saggi

«La ricerca dell’esperienza»: un percorso nella poesia di Tommaso Di Dio /1

Egon Schele, Fanciulla in ginocchio (1917)

di Pietro Cardelli

*

Favole (Transeuropa, 2009) e Tua e di tutti (Lietocolle, 2014), prime due raccolte di poesie di Tommaso Di Dio, costruiscono l’evolversi di una complessa e mai placata dialettica tra il soggetto dei testi – prima persona singolare o plurale – e la vita reale, intesa come totalità frammentaria nella quale riconoscersi, ricercando nelle cose, nelle persone e negli oggetti che la compongono quei segni e quegli atti che, marcando davvero l’esperienza, possano garantire all’io lirico l’unica vera certezza che chiede: la certezza d’esistere e di far parte di una totalità e di una significazione più ampia di quella delineata dalla ineluttabile condizione di «corpi finiti» in cui si riconosce1.

Favole, plaquette di quattordici brevi testi, si presenta da un lato come presa di consapevolezza di una frattura avvenuta tra soggetto e mondo, dall’altro come costante e inconcludente ricerca di un gesto, un atto, un segno, che garantisca l’esperienza, e quindi la testimonianza di non essere solo «corpi finiti» ma qualcosa di più, uomini facenti parte di un tutti, di una vita che possa essere riconoscimento e collettività. Fondamentale è il fatto che, nella poetica di Di Dio, questa ricerca sempre sviluppata e mai conclusa ha la sua origine proprio dalla frattura iniziale sopra descritta. La rottura del rapporto uomo-natura, e quindi del riconoscimento del soggetto nella vitalità del tutto, funge così da punto di slancio per quel processo di scavo e ricerca che è la vera costante delle prime due raccolte del giovane poeta.

favola

Inizio ora a pensare quanti anni ho.
I vent’anni presi come un graffio
dentro la casa, la scala va verso l’alto
infinitamente. Qui si partorisce
dalla faccia della gente, tronchi, sassi
come crani, alghe; mentre una montagna
ci sovrasta. A vent’anni lo sguardo è nei chilometri
in alto, dove tutto è sostanza viva
dei boschi. Dormono nella casa, sono tutti silenziosi.
Ma al mattino si disse che
morte non avrà su questo spazio né parola.2

Già con la prima poesia della raccolta ciò che emerge è un senso di spaesamento, di fragilità, di rottura. Il soggetto, un io apparentemente ben delineato dal verbo d’apertura – «Inizio» – ma che si rende subito impersonale e poi prima persona plurale, si ferma a riflettere, arrestando per un momento il perpetuo scorrere della vita e, con lei, del tempo. Il riconoscimento della propria età attuale lo porta così a comprendere anche l’irreparabile frattura che si è verificata tra l’età dei vent’anni e la stagione di vita presente. I «vent’anni» si rivelano così «come un graffio», età apparentemente mitica, libera, legata ad immagini di verticalità, altezza, vitalità che solo oggi, a distanza di anni – Di Dio ne ha ventisette quando pubblica Favole – si possono comprendere. Il «Qui», invece, tempo della scrittura e dell’età adulta, si mostra come un tempo arido, duro, deforme, in cui le immagini della natura da vitali si fanno inquietanti e in cui la dimensione del basso e del pesante la fanno da padrone. Se nell’età della giovinezza tutto era vivo, aperto, possibile – si poteva negare anche la morte – adesso qualcosa si contrappone al soggetto e, allontanandolo dal coraggio e dalla spavalderia tipica dell’adolescenza e dalla «favola» che la caratterizzava, lo costringe ad iniziare un vero e proprio viaggio di ricerca e scavo verso quella che potremmo chiamare da una parte la consolazione o certezza d’esistere, dall’altra il riconoscimento di sé nella totalità che ci determina e ci circonda.
Tra i testi della prima metà della plaquette che seguono la poesia d’apertura, Di Dio si concentra nel descrivere la tragica condizione presente con immagini icastiche e mai banali – il «canto rotto per l’altezza» o «i piedi pesanti / sul pavimento, sopra la testa, sopra tutto» in III, «la carta intera, / logora di tutti i giorni» in V – e tramite una sintassi carica di fratture, caratterizzata da decisi enjambements e da un’attenzione quasi maniacale per i sostantivi. In questa condizione di spaesamento e apparente negatività assoluta emerge sempre però quel costante desiderio interiore del poeta a ritrovare se stesso nell’alterità, nella totalità, in questo caso nella natura. Ne è un esempio IV:

