Quando si parla dello stato di salute della poesia contemporanea, l’indicatore più comunemente citato è l’enorme numero di libri pubblicati annualmente a fronte di una ben minore quantità di libri acquistati, da cui si può presumere una grossa sproporzione fra autori e lettori. Si pensi quel che si vuole al riguardo (io non ne ho affatto un’opinione pacificata), ma credo sia difficile negare che oggi la più grossa concentrazione di cosiddetti ‘lettori forti’ si trovi fra le aule delle facoltà umanistiche e che, quindi, qualunque discorso attorno alla fortuna di un libro, di un autore o di un genere letterario non potrà non riferirsi anche o soprattutto ad un ambiente accademico o para-accademico.

Tuttavia, non è a questo specifico contesto che si deve la moltiplicazione negli ultimi anni di antologie di poesia italiana contemporanea con una qualche velleità di proporre discorsi sul canone: mi pare, anzi, che da Parola plurale (2005) ad oggi l’unica pubblicazione di questo tipo prodotta da accademici sia stata quella Poesia italiana dal 1980 a oggi: storia linguistica italiana che Andrea Afribo ha curato nel 2007 e poi aggiornato nella versione bilingue italo-russa Nuova poesia italiana dal 1980 a oggi del 2023 (che tuttavia aveva ben altro pubblico di riferimento e, quindi, uno statuto molto particolare); per quanto mi riguarda si trattava di un’antologia di valore, malgrado il fatto che in origine accogliesse solamente otto autori (forse anche in reazione agli eccessi della vicina Parola plurale e dei suoi 64 nomi), poi portati sì a diciassette nella versione russofona, ma solo dopo che il periodo di riferimento del libro era passato da 27 anni (1980-2007) a 43 (1980-2023).

Nessuno mette in dubbio l’importanza delle migliori antologie militanti (specialmente quelle in cui più forte è il livello della militanza stessa), soprattutto a causa della loro fondante tensione ideologica verso una letteratura del futuro, un’ibridazione con il genere del manifesto che credo vada rivendicata sempre orgogliosamente; tuttavia il numero e la qualità delle antologie militanti degli ultimi anni al momento mi porta a dubitare che da esse si stiano originando nuove discussioni di peso, tanto più che avanza una generazione che non ha avuto facile accesso nemmeno ai dibattiti precedenti: è in questi momenti che si sente la mancanza di lavori accademico-museali, in cui invece più forti sono la ricerca di un ordine nel passato e l’ibridazione con la storiografia (come dire: prima di avanzare l’ennesima proposta per il futuro, siamo certi di sapere dove siamo al presente?).

Da qualche anno, quindi, mi chiedevo quando sarebbe arrivato un lavoro scientifico che – senza lesinare troppo con i numeri – si prendesse la responsabilità di fornire una sistemazione critica alla generazione di autori ‘in odore’ di canonizzazione a seguito di una loro attività negli ultimi venti-venticinque anni: si potrà ben immaginare, allora, che la recentissima uscita di Voci della poesia italiana contemporanea. 2000-2025,a cura di Claudia Crocco, Bernardo de Luca, Giacomo Morbiato e Marco Villa (peraltro per i tipi di Carocci che avevano a suo tempo accolto anche l’antologia di Afribo) mi ha trovato entusiasta. Nei prossimi paragrafi vorrei quindi percorrere il libro a partire dai suoi dati più esterni e oggettivi anche per tenere sotto controllo questa mia più che buona disposizione verso di lui, ma per il momento non posso che dirmi felice del fatto che gli studenti di lettere dei prossimi anni avranno finalmente a disposizione almeno un libro di testo che – a fianco di altri autori già antologizzati in precedenza – permetta loro di conoscere i componimenti di Silvia Bre, Biagio Cepollaro, Vincenzo Ostuni, Sara Ventroni, Laura Pugno, Lorenzo Carlucci, Giovanna Marmo, Vincenzo Frungillo, Gherardo Bortolotti, Massimo Gezzi, Alessandro Broggi, Carlo Bordini, Italo Testa, Guido Mazzoni, Renata Morresi, Alessandra Carnaroli, Marilena Renda, Gilda Policastro, Cristina Annino, Valentino Ronchi, Silvia Tripodi e Paola Silvia Dolci.

