I testi qui presentati formano la possibile sezione seconda della plaquette (o raccoltina) autoprodotta Venazione. La loro prima stesura risale al 2016: dopo lunghe fasi di incertezza, abbandono, recupero e revisione (sempre interni allo stretto cerchio amicale da cui sono scaturiti), il loro percorso di ricerca è giunto a conclusione negli ultimi mesi del 2024.

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L’uroboro

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Camminavo, facevo il cerchio.
Cercavo l’inizio del discorso

confuso tra cavilli d’oro, alloro

e il lavoro: camminavo.


Ho scrutato, in alto, l’uroboro,

era un po’ strano e mi è sembrato

tra le nubi un anello spezzato.

Non ci pensare, ho pensato.


E ho continuato.

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Foodporn

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Mi accorsi d’improvviso della selva:

naiadi pubiche dal pelo chiaro

sedevano vicine a bordo vasca;

cosce generose – coi piedi in acqua

chiacchieravano vivaci, mostrando

una certa uidità; e ridevano.

L’oreade dal caschetto color ghiaccio

ha invitato tutte a casa, nell’attico

in cima al grattacielo; a movenze

di grazia e piena urbanità accompagna

quel naso un po’ aquilino. É splendida:

ha una bellezza montuosa, elegante

(ma io ero mosso da un altro disegno).

Vidi la driade frondosa, castani

i capelli, gli occhi verdi, vestita

della sua rigogliosa nudità;

del suo petto era un esubero il seno,

fra le braccia un elogio, sgomitante;

aveva i piedi un po’ sporchi di terra.

L’apostrofai col seguente argomento:

«Signorina, ora mi ascolti con attenzione

e sappia che i mutamenti si svilupperanno

quando lei sarà distratta da una ninfa.

A breve trasmuterò in creatura.

Non cada nel panico, è libera di immaginarmi

con tutta la dovizia della sua fantasia,

ma mi conceda l’indenitezza della forma:

è la mia piccola mania estetizzante.

Comunque, signorina, che lei riesca

a vedermi rinnovato o meno

(non è importante), negli istanti seguenti,

con un movimento inclusivo della mandibola

– e la giusta reverenza che comporta

la vostra ninfatica bellezza –

mi troverò a farvi parte di me.

Inglobarvi o fagocitarvi, se lei preferisce.

Non si intimorisca, la consideri

una prospettiva di raccolta del dato,
non la legga come un barbaro divorare:

ne avrebbe una visione straniata.
In seguito, forse inaspettatamente,

con una dilatazione che non sia esuberanza

approccerò a questa città e, perché no, al mondo.

A quel punto potrò affrontare il riordino

con punto d’arrivo sconosciuto,

o – lo temo, mi creda – una totale dispersione

di me e del resto: potremmo dire un banale

sfuggire di mano di tutta l’operazione.

Se considerasse tutto ciò solo una possibilità,

beh, nel caso, le direi che mi permetterei,

ma nel concreto dei fatti è certo: mi permetterò.

Odierei però risultarle tracotante:

la invito a tenere presente, signorina,

che questo progetto ha tappe stringenti

e passa inevitabilmente attraverso di lei.

Lei, che sarà la prima, per pura vicinanza.

Le assicuro, non è una questione personale,

in questa scelta non si misura il suo valore:

la sua specicità e quella delle sue amiche

è materia da trattare in altra sede.

Mi guardi signorina, non sia pudica

e non ancheggi con fare ancillare:

il successo di questo progetto

si fonda su una sua disattenzione.

Ora la nereide la chiama. Inizia il processo.

Enchanté, signorina. È stato un piacere.»

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I draghi


I

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Una vetta. Dal fondovalle non potevo altro che salire.

Mi avevano detto dei draghi, ma continuavano a sfuggirmi

nella quantità dei dettagli e in ciò che c’è d’inaspettato.

Erano una mimesi esatta con lo sfondo, la narrazione

fatta di fatti non poteva, però, trascurarne l’irruenza.

D’un tratto li scorsi in quest’ordine: il lacustre, il terragno, l’aereo,

il minerale col roccioso, e l’arboreo. L’unico modo

per distinguerli, dalla vetta, era cercarmi dentro gli occhi

per poi vedere meglio intorno. A quel punto, io, ebbi paura:

mi eronto guerriero, mago, astuto manipolatore,

ma ero snito e disarmato. Ero uno, solo, e solo uno.

Sondandoli li riconobbi tutti come parti di me:

non erano ostili, potevo provare a capirli ma c’era

dell’incomprensibile, dato dal benecio dell’altezza.

Fossero somma nel mio cuore sarei un rifulgere diamma

inarrestabile, ma stanno fuori: animali impossibili

da domare, come le cose. Non lo so fare, niente più.

Hanno negli occhi quel riesso da cui si può scorgere il resto,

e quindi ci provo, mi vedo in loro e nel complesso colgo

la vertigine della vetta: la mia natura di sconcerto.


