Per la rubrica di poesia portoghese pubblichiamo due poesie di Ruy Belo tratte da Il problema dell’abitazione, ultimo volume della collana da ocidental praia (a cura di Roberto Francavilla e Elisa Rossi, San Marco dei Giustiniani, Genova, 2025).

Tra le raccolte di Ruy Belo (1933–1978) – poeta, giurista e studioso di diritto canonico, – Il problema dell’abitazione (1962) occupa un posto particolare e non è forse tra le più conosciute. Accolto fin dalla sua pubblicazione come un libro di deliberata inaccessibilità, per la fitta trama di citazioni e allusioni che intreccia registri canonici, liturgici, epici e filosofici, esprime tuttavia con particolare chiarezza la metafora unificante del suo progetto letterario: «uma casa é a coisa mais séria da vida», la costruzione incessante di una dimora poetica ed esistenziale. Di seguito pubblichiamo un passo di «Como uma torrente», testo di Eduardo Lourenço raccolto nel terzo volume delle Obras Completas (Lisbona, Fundação Calouste Gulbenkian, 2016), scelto come introduzione all’edizione italiana.

«[…] Quel che c’è di unico e meraviglioso nell’avventura vitale e poetica di Ruy Belo, forse per la precoce consapevolezza che dovesse in modo assurdo e fatale incagliarsi nelle secche della pura fatalità, è che la sua “epopea” non è al servizio di niente. È intrinsecamente poetica, urto contro gli scogli del Destino – sofferenza, smisurate allegrie, fallimento, morte – senza quasi compiacere nessuna delle muse del nostro nichilismo moderno, neanche il più sublime. Senza compiacerlo, però senza ignorarlo. A partire dal nichilismo di Pessoa, naturalmente. Tutto accade come se a guidare la sua nave luminosa fra le rovine della Modernità fosse stato un angelo improbabile – come in un film di Bergman all’incontrario – e lo avesse portato, in piena coscienza, a un’altra Modernità, una modernità senza risentimenti, dove la morte di Dio la si accetta come un’altra specie di iniziazione e non come un’interminabile glossa dell’angoscia. 

La Modernità – quella di noi occidentali – è, nella sua essenza, “morte di Dio”, ma ci sono state, ci sono, diverse e persino opposte maniere di viverla, riviverla e farsene carico. Nessuno, tra noi, se ne è fatto carico con maggiore profondità e complessità di Ruy Belo. Il destino lo aveva fatto nascere al tempo senza tempo in cui Dio era tutto e l’ordine delle cose solo da lui derivava il proprio senso. Nessuno poteva sottrarsi a quel circolo e se in lui l’innocente paradiso è perduto, il suo ricordo, la sua mancanza, il rumore della sua assenza, come quello del vento, “voce di Dio”, cui ha dedicato una poesia che, nella sua tangibile inquietudine, dice tutto, mai si sarebbe estinto. Per Ruy Belo il mitologico “problema dell’abitazione” significa edificare un altro domicilio dove l’antico paradiso sopravviva. Il domicilio dell’Amore basta – basterebbe – se farne esperienza, nella sua pienezza, non fosse qualcosa di irraggiungibile, profonda assenza. 

Tutte le sue poesie sono glosse dell’unico assoluto che lo ha offuscato, distrutto e redento, l’assoluto di quell’Amore, molteplice e uno, presente e assente. Nelle sue poesie ha mobilitato l’intera lirica occidentale, quella antica di Petrarca, Camões, Garcilaso, e quella moderna che la riglossa, la rivisita e la reinventa, da Nobre e Cesário a Herberto Helder, Jorge de Sena, Cesariny, João Miguel Fernandes Jorge, un po’ di Eugénio di Andrade, più Sophia, semmai, con cui tanto originalmente convive e che, venuto il suo turno, sovverte. Ma ciò che in lui è originale, quel che segna il suo posto inconfondibile nella scrittura erotica portoghese, è che Ruy Belo richiama verso quel posto lasciato vacante, attraverso l’occultamento virtuale di Dio, l’intera realtà, dalla più ordinaria alla più sublime. Della poesia fa un’odissea, un romanzo-poesia, un diario in cui l’effimero si eternizza, un discorso. Mondo nel quale tutto appare, esatto e imprevedibile come nelle improvvisazioni di jazz, elettrizzanti alla Duke Ellington o straziate alla Miles Davis. 