Al di là dell’indice, consultabile nel sito dell’editore, Voci della poesia italiana contemporanea è aperto da una premessa che dà conto dei principi generali soggiaccenti al libro (cosa per la quale non si ringrazia mai abbastanza, almeno da dopo un’antologia come Il pensiero dominante): da un lato un ordinamento dei capitoli per autori e non per libri o per scuole poetiche, sostenuto soprattutto sulla base dell’autonomia dei percorsi personali a prescindere dalla possibile esistenza di gruppi che possono essere anche dichiaratamente aggregati attorno ad una poetica condivisa; dall’altro una breve discussione sull’importanza del genere antologico e della selezione critica, pur a fronte di una provvisorietà di qualunque canone e specialmente di quello proposto a partire da un punto di osservazione molto ravvicinato, fatto che prelude alla decisione di presentare una scelta di 30 autori come compromesso fra gli estremi iperselettivi (à la Afribo, diremmo noi) e quelli fin troppo inclusivi (del tipo di Parola plurale). Prima di qualche riga sui parametri che hanno guidato la scelta (quello estetico e quello della rappresentatività) troviamo quindi due paragrafi sugli estremi cronologici coperti dall’antologia, su cui vorrei soffermarmi un po’ più a lungo perché credo sia un punto che può generare qualche perplessità nel mezzo di un’enunciazione altrimenti chiara.

Del sottotitolo dell’antologia («2000-2025») la premessa generale dà conto solo in parte, indicando il 2000 come una data di forte fascino simbolico – fatto che ritengo più che sicuro a mia volta – e comunque vicina ad eventi storico-culturali come l’attacco alle Torri Gemelle e il passaggio da web a web 2.0 (che, però, sono un poco successivi); nulla viene detto del terminus ante quem, che sarà sicuramente il lodevole tentativo di arrivare il più vicino possibile al momento di pubblicazione del libro (fatto per nulla scontato quando si parla di antologie accademiche. A titolo d’esempio si ricorderà che Dopo la lirica di Enrico Testa, pur del 2005, analizzava il quarantennio 1960-2000), e non un qualche suggerimento che non vi siano stati eventi storico-culturali di un’importanza pari a quella indicata per il teminus post quem, cosa in sé dubbia al di là dell’ovvio fatto che per il momento è molto difficile – se non proprio impossibile – dire quali di essi (la crisi del 2008? La pandemia da Covid? L’invasione russa dell’Ucraina? La diffusione delle intelligenze artificiali…?) domani potrebbero essere presi come spartiacque di un’epoca.

Va detto, comunque, che sono in qualche modo curiose tutte le altre datazioni indicate in questi paragrafi: a scelta degli importanti fenomeni collettivi che animano la poesia italiana «nei primi anni Duemila» si indica Prosa in prosa, che però – essendo del 2009 – è ormai sulla soglia del decennio successivo (e mi chiedo, quindi, se non sarebbe stato meglio indicare come esempio la consacrazione dei fondatori di Scarto minimo, arrivata fra 2001 e 2004 con Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco e Umana gloria di Mario Benedetti); infine viene esplicitato che il libro si apre con Antonella Anedda, il cui floruit avverrebbe con Notti di pace occidentale, tuttavia precedente alla soglia del 2000 essendo pubblicato nel 1999 (e, stranamente, anche il capitolo sull’autrice parlerà di Il catalogo della gioia come di «secondo libro scritto negli anni Duemila» dall’autrice).

Un ultimo appunto (e forse il più marginale) sugli estremi cronologici dell’antologia mi sembra possa derivare dall’aver preferito mettere l’accento sugli autori invece che sui libri; ogni libro è infatti e ovviamente scritto mesi o anni prima della sua pubblicazione, con casi particolarmente eccezionali (il già citato Umana gloria è massimamente una scelta di testi già dati alle stampe – anche più volte – nei vent’anni precedenti, e alcuni testi si possono far risalire addirittura al periodo 1976-1979) che tuttavia la nostra antologia accoglie basandosi sulla loro presenza (anche) in libri la cui datazione è quella ricadente negli estremi scelti: ci troviamo di fronte, quindi, più ad un floruit della ricezione (una prospettiva di pubblico) che non della composizione dei testi in sé (una prospettiva sulla maturazione dell’autore). Questo a prescindere dal fatto che da una stampa all’altra del medesimo testo un autore può inserire varianti o concentrarsi sulla composizione dell’oggetto-libro a partire dalla disposizione dei testi in sequenza etc.

Insomma, viene da chiedersi se Voci della poesia italiana contemporanea, che si vuole occupare – con le necessarie approssimazioni – del primo quarto del Ventunesimo secolo, non avrebbe fatto meglio a non dare troppe ragioni per la propria scelta, che a me in realtà pare comunque più che legittima così com’è (e non a caso ha più o meno gli stessi estremi temporali un’altra antologia recentissima – ma non di impianto accademico – come Exit poetry. Poesia futura a cura di Aldo Nove, Gilda Policastro e Lello Voce, su cui non intendo ritornare): se a breve distanza dal periodo è pressoché impossibile distinguere vere e proprie fratture storiche, non vi è nulla di male nell’assumere una datazione simbolica come è il primo quarto del nuovo secolo millennio.