Il corpo atteso al giudizio
delle ultime labbra. La foce delle nuvole,
l’armistizio sereno del vento dove le mani
stringono la finestra e chiudono per sempre
il fuori dal di dentro. Ripetere questa nebbia
che batte all’impazzata contro i margini
degli abbracci e dei palazzi. Cercare la chiave giusta.
L’accordo di tutto il pianto dei portoni.
Venne, poi, la chiara successione. L’estate,
l’autunno, l’inverno; aspettare la crescita
dei fiori da quel fiato scarno e colori lividi
dei prati macchiati di neve. Ogni seme.
Ogni testa. Nella terra sono gonfi per la gioia
di una strana festa.3

Avvenuta la rottura tra uomo e mondo, il ripetersi delle stagioni, il mutamento della natura, la crescita, ciclicità e svolgimento delle cose nel tempo si mostra al soggetto, il quale, in uno slancio di fedeltà a ciò che esiste, per un momento pare riuscire a percepirsi come parte di un tutto indifferenziato. Si manifesta qui da parte del soggetto stesso un credere nella rinascita, una volontà di appartenere all’accadere ciclico e positivo, senza perché, della natura. Questa possibile via d’uscita viene però negata immediatamente da alcuni elementi riscontrabili già in questo testo. La voce che parla, infatti, non solo si fa impersonale – notare l’uso dell’infinito nei verbi – ma sembra quasi estraniarsi dalla situazione presentata. Ad una lettura più attenta, infatti, si capisce che non c’è vera partecipazione; sia quel chiudere «per sempre / il fuori dal di dentro», sia la proposizione conclusiva, «Nella terra [e non nell’hic et nunc del poeta] sono gonfi per la gioia / di una strana festa», mostrano proprio come chi parla senta lontano, strano, inconcepibile quell’evento. Quella di Tommaso Di Dio, però, non è una poesia della rassegnazione o dell’accettazione passiva ma, anzi, si costruisce e si sviluppa proprio su una continua dialettica con ciò che è altro dal soggetto. Il tema di IV, infatti, viene ripreso un’ultima volta, in questo caso in senso positivo. È la poesia XII, terzultima della raccolta, dove ad essere descritta è l’apparizione della primavera, unica stagione non nominata ma presentita, in IV:

La stanza ora è piena di vento, la primavera
porta i suoi segni aprendo e dando
senso alle tue mani; […]4

