Sacre scritture desidera attraversare una forma poetica apparentemente trascorsa; meglio, trascorsa in quanto dichiarata: la poesia a tema cristiano. «Tema» da intendersi non come l’argomento di un qualche dialogo col divino (o con il trascendente, questo davvero mai passato di moda), ma come pura “traccia” scolastica: da svolgersi, insomma, attingendo per via diretta al repertorio di immagini, situazioni e figure interne alla Storia giudaico-cristiana. Sia anche per prenderne le distanze, o per discorrere di tutt’altre questioni (come è legittimo).

Dopo il frammentismo esasperato di Reperti archeologici, la rubrica vorrebbe ricomporre un certo grado di discorso, per un briciolo di rispetto verso il “peso” storico e mentale delle atmosfere prese in prestito, appunto, da certo Novecento anglosassone. La forma tendenziale sarà allora quella del poemetto: anche in omaggio a un’altra forma che – come il suo cugino in prosa, il racconto lungo – non pare adeguatamente canonizzato.

Con una formazione non perseguita in scienze naturali, insegnante formatosi a Cambridge ma senza laurea, erroneamente diagnosticato schizofrenico in gioventù e in tarda età colpito dal Parkinson, Peter Redgrove (1932-2003) è stato uno dei più entusiasti – e difficili – amici di Ted Hughes e, assieme alla moglie penelope Shuttle, ha trascorso la vita a cercare di «correggere i pregiudizi moderni sul ciclo di fertilità umano» in libri come The Wise Wound (1978), The Black Goddess and the Sixth Sense (1987), e Alchemy for Women (1995).




Lazarus and the Sea

The tide of my death came whispering like this

Soiling my body with its tireless voice.

I scented the antique moistures when they sharpened

The air of my room, made the rough wood of my bed, (most dear),

Standing out like roots in my tall grave.

They slopped in my mouth and entered my plaited blood

Quietened my jolting breath with a soft argument

Of such measured insistence, untied the great knot of my heart.

They spread like whispered conversations

Through all the numbed rippling tissues radiated

Like a tree for thirty years from the still centre

Of my salt ovum. But this calm dissolution

Came after my agreement to the necessity of it;

Where before it was a storm over red fields

Pocked with the rain and the wheat furrowed

With wind, then it was the drifting of smoke

From a fire of the wood, damp with sweat,

Fallen in the storm.


I could say nothing of where I had been,

But I knew the soil in my limbs and the rain-water

In my mouth, knew the ground as a slow sea unstable

Like clouds and tolerating no organisation such as mine

In its throat of my grave. The knotted roots

Would have entered my nostrils and held me

By the armpits, woven a blanket for my cold body

Dead in the smell of wet earth, and raised me to the sky

For the sun in the slow dance of the seasons.

Many gods like me would be laid in the ground

Dissolve and be formed again in this pure night

Among the blessing of birds and the sifting water.


But where was the boatman and his gliding punt?

The judgment and the flames? These happenings

Were much spoken of in my childhood and the legends.

And what judgment tore me to life, uprooted me

Back to my old problems and to the family,

Charged me with unfitness for this holy simplicity?





Lazzaro e il mare

L’onda della mia morte arrivò in un bisbiglio

Infangandomi il corpo nella voce insistita.

Ho odorato gli antichissimi umori fare pungente

L’aria della mia stanza, e poi le assi grezze del letto, (mio amato),

Star su come radici nel mio alto sepolcro.

Mi hanno intriso la bocca e invaso i cappi nel sangue

Spento il fiato tremante grazie a un mite discorso

Di che fine insistenza, slacciato il gran nodo che ho in cuore.

Per poi estendersi come bisbigli scambiati

A tutti gli inerti grinzosi tessuti radiati

Ad albero lungo trent’anni dal mio statico centro

Nel sale dell’ovulo. Ma il tranquillo sfacelo

È venuto accettando il suo essere urgente;

Dove c’era tempesta su rossi terreni

Segnati da piogge e del grano arricciato

Col vento, c’è stato quindi il levarsi del fumo

Da un incendio nel bosco, sudato fradicio,

Caduto in tempesta.


Non potevo dir nulla di dove ero stato.

Ricordavo però il fango negli arti e l’acqua piovana

Nella mia bocca, come il mare di terra instabile e lento

Simile a nubi e incapace di reggere quel certo mio assetto

In gola e nel mio sepolcro. Radici annodate

Avrebbero invaso le mie narici e tenuto

Me sotto le ascelle, filando una coltre al corpo ghiacciato

Morto nel puzzo di terra bagnata, alzandomi al cielo

E al sole nel lento ballare delle stagioni.

Nel terreno molti dei come me poi sarebbero stesi

A disciogliersi e unirsi in questa notte purissima

Tra una grazia di uccelli e acque che filtrano.


Ma dov’era il nocchiero e il suo gozzo planante?

Il giudizio e le fiamme? Poiché a simili eventi

Alludevano spesso nei miei primi anni e nelle leggende.

E quale giudizio mi ha strappato in vita, radicato

Ancora nei vecchi problemi e nella famiglia,

Pure accusato di non meritare la beata ignoranza?





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L’immagine in evidenza è di Francesca Coldebella Bergamin.

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