Marit Heuss (Sachsen, 1984) ha studiato germanistica e storia dell’arte a Dresda e Lipsia, dove vive e lavora. Nel 2020 ha ricevuto il Premio letterario Kammweg per la poesia. Nella primavera del 2025 è uscito presso la casa editrice poetenladen il suo esordio poetico Verschlissenes Idyll (Idillio consunto). Pubblichiamo una delle poesie della raccolta, nella traduzione di Matilde Manara.
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Ho preso tanto gusto nel venire in questo luogo selvaggio che porto con me persino della carta e dell’inchiostro; e qui, su un blocco di pietra che i ghiacci hanno staccato dalla roccia, scrivo la mia lettera.
(Jean-Jacques Rousseau)
Per arrivare da me, hai dovuto percorrere strade di campagna
senza fine attraverso brughiere, burroni e foreste profonde:
poi d’improvviso è apparso questo complesso barocco dal nulla,
i vecchi inquilini mangiavano il pane degli angeli,
ma noi ne abbiamo cercato i resti nelle fessure del parquet,
e tu hai visto il mio volto lampeggiare tra gli arazzi,
tra ornamenti, grottesche sulle tappezzerie,
sei dovuto uscire fino al portale, metterti al sole,
così anche tu finalmente sei diventato antichissimo,
più tardi hai buttato via anche i vecchi lari domestici,
li hai frantumati tutti e mi hai amato come una scimmia
nel tempo che abbiamo trascorso qui, isolati,
dettaglio su dettaglio, inciso nella pietra porosa e sabbiosa,
chi avrebbe detto che un giorno, ottusi negli occhi e rigidi nelle membra,
nonostante il gioco di luci non si fosse ancora spento,
anche noi saremmo andati via, come bottini svenduti
E tu sembravi San Sebastiano,
appena uscito dall’atelier di un pittore
che ancora oggi dipinge Marie vestite di blu e rosso,
inciampavi su pile di libri illustrati e testi religiosi
per le tue fantasie, scalavi vecchi materassi,
tenevi frecce in entrambe le mani, portavi intimo vintage,
tutto per l’illusione di avere un corpo –
ma dal cielo non calavano angeli
a soffiare nelle trombe sopra il baldacchino,
né un Sebastiano al palo, né tantomeno una Julie tra le rose –
tutto era solo colore, sai
Altri decenni sono stati dedicati solo alla metafisica,
scelta discutibile, certo, ma al passo coi tempi, dico io, Sebastiano
seguiva il segnale del satellite, guidava fino a Rue de Seine, trovava,
proprio lì, il capo-club, ma quello aveva perso il ritmo, e lui lo ha sorretto a due mani,
ha lasciato andare tutti gli altri che morivano per il suo raver,
poi, mentre il DJ sognava delfini, ha vegliato
lottando per settimane al suo capezzale, finché lui non ha aperto gli occhi
Sebastiano è andato avanti, aiutando, banalmente, gatti a tre zampe a stare in piedi,
si è arrampicato su ciliegi per bambini mendicanti, ha guarito
perfino un brasiliano, stringendo la sua benda perché continuasse
a leggere Clarice Lispector, ha restituito la vista
a una donna delle pulizie e come Sebastiano, cantando, ha tirato fuori
dal buco ammuffito anche me, con i miei occhi strabici e blu-violacei, e mi ha baciata
Allora bastava la lieve pressione della tua mano nella mia,
quando mi conducevi alla tua mensa,
quando sentivo la tua testa sulla mia pancia nella notte,
quando le automobili portavano ancora affreschi antichi,
come il cavallo alato o gli dèi sulle monete imperiali,
nei giorni del rombo, dei carnevali travestiti,
quando abbiamo coperto tutte le facciate della città, soprattutto
le vecchie fabbriche, con i nostri corpi nudi, tu
sei penetrato fino all’orecchio più interno, e da lì, ruvido, hai detto: ehi, tu
Dopo che te ne sei andato, la stanza ha tremato, io mi sono rannicchiata
sotto la scrivania sovraccarica, sono crollata, rimasta lì,
semplicemente così, la vista annottata, quasi abbrutita –
ho lasciato la città dagli alti castelli, mi sentivo di troppo,
e mi sono fatta strada tra i cespugli squarciandoli
A quattro zampe sono scivolata in un prato selvatico,
