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JACOPO RAMONDA – UNA LUNGHISSIMA RINCORSA

ILARIA BOSSA - SICCITÀ

Pubblichiamo cinque prose brevi di Jacopo Ramonda da Una lunghissima rincorsa (Bel-Ami Edizioni, 2014, con prefazione di Andrea Inglese e illustrazioni di Ilaria Bossa). Ringraziamo l’autore per la concessione.

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ENNE (cut-up n. 95)

Mi ero svegliato con quasi un’ora d’anticipo, riemergendo da un sogno che non riuscivo a ricordare, ma di cui sentivo ancora il peso. Mi ero appena vestito e mi stavo preparando per andare a lavorare, quando il telefono ha iniziato a squillare. Mentre mi avvicinavo sapevo già quello che avrei sentito non appena alzata la cornetta. R. e il suo tono di voce sono state altre due conferme. Come immaginavo, mi è stato detto che N. era morta nella notte. Per qualche motivo ho deciso di cambiarmi e farmi la barba, poi ho chiamato in ufficio, dimenticando che era ancora troppo presto perché qualcuno rispondesse. Quando ero ormai pronto ad uscire, già con le chiavi di casa in mano, è scattata la sveglia. Sono andato a spegnerla e ho sentito la necessità di stendermi un attimo sul letto, con scarpe e cappotto. Sono rimasto lì per qualche minuto a guardare il soffitto e mi è tornato in mente il sogno.

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RAMPICANTE (cut-up n. 111)

Se scegliessi di essere triste per sempre, niente mi potrebbe più scalfire. Non avrei mai più paura di aver paura. Lascio che l’apatia mi cresca addosso, come l’edera. La calma che trovo in fondo alla malinconia è il dolore più piacevole che io abbia mai provato. Dopo cena esco a fumare una sigaretta sul balcone; L. dice che di sera si sente più giù, a me invece piace guardare il cielo di notte, lo trovo deresponsabilizzante. Secondo un articolo che ho letto, alcune di queste luci provengono da stelle ormai spente. La dose massiccia di distacco che mi tiene in trappola è diventata il mio riparo; mi sono rifugiato nei miei ergastoli, finendo per affezionarmi ai miei sequestratori. È la mia sindrome di Stoccolma. Ho fermato tutti gli orologi e ho messo le preoccupazioni in stand-by. Guardo i giorni cadere uno addosso all’altro, come tessere del domino. Niente conta e mi sento al sicuro. Resto lontano. Mi immergo in apnea, torno allo stato fetale. È tutto ok, è tutto ok. Niente conta. Forse è vero: l’unica cosa insopportabile è che nulla è insopportabile. Niente conta. È tutto ok. Niente conta. Non mi resta che aspettare.

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SICCITÀ (cut-up n. 99)

L. e V. si imbattono continuamente in deformazioni grottesche di loro stessi, principalmente nei riflessi delle vetrine del centro, ma anche in ufficio, quando spegnendo il pc pochi minuti prima della fine dell’orario di lavoro, restano seduti inespressivi davanti allo schermo nero, che restituisce un’immagine morta del loro viso perfettamente coincidente con quella che è diventata una sensazione latente, un sottofondo costante di rumore bianco.
V. sostiene di aver sentito dire, probabilmente in un documentario sullo spiaggiamento dei cetacei, che non si conosce la ragione precisa per cui, ogni anno, un notevole numero di esemplari si arena a riva. Stando ai ricordi di V., alcuni studiosi ritengono che finiscano semplicemente per perdersi, mentre altri non escludono l’ipotesi di un disorientamento interiore più profondo e radicale, che culminerebbe in questo atto di autoeliminazione.

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OCEANARIO (cut-up n. 14)

Hai incastrato una sedia tra il pavimento e la maniglia della porta. L’hai proprio sprangata, quella porta. Ma i ricordi sono come la stagione delle piogge, e filtrano dappertutto. La stanza di là è diventata un oceanario in miniatura. Tanto vale aprire e lasciarsi travolgere da quello tsunami domestico. È bello spalancare la porta all’improvviso e vedere il muro d’acqua crollare a terra. Prenderlo alla sprovvista, togliergli la terra da sotto i piedi. Ti piacerebbe scattare una fotografia di quella frazione di secondo in cui tutti i tuoi ricordi liquidi restano in piedi da soli, in un equilibrio impossibile, mentre la porta si sta spalancando. Ma dura troppo poco.

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ACQUA (cut-up n. 75)

Non sopporto le cornici dei quadri e gli arrangiamenti orchestrali. Odio recitare una parte per farli passare tutti dalla mia parte. Non sopporto i miei assolutismi, odio dimenticare che non siamo tutti uguali, che novembre è un mese primaverile nell’emisfero australe. Odio il fatto che non esistano antidoti per i denti avvelenati. Non sopporto quando l’angoscia mi schiaccia a terra, come un supplemento della forza di gravità. Non sopporto la strada semidisabitata in cui la casa dei miei è cresciuta rigogliosa, innaffiata dagli sputi di qualche dio minore. Il tipo di attenzione che hai raccolto con il tuo tentativo di suicidio è perfettamente sintetizzato in queste forbici con la punta arrotondata. Le tue camicie di marca, le mie camicie di forza; ci sentiamo tutti senza forze. Modalità predefinite sulle rotte autistiche della mia rabbia. Questa rabbia repressa che mi inquina il sangue, le mie aspre critiche. E ancora rancore. Ehi, David, quando finirà la guerra? Questa è l’acqua. Sono stanco di bruciare bandiere bianche, balliamo un lento sulla sirena del coprifuoco. Voglio una corsia preferenziale per i taxi vuoti e per i ragionamenti che non mi portano da nessuna parte, una corsia preferenziale per andare a perdermi.

*

*Pro

4 thoughts on “JACOPO RAMONDA – UNA LUNGHISSIMA RINCORSA”

  1. davvero belli questi cinque pezzi non facili, acidi, indocili, che penetrano come un liquido permeante tutte le righe del pensiero, chiedendoci dove andiamo a sbattere la testa senza troppo rumore, un piacere nella lesione, nell’apertura di un lembo della tenda soffocante che ci nasconde.

    mdp

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