La sua è una poetica della totalità intotalizzabile, non per il fatto di essere aperta da ogni lato come quella di Pessoa, ma perché è corrosa al centro dall’essere tutto poco, quello di cui la sua vita è fatta, comunque riconosciuta come estasi inspiegabile e precaria […]

(Traduzione di Virginia Caporali)

II

RUA DO SOL A SANT’ANA

Intanto, in un anno, nella città in costruzione 

che dai gesti emerge in un cessare di mani 

ed è affidata alla notte dal giorno 

in un’assemblea di occhi temporaneamente morti 

e lavorata al lume e all’aperto 

per poter essere poi trasmessa al sole più vicino al giorno 

all’inizio delle strade devastate dal vento 

attraverso le profane novità di parole 

la foresta di braccia appartenenti all’immensa moltitudine 

e molti cuori accomodanti 

collezionisti di teneri sentimenti 

tra lettere che vanno di mano in mano in allegro commercio 

là dove la vita moltiplica il paesaggio 

e la natura accetta muta umani movimenti 

sotto alti cieli propizi ma distanti 

lì proprio lì i santi sono crocifissi lentamente lunghi pomeriggi 

e c’è chi riesce a vederli attraverso vari volti 

che nei sorrisi si accrescono o nelle strade o nei fiumi 

esattamente quando il telefono soppesa la forza di una voce 

insieme ai gesti strettamente necessari 

della dignità della donna nel parto 

dei piccolini e appennini passi che si fanno dentro casa 

Però nessuna traccia desiste o rinasce distante 

o forse in qualche regno questo è importante 

Questo è il tempo delle grandi scoperte 

se sapremo seguire i preziosi passi dei turisti 

il sacrestano sagace che conosce il posto di minuscoli oggetti 

rispettabili signore che trasudano ventaglio e carità 

Non è così piacevole essere cattolici 

sapere se dovremmo sederci o alzarci 

chi condannare chi assolvere con magnanimità 

tra chi con quali cautele ratificare la colpa per il più timido gesto 

o come convertire alla nostra immacolata vita Dio? 

Piacevole quasi come d’inverno infilare i piedi freddi nel letto 

e sentire al mattino sbuffare il caterpillar numero sei 

e svegliare i funzionari del sindacato di fronte 

Sussidi così modesti per una rudimentale teoria dell’avvelenamento 

Nasciamo e moriamo ed è sempre lo stesso sole là fuori 

Innumerevoli possibilità in questa o in qualsiasi mattina 

Ci sono visite prenotate dai dentisti 

tacchi che si incastrano tra i ciottoli 

bilanci familiari edifici da rendita occhiali da pubblicità 

e calzoni che ormai si son fatti corti 

Importanti temi passano nelle agende di anno in anno 

e molte altre cose rendono le persone infelici 

Ci sono vari sottosegretari senza lavoro 

una donna poi un ministero così la vita intera 

quel che ci occorre è avere qualcosa 

Consta che dei generali si suicidano 

e che altri le memorie pubblicano 

un singolare sguardo che si è perso durante la conferenza 

e il nespolo così intensamente secco in un cortile 

e il mare inaccessibile impossibile da salutare 

e il nostro non amare Cristo in modo inalterabile 

Gloria al Padre al Figlio e allo Spirito Santo per tutto e specialmente 

per un occhio cavato per questa mia mano che più non conosco 

per quel che c’è di mattutino nella voce della giornalaia

È bello sapere che c’è la rivoluzione laggiù 

riceverla ancora calda dalle macchine dalle dita 

perché tutto muoia nella bocca che si apre (dal sonno o dal dentista) 