e lì, mentre con eloquenza sfrenata, come in trance,
pensavo di scrivere un racconto sulla tua morte,
dietro una curva è apparso il tuo orto,
le dalie si intrecciavano alle assi della recinzione,
aggrappandosi alla tua capanna abbandonata lungo il fiume,
ancora sotto il fiotto bianco dei fiori il tuo ciliegio stava sopra di me,
già spremuto in frutti rossi – quelle erano sere
in cui Sebastiano mi appariva nell’aspetto di Nettuno
Sono andata per i villaggi di montagna, in attesa,
ho aspettato che gli enigmi si sciogliessero nel silenzio,
che dal fondo delle foreste uscissero risposte,
dalle rive dei fiumi, tra pseudo-camomille selvatiche,
fiori di tè, piantaggine rossa e canne, ho strappato risposte,
scosso alberi da frutta, visto animali con rami buffi,
nuotato nei laghi tra serpenti, inalato zanzare,
nella notte umida e nebbiosa,
seguito il volo pigro di tre anatre sull’acqua,
grattato vecchie effigi di chiese vuote su fondo scuro,
fino a che non si è accesa una spiegazione, perché questa danza macabra
si ballava qui e perché Sebastiano, da questa verde
terra è sparito sul ponte delle nuvole
Più tardi, anche se non volevo ammetterlo, mi sono seduta in treno,
solo per te, ho percorso il campo avanti e indietro, ascoltando appena
quello che dicevi piano, vedendo quello che vedevi, come un’ossessa,
non c’era da stupirsi: da quando sei partito senza lasciare indirizzo,
ho collezionato scritti e immagini con il sorriso di una ragazza
grassoccia, ho guardato l’orologio fin dalle sette,
e nei miei viaggi ho portato quasi sempre quella valigia leggera,
fosse anche solo per l’idea di essere leggera come il mio compagno
Svegliati, ti monto una vela, sembravi sussurrare quando arrivava la tempesta,
bussavi al vetro e colpivi la fronte, eri vicino in ogni elemento,
abbastanza pericoloso da spingermi a seguirti,
quando lungo la via stellata ho visto tre cappelle:
Surbourg, scabra e severa nel piccolo borgo, poi Altenberg,
con il tetto di legno piatto, colonne semplici, e sotto l’altare
una stele gallo-romana, poi il grande affresco di San Cristoforo a Wissembourg,
con lo sguardo da principe elettore di Sassonia,
e la cripta sotto il coro, muta come te,
e tu sembravi dirmi che dovevo scrivere per tutti gli amici
che tu avresti salvato dalla notte, se fossi stato qui
Così al mercato stavo per avvolgervi nella giacca,
voi e la torre del Rinascimento, quella a gradini, a coprirvi,
mentre Sebastiano, di secondo in secondo, lassù nel cielo,
pregava per voi che eravate ancora di questo mondo;
e quando poi, nei villaggi, le altalene oscillavano nel giardino di casa,
sembrava che Sebastiano uscisse dietro la curva,
un cesto di biancheria sotto il braccio, un gatto attorcigliato intorno alla gamba,
come se tutti i morti si fossero radunati intorno a lui,
semplicemente sdraiandosi, stesi nel campo di erica, sonnecchiando nell’erba
E la mia vecchia valigia si è aperta
e oltre alla polvere che mi ha fatto lacrimare gli occhi,
è uscita una nube di spavalderia,
si è posata sui pendii brulli delle montagne fino alla pianura,
e sembrava che, dalla tipica lontananza azzurrata,
su sentieri tracciati in disegni geometrici,
tra i vigneti spogliati dall’inverno,
andasse un gruppo disordinato di viandanti,
tutti vestiti di broccato e velluti colorati,
non avanzavano veloci né esitanti,
ma con una determinazione tale che, rapita da questa immagine,
mi sono seduta sull’altalena davanti al portale barocco,
e ho dondolato in aria le gambe,
e più loro si avvicinavano, più riconoscevo,
molto più bello di quanto non mi fosse mai apparso,
Sebastiano,
il torso libero dalle frecce
E dal palazzo barocco,
gettando per un istante un’ombra scura sulla scena,
è fuggito il drago con la spina nera,
e anche il vecchio cane, aveva molti nomi,
è strisciato abbaiando fuori dalla sua tana,
è sparito per sempre,
