Esce in questi giorni per i tipi di Industria & Letteratura il nuovo libro di Simone Migliazza, Un posto per tutti: ne presentiamo in anteprima una scelta di testi.


Due fotografie


n. 1

Pasqua ‘8*. Si potrebbe fare il nome di molti nelle vie in processione, raccontarne le vicende private o cosa ne sarebbe stato dopo, più avanti.

Così, dai fiori rimasti per strada e venuti dai balconi, risaliremmo al rito facilmente e dai lenzuoli fermi, ancora stesi intorno a mezzogiorno, sapremmo come non ci fosse vento e si potesse uscire già in camicia. Eppure, questa sarebbe un’approssimazione.


n. 2


a S. e M.G.


Nell’81 erano in quattro contro lo sfondo di alberi. Uno morirà suicida. Allora, invece, abbracciava una donna in aperta campagna, vicino a delle giovani conifere.




Sapere dire


Sapere che potresti essere tu

a morire, così,

per un motivo qualunque, è successo

ieri. Sì, prima ci ho pensato, ma

come si pensa alle cose possibili

quelle che capitano prima o poi.

Pure adesso, in realtà,

non so cosa significhi del tutto

né quando possa una cosa del genere

finire veramente

— stare come se non ci fossi, dico

non lo riesco a capire.

Ai miei alunni ripeto che sapere

è sapere dire

e qui è un po’ lo stesso

— testare l’efficacia di un discorso

faticoso. Mi aiuta

che sia come parlare di cose lontanissime

e che il margine di errore renda tutto

più plausibile. Oggi

se n’è accennato

ma era una cosa già risolta — Brest,

Dubrovnik con qualche isola vicina

suonavano reali, tutte a un passo.




Il posto di ogni cosa


Tenere il posto a ogni cosa è stata

la maniera di farne un’esperienza

tollerabile. Solo

una certa fatica

era l’inarcamento innaturale

nelle voci a tradirla.

Le azioni, invece

si sono succedute

leggere, senza logiche

particolari.




Capire di essere qui


Aver capito quanto condiviso

possa essere l’arrivo del momento

rende evidente la ragione di essere

qui, ora, tra le stanze

o in giardino fumando sotto i portici

e che non ci sia nulla di speciale

in tutto questo

che non faccia notizia per nessuno.




La memoria di V.


Ho consolato V. per la mancanza

dei figli, sono tre.

Ci siamo stati sopra per un po’

e in tutto il tempo

non ho fatto che dirmi quanta ragione avesse

ma dentro. Non riusciva a ricordare

se a natale li avesse visti o no.

Secondo lei è il dolore

a mangiarle la testa un po’ alla volta.

Mi dice che il telefono non serve

a nulla e che questo — il giallo

nei corridoi, il bel blu delle piastrelle —

questo sarà la sua tomba. Vuol dire

che ne vorrebbe una diversa, certo.

Non faccio nulla — ad esempio, rispondere

che una tomba è una tomba —

non faccio nulla

se non parlare e dirlo che parliamo

che siamo io, lei, mia madre

gli altri — io lei mia madre —

ed è meglio di niente

credo, parlare e dire come stanno

le cose, pure da sotto un riparo.




Ancora della casa, ma dalla macchina. E del viso, delle mani


Dalla macchina casa

si è fatta una nozione porosissima

fino a essere la forma

delle tue mani

e poi il viso ma come non l’ho mai

mai conosciuto.

E la mia faccia, o le tue mani forse

hanno fatto qualcosa

che somigliava a ridere, capisci?

Ed è stato esattamente

come adesso è da qualche

parte; e non lo so quanto

a lungo continuerai a morire o quante

dovrò contarne di tue sparizioni

ancora e farmi cose come queste

che durano chilometri

e mi servono a capire ciò che è stato.




Passeggiata di domenica


È lungo la domenica mattina

il congedo: il cemento, le strutture

sventrate con la gente lì seduta.

Da queste parti

è accaduto qualcosa

— la vita, nelle vie, nelle case

per gli ultimi vent’anni.

Ci sono stati luoghi in cui trovare

forma — è un tempo ricordato appena

— cose da non sapere come credere

più. Lo sfaldarsi del tessuto urbano

invece, non è mai avvenuto qui

per quanto vero possa essere stato.




Il posto per il bene

è costato fatica

— del cibo condiviso

e forse il mare, l’aria per un giorno

le cose innumerabili

sottratte al peso della verità

serbata intatta per l’amore e dire

dove si è stati, quando

redigere un elenco di occasioni

e farsi trovare pronti

sapendo cosa è stato e cosa no.





L’immagine in evidenza è di Francesca Coldebella Bergamin.

Per scaricare il pdf dell’articolo clicca qui.

3 risposte

  1. Avatar Cristina Simoncini
    Cristina Simoncini

    Sei bravissimo, Simone, non vedo l’ora di leggere il resto!

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  2. bella questa Selezione!

    Per me le più interessanti sono quelle in cui il monologo interiore è franto, spezzato da incisi, subordinate rendendo l’io poetico problematico, indifeso.

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  3. Buongiorno, mi sono appena iscritta al blog. Ringrazio per questo ed altri contenuti di sicuro interesse.

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