Si lavano di molti problemi le mani i più prudenti 

Immeritatamente si van seccando i fiori 

e i figli proteggono le braccia nude delle madri 

che per un’altra estate le mostreranno ancora 

Dalle case delle migliori famiglie della città 

sale al calar della sera il complesso profumo 

di preghiere sudori deiezioni 

È comunque da notare il nobilissimo costume 

secondo cui le donne non vanno in guerra 

E nonostante questo si lotta all’ingresso della città 

e vanno considerati i successi contemporanei 

e l’imbecille cameratismo dei colleghi di divisione 

e il male che dietro alle nostre persistenti facce 

depositiamo nelle vicine fondamenta 

Siamo visti da fuori abbiamo corpi 

si riscattano i cappelli nei ristoranti 

la sera si incolla viscosamente alla pelle 

e neanche i bravi capi famiglia sanno ormai il conto esatto 

di tutte le domeniche venute attraverso le persiane 

e delle voci insolite alle porte del tramonto 

Dalle finestre gli edifici già sembrano fissarci 

diminuiscono nel baule le coperte 

e vanno gli ultimi bambini attardando la voce 

in quell’eternità blu che l’ora gli concede 

prima del sonno sui più umani pensieri 

Ci insegnano i vecchi a non temere la notte 

e l’amore ci porge il braccio con cui andiamo 

verso ciò che amiamo (più che verso ciò che animiamo) 

Più fragile veste basta a incrociare la sera 

el polvo roba el día y le escurece 

e nasce il frutto più insolito sulle labbra 

quando alcune città conosciute (o persino sconosciute) ci si 

[incrociano nella memoria 

e le farmacie cominciano a fare affari 

e crescono molte volte in qualche cortile spaventose voci 

e scendono dalle montagne elefanti bianchi tutte le greggi 

e partono dentro di noi tutti i cammini 

e la notte gonfia gli alberi di vento 

e unge con le sue mani stupite il corpo della città 

le schiaccia la bocca le archivia i capelli 

le uccide gli occhi le dà gomiti agli angoli 

proprio perché c’è un cammino verso il mare 

e in certi gesti nascono cose molto grandi 

ed è giorno là dove lo sguardo dei matti si apre 

Mi alzo dagli occhi verso la mia poesia 

regolo il vento le evito gli angoli 

e lievemente la porto per mano di notte 

e le do la calcolata dose nella mia provvisoria morte 

Si alzano nelle case tutte le donne 

le meno belle guardano le più belle 

quelle della Ionia passeggiano leggermente nude 

quelle di Tarso velate e Paolo morto da poco 

E la speranza, quando il sole allontana le nuvole 

con rosee dita sopra Sparta o l’arenosa Pilo, 

che il tempo per sempre sia cambiato 

E ci fu una sera e una mattina primo ultimo giorno 

Oh uomini da secoli eretti e caduti 

magnanimi heroes nati melioribus annis 

venuti a cavallo dei mesi meno abitabili 

da irte mani aperte tra la vita 

forse non vi riceverà il cuore di una grande città in costruzione

II 

RUA DO SOL A SANT’ANA 

Entretanto, num ano, na cidade em construção 

que dos gestos emerge num cessar de mãos 

e é confiada à noite pelo dia 

numa assembleia de olhos temporariamente mortos 

e trabalhada ao lume e ao relento 

para poder então ser transmitida ao sol mais próximo do dia 

no princípio das ruas devassadas pelo vento 

através das profanas novidades de palavras 

da floresta dos braços pertencentes à imensa multidão 

e de muitos corações condescendentes 

coleccionadores de meigos sentimentos 

entre cartas que vão de mão em mão em alegre comércio 

lá onde a vida multiplica a paisagem 

e a natureza aceita muda humanos movimentos 

sob altos céus propícios mas distantes 

aí precisamente aí os santos são crucificados lentamente longas tardes 

e há quem consiga vê-los através dos vários rostos 

que nos risos avultam ou nas ruas ou nos rios 

exactamente quando o telefone afere a força de uma voz 

a par dos gestos estritamente necessários 

da dignidade da mulher no parto 

dos pequeninos e apeninos passos que se dão dentro de casa 

Porém nenhum rasto desiste ou renasce distante 

ou talvez nalgum reino isto seja importante

Este é o tempo das grandes descobertas 

se soubermos seguir os preciosos passos dos turistas 

o sacristão sagaz que sabe o sítio de minúsculos objectos 

respeitáveis senhoras que transpiram leque e caridade 

Não é tão agradável ser católico 

saber se nos havemos de sentar ou levantar 

quem condenar quem absolver com magnanimidade 

entre quem com que cuidados ratear a culpa pelo mais tímido gesto 

ou como converter à nossa imaculada vida Deus? 