e da sud-est si è levato un sole incredibile,
completamente diverso,
anche tutti gli altri parassiti sono bruciati nel sambuco,
e dalle mani di Sebastiano, a forma di tubo,
è risuonato il mio nome attraverso la vecchia contea:
Julie, Julie, vedi com’è bello il verde? E sono tornata giovane e nuda
Um mich zu erreichen, musstest du ländliche Straßen
endlos durch Heide, durch Schluchten und Waldtiefen nehmen:
dann erschien auf einmal dieses Barockensemble aus dem Nichts,
die Bewohner von einst aßen hier das Brot der Engel,
aber wir suchten den Rest davon in den Fugen des Parketts
und du sahst mein Gesicht zwischen den Gobelins aufblitzen,
zwischen Ornamenten, zwischen Grotesken auf Tapeten,
du musstest vors Portal gehen, dich der Sonne aussetzen,
so warst auch du endlich richtig uralt geworden,
später räumtest du noch die alten Hausgötter weg,
du zertrümmertest sie ganz und liebtest mich äffisch
für die Zeit, die wir hier abgeschieden verbrachten,
Detail um Detail, gekratzt in porösen sandigen Stein,
kaum vorstellbar, dass wir einst, stumpfaugig und steif,
selbst wenn das Lichtspiel noch nicht aus sein wird,
von hier fortgehen werden, als Beute feil
Und du sahst aus wie der Heilige Sebastian,
gerade dem Atelier eines Künstlers entsprungen,
der auch heute noch blaurotgewandete Marien malt,
stürztest über Stapel von Bildbänden und geistliche Schriften
für deine Phantasien, stiegst auf alte Matratzen,
hieltst Pfeile in jeder Hand, trugst dabei auch Vintage-Wasche,
alles für deine illusionistische Stofflichkeit –
aber aus dem Himmel stiegen trotzdem keine Engel,
die überm Baldachin in die Tröten pusten,
auch kein Sebastian am Pfahl, keinesfalls Julie im Rosenhag –
alles nur Farbe, weißt du
Andere Jahrzehnte wurden nun Metaphysik betreiben,
fragwürdig zwar, aber im Puls der Zeit, sage ich, Sebastian
folgte dem Sensor des Satelliten, fuhr in die Rue de Seine, fing dort,
präzis, den Clubmeister, fiel dem doch der Takt aus, beidhändig auf,
lies alle anderen Sterbenden ziehen für seinen Raver,
hielt dann auch, wahrend der DJ von Delfinen träumte, Wache,
streitend für Wochen am Bett, bis er seine Augen aufschlug,
Sebastian ging weiter, half, banal, dreibeinigen Katzen stehen oder
schwang sich für bettelnde Kinder zu Kirschbäumen auf, heilte
sogar einen Brasilianer, band ihm die Binde um, damit er
weiterhin Clarice Lispector lese, gab einer Zugehfrau ein
Augenlicht zurück und wie Sebastian, singend auch mich,
blauviolett Schielende, aus dem Schimmelloch holte und küsste
Damals genügte der leichte Druck deiner Hand in meiner,
das war, als du mich zu deinem Tisch hinführtest,
das war, als ich deinen Kopf auf dem Bauch gespurt hab in der Nacht,
das war, als Automobile noch antike Fresken trugen
wie das geflügelte Pferd oder Götter auf Kaiser-Münzen,
das war an Tagen der Raute, der verkleideten Jecken,
das war, als wir alle Fassaden der Stadt, zuvorderst alte
Industriehallen, mit blanken Körpern verdeckten, du ganz
einzogst ins innerste Ohr, von dort spröde sagtest, sag du
Nachdem du fort warst, schwankte das Zimmer, barg ich mich
in der Hocke, gekrümmt unterm beladenen Schreibtisch, fiel um,
blieb liegen, einfach so, nachtsichtig schon, und fast vertiert –
verließ ich die hoher gebaute Burgenstadt, überzählig war ich dort,
schlug quer durchs Gestrüpp
Auf allen Vieren rutschte ich in eine Wildwiese,
wo ich in heilloser Schönrederei, nahezu im Rausch,
eine Erzählung über dein Sterben plante,
hinter der Kurve tauchte dein Schrebergarten auf,
Dahlien, die sich dort um Zaunlatten schlangen,
festhielten an deiner verlassenen Einsiedelei am Fluss,
noch in der Weisflut der Bluten dein Kirschbaum über mir,
dann schon zerdrückt in roten Früchten, das waren Abende,
in denen Sebastian mir im Neptunbild erschien
Ich ging die Bergdörfer ab, wartete drauf, wartete dort ab,
ob die Rätsel sich losten aus der Stille heraus,
