EDITORIALE: L’autore indifferente

Giulio Paolini - Il bello ideale

di Simone Burratti

“In my room, the world is beyond my understanding;
But when I walk I see that it consists of three or four hills and a cloud.”
                                                            W. Stevens

La scrittura di cui vorremmo parlare non ha niente o quasi niente in comune col suo autore, con la sua biografia e i suoi interessi, con la sua capacità di rappresentare il mondo attraverso una voce e uno stile unici, personali. Al contrario, è una scrittura radicalmente appiattita sul suo tempo, in cui l’eccezionale è sempre percepito come ennesimo, e che quindi preferisce al discontinuo l’ampio spazio di vita comune a tutti, libero dalle declinazioni di una personalità, dalla sua mediazione emotiva o intellettuale; spazio di vita inevitabilmente indifferente, avaro di vette o punte, ma anche scomodo ai fini di una retorica di se stessi, di un discorso brillantemente autoreferenziale.

Allo stesso tempo, questa scrittura vorrebbe prendere le distanze da tutte le autocensure dell’io di primo grado, che finiscono, nella maggior parte dei casi, col concentrarsi più sulla censura in sé che non sull’oggetto: scritture automatiche o procedurali, quando sfruttate con prodigalità distratta; configurazioni linguistiche speciali (poesia visiva) e investimenti totali sul significante in sfavore dell’oggetto; posizioni ostentatamente “oggettive” che rimandano poi il vero oggetto del testo a una sua connotazione o riflessione posteriore, restando vuote nella testualità autonoma. Se di tali scritture e strumenti verrà talvolta fatto uso, sarà per verificarne la tenuta, e ricavarne la contraddizione cercata; oppure per trattarli alla stregua di alternative pratiche alla composizione lineare, di strumenti, per l’appunto, volti però a un’idea di poesia che resta sempre la stessa, quella che finora abbiamo provato – riuscendoci o meno – a delineare.

Il compromesso sembra allora collocarsi entro un’ampia scelta di soluzioni “aperte” e intermedie, in cui il soggetto assume sì il ruolo di canale percettivo e intellettivo tra la realtà e il testo – e tra la realtà e il lettore – ma ponendo e rappresentando se stesso come elemento non irrelato,  fenomeno tra i fenomeni, voce consapevole delle altre voci che continuamente la influenzano e la sovrastano. E ancora: non un io “diminuito”, ma un io diversamente posizionato, totalmente esterno (regista dell’azione, supervisore formale) e insieme totalmente interno (personaggio, modello esemplificato, ma anche soggetto interscambiabile tra l’io e il tu, poco connotato e quindi sovrapponibile). Solo così il pesante concetto di autore – e con esso quello del suo alter ego testuale – sembra poter diventare realmente indifferente, e cioè irrilevante ai fini della fruizione e dell’interpretazione del testo, e del mondo che il testo vorrebbe incarnare.

Ma l’autore, si sa, non è mai indifferente, ed eccolo lì pronto a imporre a quel mondo la sua personale visione, riducendolo così a uno dei tanti possibili, insufficienti. Eppure, dall’attrito del suo intervento ordinatore con la realtà decentrata e informe – leggasi: informale –, qualcosa è nato, e già non gli appartiene più: una frase scappata per sbaglio, una contraddizione non salvabile, una regola che torna invariabilmente. La sua scrittura, la sua idea di mondo, finisce per rientrare nei processi programmati dal tempo in cui è stata concepita; e proprio per questo, dal suo punto di vista parziale e ininfluente, è costretta a parlarne nel modo più schietto, concreto, l’unico possibile: quello in cui il suo autore non ha più importanza, né sa opporsi al testo (al mondo?) che lo esclude.

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