II


Una scansione indecifrata di me. Percepii così i loro

occhi cangianti, squadernati per tutta la cresta dei monti.

La notte fu fredda. Cercai sonno e calore tra le scapole

dell’arboreo. Trovai un giaciglio di fogliame. So che sognai.

Nel sogno mi sento potente, al cento per cento, il tutt’uno.

Sono in un luogo sconosciuto, che non mi è nuovo, che non mi è.

Sento lei però, la baccante, inesauribile nell’impeto,

lei balla e mi tocca e strona la schiena e mi bacia sul collo.

Le guardo il seno, è composito come l’intrico che dal capo

le rabesca il volto, arzigogola di rami il brunito del ventre

e con foglie e linfa le intarsia ianchi di edera minuta.

Quanto di sesso ho in me raccoglie il suo corpo. Lei ne rimane

carbonizzata. Io non so. Io non so come fare. Le tocco

la spalla, ma una sparachiodi la assicura a me, anche se ormai,

sfrigolando, l’ho resa nulla: espiro e mi scopro diamma.

Senso di caduta. Nell’acqua. Mi bagno. Mi spengo. Mi sveglio.
Mi svegliai fradicio per l’umido di quel giaciglio di fogliame.
Vidi che i draghi convergevano verso me a causa di quel sogno:

loro sapevano, perché l’avevano sentito, visto,

e vedendolo m’ero visto. Bastò lo sguardo a intimorirmi.


III

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Composti duplici, eravamo forme plurime dell’uguale,

così – quando i draghi volarono – realizzai; trasalii; e volai.

Riconobbi una nuova sagoma, la loro meta, un altro drago:

quello siderale: fu un’altra accezione del comprensibile,

perché era un nuovo approccio, un nuovo sistema di riferimento,

quello stellare, per intendere senza sperare di capire.

Oltre l’atmosfera mi colse l’immensità, lo spaesamento,

e cercai la dilatazione del suo sguardo, ma troppo denso,

nel corpo troppo rarefatto – benché lucente – mi sfuggiva.

Nello spazio, dove sta tutto, senza rumore e attrito, piansi.

Con un gesto deviai la rotta di un meteorite. Colpii il drago

per scavare in lui, per trovare qualcosa, per caso, non so

che cosa, un’intuizione forse. Mi aspettavo viscere ma

vidi solo me, in cose e in fatti. E anche lei, che non mi dà requie.

Mi si coagulava davanti la vita e non fui preparato.

Pensai di usare una cometa per cauterizzare il reusso

ma non servì, i draghi divennero instabilino al collasso,

marcirono, si compattarono e ne scaturì un buco nero

che iniziò a fagocitare. Anche la Terra innocua fu coinvolta.

Era il mio buio. Una deriva. E ne rimasi annichilito.

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Caccia selvaggia

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La ragazza correva, correva nel bosco.

Lei, con quelsico nervoso da modella,

un pezzo d’arte, trafugato al gala.

Aveva la testa da piccione. Fuggendo talvolta

tubava.


Correndo fuggiva. Da me. Cacciatore
alla bisogna, armato sul ronzino, fracassato,

aggrappato a una convinzione: l’indigenza

mia e del momento. Una fretta cattiva

mi allacciava.


Correndo fuggiva. Da lui. Furetto

dal corpo più grosso del mio, negli occhi

tutto pieno d’anima affamata. Mi spaventava

di pericolo e attesa: troppo agile per me

gracile.


Ogni tanto tra le frasche lo stoccavo

di un’occhiata. Mi restituiva l’acume

di un canino. Preda una: aspiranti

due. Non potevanire bene, non poteva

nonnire.


Lei era una pancia piatta sotto un seno

ballerino. Arrossata a chiazze qua e là:

un rossore malato, sotto il becco un piumaggio

screziato. Io e lui cacciatori in due, due

uccellatori.


Nebbia nel bosco tra rocce col muschio:

correvamo. Il furetto sofava tra gli arbusti,

io tossivo: lui la raggiunse; la morse;

la torse – straziata a strappi; riversi gli occhi –

a morte.


Puzza di viscere, poi, che li raggiunsi in breve

e li trapassai, insieme, con la lancia.

Li honiti col coltello e scuoiati. Un macello.
Piumaggio. Pelliccia. Denti strappati.
E adesso?


Adesso niente. Passa la Morte sul purosangue,

é nobile, sibillina, non per tutti, non per noi,

m’inchioda «Il bottino testimonia la caccia.

Ben fatto. Fanne tesoro e la prossima mossa:

e adesso?»


Adesso niente. Non ho argomenti. Sono

condannato, forse. Confesso: mi sono armato

perché disarmato, così ho ucciso

mentre morivo, senza vergogna sono anche

fuggito.


Ora invento un volo con queste piume, discrepato,

con pelliccia e canino una corsa furente.

Le indosso e sono chi non sono. Aruspice brunito

di sangue, bandito piacente, folle erudito.

«Ho nito.»

 

 

 

L’immagine in evidenza è Die Wilde Jagd di Franz von Stück.

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