Quase tão agradável como no inverno introduzir os pés frios na cama 

e ouvir pela manhã resfolegar o Caterpillar número seis 

e acordar os funcionários do sindicato em frente 

Tão modestos subsídios para uma rudimentar teoria do envenenamento 

Nascemos e morremos e é sempre o mesmo sol lá fora 

Inúmeras possibilidades há nesta ou em qualquer manhã 

Há consultas marcadas nos dentistas 

há saltos que se prendem nas calçadas 

orçamentos familiares prédios de rendimento óculos de publicidade 

e calças que já vão ficando curtas 

Importantes assuntos passam nas agendas de ano para ano 

e muitas outras coisas fazem as pessoas infelizes 

Há vários subsecretários sem emprego 

uma mulher depois um ministério assim a vida inteira 

o que é preciso é termos qualquer coisa 

Consta que há uns generais suicidando-se 

e outros as memórias publicando 

um singular olhar que se perdeu durante a conferência 

e a nespereira tão intensamente seca num quintal 

e o mar inacessível impossível de saudar 

e não amarmos Cristo de maneira inalterável 

Glória ao Pai e ao Filho e ao Espírito Santo por tudo e designadamente 

por um olho vazado por esta minha mão que nunca mais conheço 

pelo que há de matinal na voz da vendedeira de jornais 

É bom saber que há revolução lá longe 

recebê-la ainda quente das máquinas dos dedos 

para tudo morrer na boca que se abre (de sono ou no dentista) 

Lavam de inúmeras questões as mãos os mais prudentes 

imerecidamente vão secando as flores 

e os filhos protegendo os braços nus das mães 

que por mais um verão os mostrarão ainda 

Das casas das melhores famílias da cidade 

sobe ao cair da tarde o complexo perfume 

das orações transpirações dejectos 

É no entanto de notar o nobilíssimo costume 

segundo o qual as mulheres não vão à guerra 

E apesar disso luta-se à entrada da cidade 

e há a considerar os êxitos contemporâneos 

e a imbecil camaradagem dos colegas de repartição 

e o mal que por trás das nossas persistentes caras 

depositamos nos vizinhos alicerces 

Somos vistos por fora temos corpos 

resgatam-se os chapéus nos restaurantes 

a tarde cola-se viscosamente à pele 

e nem os bons chefes de família sabem já a conta certa 

de todos os domingos vindos pelas persianas 

e das vozes insólitas às portas do sol-pôr 

Pelas janelas já os edifícios como que nos fitam 

diminuem na arca os cobertores 

e vão as últimas crianças demorando a voz 

naquela eternidade azul que a hora lhes concede 

antes do sono sobre os mais humanos pensamentos 

Ensinam-nos os velhos a não temer a noite 

e o amor dá-nos os braços com que vamos 

a quanto amamos (mais que ao que animamos) 