aus der Tiefe der Walder Lösungen heraus- und hervor schnellten,
rang den Flussufern, wild emporwachsenden Pseudo-Kamillen,
Teeblumen, Blutwegerich und Schilfgewächs, Antworten ab
und schüttelte treibende Obstbäume, lustige Aste ausfahrende Tiere,
schwamm noch in Seen mit Schlangen, inhalierte Mucken,
in der aufkommenden feuchten Nachtluft den Nebel,
sah auch dem leicht tragen Flug dreier Enten übers Wasser nach,
kratzte an alten Bildern leerer Kirchen am dunklen Grund,
dass eine Erklärung aufleuchtete, warum dieser Totentanz
hier aufgeführt wurde und warum mir Sebastian von grüner
diesseitiger Erde über dem Wolkensteg entschwand
Später, obwohl ichs vermied zuzugeben, da saß ich im Zug,
nur wegen dir, fuhr ich landauf- und landabwarts immer nur hörend,
was leise du sagst, sehend, was du wohl sahst, also besessen,
kein Wunder, seit du fort warst und keine Adresse hinterliest,
sammelte ich Schriften und Bilder und hatte das Grinsen eines
dicklichen Mädchens, blickte nach sieben bereits auf die Uhr,
auf meine Reisen nahm ich dann meist diesen Luftkoffer mit,
sei es nur wegen der Idee, so leicht zu sein wie mein Begleiter
Werd wach, ich setz dir ein Segel, so schienst du zu flüstern, als Sturm ging,
hämmertest ans Fenster und schlugst an die Stirn, warst in jedem Element nah,
das mir gefährlich genug war, dir nachzugehen,
als ich den Sternweg abfuhr und drei Kapellen sah,
Surbourg, abweisend und karg am einsamen Dorffleck, oder Altenberg,
Flachdach aus Holz, einfache Säulen und unterm Altar, die Stele dort
gallorömisch, dann Wissembourgs Fresko des Christophorus,
blickend wie einer der sächsischen Kurfürsten,
dazu die Krypta unter dem Chor, so verschwiegen wie du,
und du schienst mir zu sagen, ich sollte schreiben für alle Freunde,
die du, wärest du hier, gerettet hattest aus ihrer Nacht
Also war ich dabei, euch auf dem Markt in die Jacke
einzuhülln, euch und den Renaissanceturm, den gestuften, zu bedecken,
dabei Sebastian, sekundweis, dort oben im Himmel
zu bitten für euch, die ihr grad noch diesseitig wart;
und als dann in den Dörfern beim Gartenhaus Schaukeln schwangen,
war es, als käme Sebastian hinter der Kurve hervor,
einen Wäschekorb unterm Arm, einen Kater ums Bein,
auch als wurden gleich alle Gestorbenen um ihn herum sein,
einfach sich hinlegend, flach ins Heideland, dösend im Gras
Und mein alter Luftkoffer öffnete sich
neben allerhand Staub, der Tranen in die Augen schaffte,
entstieg ihm auch eine Wolke voller Übermut,
legte sich über die spröden Gebirgshänge bis zur Ebene herab
und es war, als käme aus der typisch verbläuenden Ferne,
über schmale, im geometrischen Muster gezeichnete Wege,
weit sichtbar in winterlicher Kargheit der Weinberge,
eine zerstreute Gruppe von Wanderern, alle gekleidet
in verschiedenfarbige Brokat- und Samtmantel,
sie liefen weder schnell noch zögerlich,
vielmehr traten sie mit einer Bestimmtheit auf,
dass ich mich, gebannt von diesem Bild,
selbstvergessen auf die Schaukel setzte und
leicht vorm Barockportal hin- und herschwang,
meine Beine weit in der Luft,
je näher sie kamen, erkannte ich,
viel schöner als er mir je erschien,
Sebastian,
den Oberkörper frei von Pfeilen
Und aus dem Barockgebäude,
für Sekunden einen dunklen Schatten über die Szene legend,
entfloh der Drache mit dem schwarzen Dorn,
auch der alte Hund, er hatte viele Namen,
kroch heulend aus seinem Fuchsbau,
entwischte auf Nimmerwiedersehen
und aus Südosten schien auf verblüffende Art
eine ganz andere Sonne zu uns hinauf,
auch alle anderen Schädlinge im Holunderstrauch brannten aus,
und aus Sebastians Händen, zum Rohr gemacht, klang mein Name
durch die alte Grafschaft:
Julie, Julie, siehst Du, wie schön das Grün ist?
Und ich wurde wieder jung und nackt
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L’immagine in evidenza è di Federico Ambrosini.




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