D’altra parte di scelte passate sotto silenzio ce ne sono comunque: a titolo d’esempio proporrei un caso che non è affatto una novità per le antologie di poesia italiana, ossia che fra le trenta voci selezionate dall’antologia non vi sono autori dialettali, e tuttavia i curatori non dicono se questa è una decisione presa a priori – magari, come fatto di recente da Tommaso Di Dio per il suo Poesie dell’Italia contemporanea del 2023, in cui l’autore esplicitava di non sentirsi sufficientemente esperto nel campo – o se perché non vi è nemmeno un autore dialettale notevole, fra quelli nati prima del 1979, ad aver pubblicato un primo libro di maturità poetica negli ultimi venticinque anni (fatto che mi sembra molto più dubbio, per quanto oggettivamente la poesia dialettale nel primo quarto del Ventunesimo secolo non stia più vivendo i fasti che l’avevano caratterizzata nell’ultimo quarto del Ventesimo). Al di là del fatto che mi pare lamentevole che anche questa antologia non abbia rimediato al sempre crescente vuoto critico attorno ai poeti in lingua minoritaria nati negli anni 50-70, se nulla si è detto a questo riguardo non mi è chiaro perché invece i curatori si siano dedicati alle coordinate storiche; e forse si dirà che avrei fatto meglio a non concentrarmi sul punto a mia volta, ma è pur vero che è solo su questo che il rigore critico dei curatori mi sembra oscillare.

Tanto detto sulla premessa generale, l’antologia prosegue con un’introduzione alle caratteristiche tipiche di quanto antologizzato seguendo una divisione in quattro argomenti principali: la forma libro, i temi, la metrica e la prosa. Ognuno di questi capitoletti (che possono conoscere ulteriori partizioni interne, com’è il caso per il secondo) è un brevissimo concentrato di quanto si incontra fra le pagine successive, volto a dare al lettore solamente alcune coordinate di massima senza pretesa di esaustività (gli stessi curatori sembrano avvertire più volte di avere poco margine di manovra al riguardo): il lavoro di approfondimento, d’altra parte, è spostato nei capitoli autoriali e – soprattutto – nei commenti ad un testo per ogni autore, posti in inframezzo fra la presentazione critica, la bibliografia e l’antologia autoriale.

Sull’ordinamento per autori devo dire che lo trovo molto funzionale in particolar modo a fini di studio e, anche se non sono sicuro sia assolutamente sempre il miglior sistema possibile di presentare la letteratura, altrettanto assolutamente è vero che negli ultimi anni alcune antologie hanno già testato altri modi di fare storiografia letteraria per lo stesso periodo analizzato (penso in particolar modo al procedere annalistico del succitato Poesie dell’Italia contemporanea), ragion per cui con questa scelta Voci della poesia italiana contemporanea viene a sopperire mancanze non di poco conto nel panorama critico attuale.

Mi pare comunque curioso che un’antologia di questo tipo non inserisca nei capitoli autoriali cinque o sei righe a sé stanti di biografia per ogni poeta. A questo proposito, gli unici dati all’interno delle presentazioni critiche nei capitoli autoriali sono luogo e anno di nascita (più eventualmente quello di morte), ma nemmeno questi sono sempre presenti in maniera completa (a titolo d’esempio, per Gilda Policastro viene riportato solo il luogo di nascita e non la data). Mi sembra che la cosa non sia priva di contraddizione, specie considerato come (per dire) nell’introduzione critica a Vito M. Bonito la morte della madre venga citata come elemento biografico di grande importanza per la sua produzione, mentre la morte della giovane fidanzata Nelly per Stefano Dal Bianco non è mai esplicitata. Diverse sensibilità (più o meno da New Criticism) dei diversi curatori, che si sono equamente ripartiti i capitoli autoriali e gli argomenti dell’introduzione?

Sempre a proposito del lavoro diviso fra i vari curatori, va detto che comunque è sempre ampio (almeno una pagina, talvolta due o più) e di qualità il commento ai testi, il che è un fatto inedito per uno spazio comunque raro e probabilmente voluto da Carocci per la vocazione didattica della pubblicazione (nella prima versione della sua antologia, per gli stessi tipi, anche Afribo commentava tutti i testi che aveva scelto, per quanto in maniera sensibilmente più breve dei nostri). Si tratta di una scelta molto interessante, vista la difficoltà anche solo di accesso al piano di un significato letterale per molta della produzione poetica odierna; non posso negare, però, anche una certa nostalgia per i (pur non sempre limpidi) saggi di critica generale che inframezzavano le sezioni autorali in Parola plurale, che non sembrano aver trovato eredi nelle antologie più recenti, più portate al close reading e alla vocazione analitica.