Mais débil veste basta que cruzar a tarde 

el polvo roba el dia y le escurece 

e nasce o fruto mais insólito nos lábios 

quando algumas cidades conhecidas (e até desconhecidas) se nos 

[cruzam na memória 

e as farmácias começam a fazer negócio 

e crescem muitas vezes nalgum pátio assustadoras vozes 

e descem das montanhas elefantes brancos todos os rebanhos 

e partem por nós dentro todos os caminhos 

e a noite enfuna as árvores de vento 

e unge em suas assombrosas mãos o corpo da cidade 

esmaga-lhe a boca arquiva-lhe os cabelos 

mata-lhe os olhos dá-lhe nas esquinas cotovelos 

precisamente porque há um caminho para o mar 

e em certos gestos nascem coisas muito grandes 

e é dia lá onde o olhar dos loucos abre 

Levanto-me dos olhos para o meu poema 

regulo o vento evito-lhe as esquinas 

e levemente o levo pela mão à noite 

e dou-lhe a calculada dose em minha provisória morte 

Levantam-se nas casas todas as mulheres 

as menos belas olham as mais belas 

as da Jónia passeiam levemente nuas 

as de Tarso veladas e Paulo morto há pouco 

E a esperança, quando o sol afasta as nuvens 

com róseos dedos sobre Esparta ou a arenosa Pilos, 

que o tempo para sempre haja mudado 

E houve uma tarde e uma manhã primeiro último dia 

Ó homens há séculos erguidos e caídos 

magnanimi heroes nati melioribus annis 

vindos no lombo dos meses menos habitáveis 

de hirtas mãos abertas entre a vida 

talvez vos não receba o coração 

de uma grande cidade em construção.

VIII 

LA MANO SULL’ARATRO 

Felice colui che amministra saggiamente 

la tristezza e apprende a ripartirla lungo i giorni 

Possono passare i mesi e gli anni mai gli mancherà 

Oh! come è triste invecchiare alla porta 

intessere fra le mani un cuore tardivo 

Oh! come è triste rischiare in umani ritorni 

l’equilibrio azzurro degli estremi mattini d’estate 

lungo il mare che di noi trasborda 

nell’indugiato addio alla nostra condizione 

È triste nel giardino la solitudine del sole 

vederlo dal rumore e dalle case della città 

fino a una vaga promessa di fiume 

e la minuta vita che si concede alle unghie 

Più triste è il dover nascere e morire 

e che ci siano alberi al fondo della strada 

È triste andare avanti nella vita come chi 

ritorna ed entrare umilmente per errore dentro alla morte 

È triste in autunno concludere 

Che era l’estate l’unica stagione 

È passato il solidale vento e non l’abbiamo riconosciuto 

e non abbiamo saputo andare fino in fondo al verde 

come fiumi che sanno dove trovare il mare 

e con che ponti con che strade con che gente con che monti convivere 

attraverso le parole di un’acqua per sempre detta 

Ma la cosa più triste è ricordare i gesti del domani 

Triste è comprare castagne dopo la corrida 

tra il fumo e la domenica nel pomeriggio di novembre 

e avere per futuro l’asfalto e molta gente 

e dietro la vita senza nessuna infanzia 

rivedendo tutto questo qualche tempo dopo 

Il pomeriggio se ne muore lungo i giorni 

È molto triste camminare dentro a Dio assente 

Ma, oh poeta, amministra la tristezza saggiamente

VIII

A MÃO NO ARATRO

Feliz aquele que administra sabiamente 

A tristeza e aprende a reparti-la pelos dias 

Podem passar os meses e os anos nunca lhe faltará 

Oh! como é triste envelhecer à porta 

Entretecer nas mãos um coração tardio 

Oh! como é triste arriscar em humanos regressos 

O equilíbrio azul das extremas manhãs do verão 

Ao longo do mar transbordante de nós 

no demorado adeus da nossa condição 

É triste no jardim a solidão do sol 

vê-lo desde o rumor e as casas da cidade 

até uma vaga promessa de rio 

e a pequenina vida que se concede às unhas 

Mais triste é termos de nascer e morrer 

e haver árvores ao fim da rua 

É triste ir pela vida como quem 

regressa e entrar humildemente por engano pela morte dentro 

É triste no outono concluir 

que era o verão a única estação 

Passou o solidário vento e não o conhecemos 

e náo soubemos ir até ao fundo da verdura 

como rios que sabem onde encontrar o mar 

e com que pontes com que ruas com que gentes com que montes conviver 

através de palavras de uma água para sempre dita 

Mas o mais triste é recordar os gestos de amanhã 

Triste é comprar castanhas depois da tourada 

entre o fumo e o domingo na tarde de novembro 

e ter como futuro o asfalto e muita gente 

e atrás a vida sem nenhuma infância 

revendo tudo isto algum tempo depois 

A tarde morre pelos dias fora 

É muito triste andar por entre Deus ausente 

Mas, ó poeta, administra a tristeza sabiamente 

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L’immagine è di Francesca Baldi

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