La sua irruzione è vorticosa, decisa, dà senso alle cose. La primavera si presenta ora tramite i suoi segni più significativi, nudità e natura, che si uniscono assieme costituendo un senso positivo prima inimmaginabile. Si prospetta così, apparentemente prematuro, il ricongiungimento desiderato con l’indifferenziato vitale. L’unità iniziale, quella dei vent’anni, sembra ricomposta.
In realtà, per comprendere il senso di questa apparente discontinuità, di questa inaspettata vittoria, dobbiamo tornare indietro e provare a spiegare l’altro movimento che caratterizza Favole: la costante e inconcludente ricerca di un segno che garantisca l’esperienza autentica e quindi la vita, intesa come sentirsi parte di un tutto più ampio. Solo a partire da questa dinamica si potrà capire come anche la ricomposizione di XII non è altro che uno slancio velleitario, un tentativo momentaneo di chi sta cercando nelle cose che lo circondano e nella loro apparente semplicità quel segno che possa dare un senso alla propria vita individuale, quell’esperienza che possa risultare decisiva per l’esistere del soggetto lirico stesso. Ed è proprio questo continuo alternarsi di segni e risposte apparentemente definitive con la successiva constatazione della loro parzialità e insussistenza a definire la poesia e l’incedere di Tommaso Di Dio. Non ci sono soluzioni definitive. La vita, per statuto, necessita una ricerca costante, un continuo mettere in dubbio se stessi, fino a capire che, forse, è proprio questo procedere frammentario e inconcludente, comune a tutti coloro che esistono, a darle l’unico senso che veramente le appartiene.
Per arrivare a questa considerazione, però, occorre procedere nell’analisi della prima raccolta. Come già accennato, all’interno di Favole, diretta conseguenza della frattura avvenuta tra soggetto e mondo, si sviluppa un secondo movimento, il quale presenta alcuni temi centrali e ricorrenti: il sesso in quanto contatto fra corpi ed esperienza vitale, la definizione «nel “noi” di un rapporto amoroso privilegiato»5, «la paura di essere solo due / corpi finiti»6, la metonimica ricerca di parti del corpo che possano garantire certezze, il tentativo di riscattare la caducità e la finitezza della vita tramite il significato eterno e assoluto che possono assumere le esperienze, il continuo bisogno, infine, di affidarsi ad un segno che possa essere significante per il soggetto e la sua fragilità. L’introduzione di queste nuove problematiche, poi centrali anche in Tua e di tutti, e di questo movimento di ricerca viene sviluppata in modo molto intelligente dall’autore. È possibile individuare infatti due testi che preparano il mutamento di tono, facendo sì che l’irruzione di questi nuovi temi non risulti avulsa dal resto della plaquette, proponendosi invece come diretta e inevitabile conseguenza di quella frattura uomo/mondo e di quella volontà di risposte e sicurezze tipica del poeta. A far ciò sono i testi III e VI. In III, a partire dal cambiamento che hanno assunto per il soggetto – anche qui un noi che si fa impersonale – le immagini di altezza e verticalità, prima sogno comprensibile ora traguardo inarrivabile e minaccia incombente, viene presentata una nascita non individuata, «cosa viva / nella pancia da qualche parte nel mondo», prodotto dell’urlo della madre, sintesi di ogni elemento «fra cielo e terra», inconscio desiderio di una vita. Non importa che abbia un nome, che possegga un’identità, ciò che conta è il suo solo esserci, l’esistere nel mondo, frutto di un gesto che ha significato qualcosa, che si è imposto sul resto delle cose e che non può più essere negato. Se qui il gesto è presentato nella sua forza, nella sua corporeità, in VI è invece percepito come distante, appartenente a qualcun altro. E’ la «terra nuda», la natura più viva, a segnare il transito di due corpi, a testimoniare la loro presenza, il loro passaggio, il loro rapporto. Ma ciò che la terra sembra rivelare senza remore in realtà nasconde o, per meglio dire, distanzia. C’è un forte distacco, infatti, tra il noi di chi parla e i due corpi stesi nella notte sulla terra. Una lontananza incolmabile separa i due mondi, quello di chi ha vissuto e quello di chi rimane a guardare. Se per i due corpi, per i due amanti forse, la natura era stata una culla, un rifugio, un dolce riparo, per il soggetto che parla, invece, rimane un’utopia irraggiungibile. Il segno, che in questo caso è la prova lampante che lì, proprio lì, qualcosa è successo, ha poco valore se non riguarda la vita di chi lo sta osservando. Il significato dell’esperienza può avere validità solo se vissuto sulla propria pelle. Riconoscersi nell’altro è ancora un passo troppo ampio per il soggetto di queste liriche. Sarà in Tua e di tutti che questo salto sarà tentato e, in alcuni casi, riuscito.
Le poesie successive, seconda parte della raccolta, riprendono e ampliano le problematiche di III e VI. In particolar modo i temi del sesso, dei corpi, del bisogno di un gesto, di un’esperienza che dia sicurezze, si impongono come quelli centrali. Esemplificativo ed icastico il finale di VII:

Oggi volevo fare l’amore con te. Oggi volevo
sbranare la paura di essere solo due
corpi finiti.7

Ancora un netto bisogno di certezze, alla ricerca di un segno – in questo caso estremamente corporeo – che dia una sicurezza agognata e sempre rimandata. Sicurezza che sta sempre nel definirsi parte di un tutto indifferenziato, superando così quella fragilità e inconsistenza intrinseche delle condizione umana. Si susseguono così parti del corpo che, metonimicamente, assumono valori universali per colui che le nomina. Le labbra, i reni, il petto, i visi, le braccia, la gola, la pancia, la lingua, si fanno adesso segni concreti dai quali si chiede una risposta rassicurante, uno stimolo positivo. Quello che ne risulta è una vera e propria analisi del corpo e delle sue parti, vissute e nominate, alla ricerca di ciò che possa farsi esperienza, prima in senso oggettuale e carnale, poi universale e collettivo.
La caratteristica comune di tutti questi testi, però, è la parzialità delle risposte conseguite. Il compimento tanto ricercato, l’esperienza che si faccia viva e personale, l’adesione al tutto del reale, anche quando sembra ormai raggiunta e inevitabile, si sottrae invece alla presa del soggetto, che si ritrova continuamente al punto di partenza, spaesato e sbigottito dinnanzi al mondo. Tommaso Di Dio, come già accennato, delinea così un cammino senza conclusioni definitive, destinato ad un eterno ricominciare. Il segno a cui si chiedeva una risposta svanisce proprio nel momento in cui stava per farsi esperienza. A testimoniarlo una favola, la IX:

[…] Infine si disse che

sul suo corpo cercassero invano e non trovarono
segno di ferita.8

Con questa favola si prospetta una conclusione negativa, vissuta come una mancanza, una sconfitta. Il soggetto di queste brevi poesie, nonostante il suo faticoso ricercare, si ritrova, al termine del suo viaggio di scavo, in una condizione di spaesamento ancor più grave che alla partenza. La sua fragilità si fa lampante e sembra difficile procedere oltre. Quello che però sembrava un cammino inconcludente, impossibilitato di una fine definitiva e rassicurante per sua stessa natura, riesce a trovare una sua strada, un approdo credibile e, allo stesso tempo, riscattato. È ciò che succede nell’ultima poesia della raccolta, la favola XIV:

favola

Gli operai fuori di casa mia
scavano. Hanno le tute arancio e sono tanti
intorno alla buca. Di giorno tu
mi dici che mancano i colori, che bisogna fare
ridere la gente. Loro scavano. La buca è grande quanto
possa bastare all’intubazione
dei cavi e dei condotti nella terra. Prendi le cose tu
le metti alle labbra perché possa
passare una forma di calore. Hanno le macchine, si muovono
intorno alla buca. Prendi questa cosa
dura che germina sulla mia bocca, prendila. Loro
scavano. Apri la bocca tua e la lingua
cancelli ogni nome. Rimanga questo di noi
segno muto. Amore. Che scavano.9

L’importanza di questa poesia, riletta dopo l’uscita di Tua e di tutti, è duplice. Da un lato, come detto, segna un possibile approdo della prima raccolta, una conclusione forse positiva, dall’altro si propone come punto di snodo necessario e inevitabile tra Favole e il secondo libro. In questo caso Di Dio presenta una scena fondata su due immagini che si intersecano e si contrappongono lungo tutti i quattordici versi del testo. Questa opposizione però, è in realtà meno netta di quanto si possa pensare, anzi, si può dire che il lavoro degli operai, lo scavo diligente di una buca profonda fino a «quanto possa bastare», rappresenti in modo veramente fisico e oggettuale l’azione del soggetto di questa raccolta, quella ricerca ormai tante volte nominata verso un segno, e quindi un’esperienza che possa riempirci, definirci e rassicurarci. Il rapporto tra l’io e il tu, questo rapporto amoroso che sempre, nel corso delle favole, si fa e si disgrega – movimento evidenziato dall’utilizzo sempre accorto e mai scontato del pronome personale noi – raggiunge qui il suo culmine. Posto davanti ad una scelta obbligata colui che parla sceglie una delle strade possibili ed invita, quasi ordina, colei a cui si rivolge a seguirlo. Imposto il silenzio, cancellate le parole, rimane il segno muto, capace come di inverare l’esperienza, di renderla propria, consentendo così al soggetto di sentirsi parte di un tutto più ampio, anche se sempre immanente. La «favola di una vita incerta, non sicura […], della propria identità»10 sembra riuscire qui, al termine di un vero e proprio viaggio di ricerca, visione e acquisizione delle cose, a trovare una propria consistenza, un proprio significato; e lo fa modificando la prospettiva sulla vita, silenziando le parole e ritrovando negli oggetti e nelle cose, in particolar modo nelle parti del corpo, quel segno che, metonimicamente, rappresenti la complessità e l’universalità di ciò che esiste. Sarà allora possibile non sentirsi più solo «corpi finiti» ma identità sicure, consce di far parte di un qualcosa di più ampio. Tua e di tutti, pubblicato cinque anni dopo, partirà proprio dalla messa in dubbio di questa significazione, di questo approdo:

[…] E ogni mondo
a cui hai creduto come cosa salda e vera
è già di altri negli altri corpi
come una bufera che non riconosci più; che non riesci
ad amare più.11

*

*

1 Già Luciano Mazziotta, su poetarumsilva.com: «Ci troviamo di fronte alla dialettica singolo-collettività: il tu, che è specchio dell’io, da una parte, ed il “tutti” che indica la totalità; la dialettica io-tutti attraverso la quale singolarità e collettività si scambiano incessantemente le parti, nella ricerca di una pienezza impossibile da raggiungere».

2 Tommaso Di Dio, Favole, Transeuropa, Massa, 2009, p. 13.

3 Ibidem, p. 16.

4 Ibidem, p. 24.

5 Mario Benedetti, Prefazione a Favole, cit., p. 7.

6 Tommaso Di Dio, Favole, cit., p. 19.

7 Ibidem.

8 Ibidem, p. 21.

9 Ibidem, p. 26.

10 Mario Benedetti, Prefazione a Favole, cit., p. 8.

11 Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, Lietocolle, Faloppio, 2014, p. 19.

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