose dall’altro. Per quanto riguarda il primo ritengo sia opportuno citare sempre Franca Alaimo, che ne ha colto perfettamente quello che ne è il valore più profondo:

«Scrivere queste cose che passano» è il compito che l’autore si dà, sfidando la consapevolezza della falsità della lingua in sé  (in quanto non è data mai coincidenza alcuna con ciò che la cosa è ed il termine che la nomina) e dell’inutilità della lingua degli altri (quella che ci consegnano i morti, quella di ogni altro vivente), in quanto essa “significa” soltanto  per esperienza singolare, nel momento in cui l’individuo vuole farne uno strumento per capire perché e come «splendono per la terra oscura tante vite». È per questo che il poeta avverte un disperato sentimento carnale nei confronti del corpo linguistico, un’ansia orgasmica, quasi a volerne colmare il vuoto intrinseco, l’incompletezza, l’impossibilità: «fa’ che io possa / mettere la testa tutta dentro / che io vi spinga / battendo reni cosce e petto un pugno / di gioia terrena», esclama, mentre tesse un’ immagine che  sembrerebbe invocare il ritorno a una condizione di sapienza pre-linguistica, ad un utero di totalità verginale da riconquistare.12

Anche in questo caso l’atteggiamento di Tommaso Di Dio ha le proprie origini in Favole e riesce qui ad ergersi verso una significazione più ampia. Nella prima raccolta, infatti, si diceva: «A volte mi sveglio solo; e nella bocca della gola / qualcosa vive»13. Quel «solo» è fondamentale. Si può cogliere infatti nei versi di Di Dio come un tentativo di immergersi nelle cose e, di conseguenza, nella lingua che le nomina e le rende pensabili. È un percorso che deve essere fatto soli, così come i segni della vita divengono esperienza fondante e carica di significato solo nel momento in cui si materializzano al cospetto della vista e del tatto del soggetto stesso, e non per sentito dire o perché accaduto ad altri. L’esperienza singolare è il primo passo per un allargamento collettivo e universale. È da notare, inoltre, che, anche per quanto riguarda la lingua, si possono rilevare due elementi che, insieme, rappresentano al meglio il rapporto che questo poeta instaura con il linguaggio: da una parte, come sottolinea giustamente Franca Alaimo, la tentazione di un «ritorno a una condizione di sapienza pre-linguistica» e quindi pura ed originaria del verbo; dall’altro la volontà di mostrare l’inconsistenza della comunicazione ordinaria, sabotandola tramite ricorrenti figure d’inversione, costruzioni latine, contrapposizioni tra termini astratti e termini concreti, secchi enjambements, citazioni o riproposizioni colte, e una punteggiatura che si limita in gran parte al punto fermo. Per quanto riguarda, invece, la seconda caratteristica – il rapporto che il soggetto instaura con le cose – si possono annotare alcune considerazioni. Ciò che emerge eminentemente è la necessità, quasi viscerale, di nominare la superficie, gli oggetti, le persone della vita fino a farli propri, fino a sentirli vivi e concreti, diversi da sé ma facenti parte della stessa costruzione collettiva. Tipiche e ricorrenti si fanno allora le elencazioni nominali, spesso asindetiche e senza aggettivo, rispondenti ad una sintassi che si fa franta e innaturale proprio grazie ad un andamento lirico-verticale ed allo stesso tempo enumerativo14. Le cose della vita, che si manifestano apparentemente nella loro gratuità e fragilità, segni ricorrenti e quasi banali dell’esistere, in realtà, come ha scritto per altri poeti Simonetti (Mario Benedetti, Stefano Dal Bianco, Antonella Anedda, Milo De Angelis etc.) ma che può adattarsi benissimo anche alla scrittura di Tommaso Di Dio, «sono quelle consuete, ma come ricoperte di uno smalto opalescente, capace di impreziosirle»15. E si potrebbe aggiungere, senza per questo operare forzature, che Tommaso Di Dio possa inserirsi benissimo in questo filone di poeti individuato da Simonetti e nel loro modo di guardare alla vita e di filtrare il reale attraverso la lingua16.
In conclusione occorre soffermarsi su quello che potrebbe essere il traguardo finale, l’approdo definitivo di queste due prime raccolte. L’individuazione di un punto d’arrivo stabile può sembrare in contraddizione con il carattere aperto che, come più volte ribadito, anima la ricerca di questo autore. Ritengo tuttavia che sia possibile – e doveroso – isolare un tratto comune a entrambe le opere analizzate. Scorrendo interamente l’opera del giovane poeta ciò che ricorre e che caratterizza tutte le poesie è la continua ed incessante quête che coinvolge il soggetto dei testi. Le due raccolte, infatti, si costruiscono e si sviluppano proprio a partire da una costante ricerca di segni che possano caricarsi di senso, farsi esperienza e garantire a colui che parla una sicurezza difficilmente raggiungibile, la certezza di non essere solo un «corpo finito»17 ma una parte di un tutto più ampio. Ciò che si chiede alla vita, accettandola ed immergendovisi nella sua multiformità e contingenza, è una significazione più ampia di quella che appare al soggetto. Se una risposta definitiva sarà improbabile, perché la vita, come detto, può essere definita e compresa solo sulla base del «niente che non l’abbandona», allora il senso risiederà proprio in questa continua ed ossessiva ricerca, in questo lavoro inevitabile e necessario a cui il soggetto delle poesie è destinato. Viene spontaneo allora ripensare all’ultimo testo di Favole e a quegli operai in tuta arancio, come il poeta, «che scavano»18.