Ad ogni modo, l’ordinamento dei poeti segue quello del floruit individuato dai critici (o, in qualche caso come Biagio Cepollaro, la conversione del poeta ad un nuovo stile), ma con l’avanzare dei nomi vengono antologizzati anche testi precedenti a questo floruit, fintanto che essi siano stati pubblicati (anche) in libri dell’autore compresi fra 2000 e 2025. Il numero (e la qualità) dei testi selezionati per ogni autore mi sembra ben più che soddisfacente, e qualora siano intervenuti problemi di diritti che abbiano impedito di riportare le poesie di un antologizzato – ma è il caso solo di Giuliano Mesa – i curatori hanno avuto la prontezza (e, mi viene da dire, gentilezza nei confronti del lettore) di segnalare in nota dove trovare più o meno ampi estratti online, su cui si sono basati anche per la scelta del testo commentato, e quali libri sia più conveniente leggere per comprendere al meglio il profilo critico.

D’altra parte, andrà detto anche che trattandosi di un’antologia accademica non ci troviamo di fronte né ad una scelta di autori puramente generazionale (a fianco della sì più nutrita schiera di poeti nati fra gli anni ’50 e ’70 ve ne sono anche come Bordini e Annino, nati tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40) né ad un’operazione volta a promuovere una linea letteraria su altre per una ragione qualunque (e, quindi, vi si trovano all’interno alcuni dei più noti capiscuola tanto del classicismo moderno quanto della scrittura di ricerca passando per tutte le possibili esperienze intermedie e/o aliene), anche se viene registrato dagli stessi curatori il progressivo arretramento di una linea precedentemente di successo come quella neometrica, verso la quale a suo tempo Afribo dichiarava di non provare alcuna simpatia pur antologizzando due dei suoi maggiori esponenti (Patrizia Valduga e Gabriele Frasca) in ossequio alla sua indiscussa importanza storica.

Tuttavia, mi chiedo se il necessario limite al criterio del floruit,limite che già nella premessa generale viene identificato con la scelta di non accogliere autori nati più tardi del 1979, non sia stato un po’ troppo cauto: in fin dei conti, la maggior parte degli autori raggiunge la propria maturità artistica attorno ai quarant’anni, motivo per cui con poca ambizione in più forse si sarebbe potuto arrivare anche ai nati nel 1985 come fatto anche dal pur selettivo Afribo, che nell’edizione italo-russa della sua antologia includeva Franca Mancinelli (1980) già tre anni fa. D’altra parte, gli stessi curatori di Voci della poesia italiana contemporanea indicano autori come Francesco Targhetta già maturi e meritevoli ma tagliati fuori dal criterio prestabilito, il che mi pare un poco diverso da quanto fatto in altre antologie: si prenda l’esempio del classico Poeti italiani del Novecento di Mengaldo, che nel ’78 (e quindi lui poco più che quarantenne) include diversi autori fra i 40 e i 50 anni (Porta ne aveva 41; Raboni 46; Sanguineti, Loi e Rosselli 48) ed esclude sì esplicitamente i più giovani Baldini, Bandini, Cucchi e De Angelis ma perché fino a quel momento hanno pubblicato un solo libro. Diverso discorso, invece, andrà fatto per il sempre eccessivo Parola plurale, che annoverava una manciata di 30-35enni e aveva come criterio di base il fatto che tutti gli antologizzati dovessero aver pubblicato almeno una raccolta.

Se parlo di questa mancata possibilità per Voci della poesia italiana contemporanea è perché mi sembra che comunque i quattro curatori – la cui coralità peraltro mi ricorda (e con piacere) proprio i numerosi antologizzatori di Parola plurale, non gli uno/due nomi di quasi tutte le altre operazioni di questo tipo, con tutti i rischi annessi – non manchino completamente di audacia, anzi: a fianco di molti nomi che si sono saldamente imposti tra i poeti più importanti del periodo preso in considerazione (giusto un paio da fronti diversi: Stefano Dal Bianco e Marco Giovenale), il loro libro accoglie anche autori che sanno di proposta per la loro notorietà minore o comunque molto recente (ancora due: Valentino Ronchi e Paola Silvia Dolci). Senza contare, poi, poeti che pur godendo di una discreta fama, non hanno avuto giusta visibilità all’interno delle più importanti antologie per mere ragioni anagrafiche (i già citati Bordini e Annino): di questo e di molto altro (che qui non si è voluto riportare magari perché relativo al commento o alla bibliografia di singoli autori) la recentissima fatica di Crocco, De Luca, Morbiato e Villa ha reso giustizia e non fatico a pensare che entrerà a far parte dei libri di riferimento per l’attuale generazione di studenti universitari a buon diritto.





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L’immagine in evidenza è di Federico Ambrosini.

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