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1 Già Luciano Mazziotta su poetarumsilva.com e Franca Alaimo su lietocolle.com individuano in vita una delle parole-chiave della raccolta.

2 Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, cit., p. 19.

3 Interessante notare come il passare del tempo, spesso evidenziato tramite la parola-chiave anni, si presenti sia in Favole che in Tua e di tutti, come un movimento che cancella e dilava le sicurezze del soggetto di questi testi. Movimento che funge anche da punto di partenza per un nuovo cammino di ricerca e scavo. Favole iniziava così: «Inizio ora a pensare quanti anni ho. / I vent’anni presi come un graffio.», Tua e di tutti, invece, apre la seconda e forse più fondamentale sezione insieme alla sesta, con «Con gli anni la vita si complica». Importante questo anche perché manifesta il continuo ricominciare e ritornare sulle cose e sulle esperienze, anche a distanza di anni appunto, che caratterizza la poesia di Tommaso Di Dio. Niente si dà come definitivo se non l’esistere.

4 Scrive Tommaso Di Dio nella poesia che apre la sezione tre, Essere stati: «[…] Tutto questo / essere stati non basta / bisogna ripetere tutto, capitolare. / Bisogna pagare». Come a dire che lo sforzo, la fatica di questa incessante ricerca, se è sforzo altrui o tentativo solitario e momentaneo si rivela inutile. Ciò che è necessario è il continuo ricominciare dell’esperienza singolare, fino alla scoperta di una risposta definitiva. Interessante notare che, in una delle prime versioni di questa poesia (in particolar modo mi riferisco a quella pubblicata martedì 22 marzo 2011 su www.mariobenedettiofficialblog.blogspot.it) compare un verso di pasoliniana memoria (cfr. Il pianto della scavatrice, Le ceneri di Gramsci, 1957), poi eliminato, che recita: «solo l’essere è», segno evidente di una volontà di agire e di stare nel presente tipica di Tommaso Di Dio. Ancora più interessante se si considera anche la poesia II. della sesta sezione che chiude così: «[…] La scavatrice che ci lavora / porta fuori e getta; porta fuori e getta / la terra dai muri».

5 Già Claudia Crocco nel recente saggio Poesia lirica, poesia di ricerca. Su alcune categorie critiche di questi anni a partire da due libri recenti uscito su www.leparoleelecose.com individua, in particolar modo nella seconda sezione di Tua e di tutti, la costante di un interlocutore – un tu – femminile.

6 Luciano Mazziotta, Note su «Tua e di tutti» di Tommaso Di Dio, www.poetarumsilva.com.

7 Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, cit., p. 27.

8 Ibidem, p. 32.

9 Ibidem, p. 34.

10 Ibidem, p. 35.

11 Ibidem, p. 65.

12 Franca Alaimo, “Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio letto da Franca Alaimo, www.lietocolle.com.

13 Tommaso Di Dio, Favole, cit., p. 22.

14 Tra i vari esempi di elencazioni nominali da Tua e di tutti si possono ricordare «amici case paesi», «Milano / le case le strade; la sera, lo sgorgo», «muschi foglie ombre […] il vuoto, le strade», «le voci la strada / la luce», «L’Italia le case le montagne; le domeniche […] i mattoni la tivù / le chiese» etc.

15 Gianluigi Simonetti, Mito delle origini, nevrosi della fine. Sulla poesia italiana di questi anni, www.leparoleelecose.com.

16 Lascio in sospeso questo paragone, sia perché Di Dio è un autore ancora troppo giovane per poter essere inserito all’interno di una categoria – in questo caso quella di mito delle origini – di cui fanno parte poeti con molte pubblicazioni all’attivo, sia per non voler costringere il nostro entro limitazioni claustrofobiche, lontane dalle volontà di questo saggio. Saranno altri eventualmente ad approfondire questo tipo di paragone. Per quanto riguarda i suoi modelli, però, io credo sarebbe interessante sviluppare una lettura di Tua e di tutti sulla base dei rapporti che intercorrono tra la Weltaschaung di Tommaso Di Dio e quella linea detta “realistico-impressionista” sorta con Saba e sviluppatosi con poeti come Penna o Caproni. Sarebbe un interessante punto di partenza per confrontare somiglianze e, più importante, differenze nei due approcci alla vita ed alla sua contingenza.

17 Tommaso Di Dio, Favole, cit., p. 19.

18 Tommaso Di Dio, Favole, cit., p. 26.

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