Ciò che è nostro non ci sarà tolto mai – Carteggio Montale-Solmi

Pubblichiamo oggi una selezione di sei lettere dal volume Ciò che è nostro non ci sarà tolto mai, Carteggio 1918-1980, edito per Quodlibet (2021) a cura di Francesca D’Alessandro. Ringraziamo l’editore per la gentile concessione.
Il volume raccoglie 338 lettere, inedite quasi nella totalità, che Montale e Solmi si sono scambiati tra il febbraio del 1918 e il luglio del 1980. Le lettere sono conservate in parte presso la Fondazione Natalino Sapegno di Morgex e in parte presso il Centro Manoscritti Autori Contemporanei di Pavia. Sono state ordinate tramite una doppia numerazione: araba per quelle di Montale e romana per quelle di Solmi. 
Il carteggio è accompagnato da un saggio introduttivo di Francesca D’Alessandro in cui la curatrice ricostruisce passo dopo passo il rapporto tra i due interlocutori. A cura di Letizia Rossi è invece l’appendice, costituita da una serie di articoli, recensioni e notiziari pubblicati anonimi o con pseudonimo da Montale e Solmi tra il luglio 1925 e il dicembre 1935.
Questa selezione vuole essere, seppur in minima parte, rappresentativa del volume. Abbiamo immaginato una sorta di “botta e risposta” che delineasse un arco temporale abbastanza limitato (1919, 1923, 1924) per dare un’immagine dettagliata del contesto e del tipo di scambio di quegli anni: osservazioni formali e stilistiche sui tre “rottami” inviati da Montale a Solmi e il ruolo di quest’ultimo nella pubblicazione degli Ossi.

*

A Sergio Solmi – [Torino]

Genova, 12. 11. 919

Mio dolcissimo Sergio,

perdonami l’indugio a scriverti, e perdona se anche oggi ti scriverò male. Conservo un ricordo incancellabile delle ore insieme trascorse nella tua piccola Parigi, ma le parole si rifiutano di tradurlo decentemente. Non si descrivono le musiche i fiori i momenti di felicità, e tutte le cose belle della vita. Si possono invece scriver volumi intorno alle miserie alle infamie e a tutte le porcherie che ci stanno accanto[1] e ci accompagneranno sino alla morte. Ma non temere: non mi assumerò questo incarico.
Come saprai ho avuto una gradita sorpresa: la visita di Crovella. Non ho potuto fargli quell’accoglienza che avrei desiderato, ma la colpa non è stata tutta mia, bensì del Kismet che in turco sarebbe il Fato. Sarà per un’altra volta.
Mio carissimo, spero di mandarti fra pochi giorni una piècette di pochissimo gusto, la quale non avrà che uno scopo: quello di procurarmi il cambio. Spero che intenderai il mio latino.
Io meno la solita ‘porca vita’ che puoi immaginare: e sono tutto pieno di ammirazione per quei pochissimi, che come te, attraversano le mie stesse geenne brucianti senza scottarsi per niente[2] e senza perder nulla di quella forza e di quella serenità che convengono a gente come noi; persuasa che ciò che è nostro non ci sarà tolto mai, né per nequizia di tempi né per malvagità di uomini.
Spero che ci rivedremo ogni tanto e che in tempi migliori (fra quanti anni?) potremo passare insieme qualcosa di più che non siano pochi giorni piovosi e frettolosi. Per ora contentiamoci senza sperare Terre Promesse e Floride; se verranno anche quelle, meglio… –
Caro Sergio, scrivimi che impressione hai avuta dei libri di Bernasconi e di Boine, salutami Grande e Crovella – e ricordati ogni tanto del tuo vecchio frère

Eugenio Montale

P.S. Se vuoi qualche mio libro, scrivimelo; e tieni un po’ di compagnia a mon vieux Grande che se la merita: buono e bravo com’è.

EM-

[1] accanto] intorno

[2] niente] nulla

Lettera manoscritta con inchiostro stilografico su quattro mezze facciate di carta da lettera bianco paglierino.

Di stanza a Lanzo Torinese per un breve periodo precedente il congedo, Montale faceva frequenti puntate a Torino: una di queste gli frutta probabilmente l’incontro con l’amico Solmi (cfr. Parma 1917 cit., p. 212).
I versi acerbi e giovanili cui allude sono verosimilmente quelli di Suonatina di pianoforte, come confermano le lettere del 26 novembre e 17 dicembre.
Dall’elenco dei libri letti stilato da Solmi, si evince che egli deve essersi accostato al volume di Giovanni Boine, «Frantumi», seguito da «Plausi e botte» (Edizioni della «Voce», Firenze 1918), proprio in quei giorni (cfr. Sergio Solmi, Libri letti I. 1919-1936, in Francesca D’Alessandro, Lo stile europeo di Sergio Solmi, tra critica e poesia, Vita e Pensiero, Milano 2005, pp. 227-314, a p. 227). Del pittore e scrittore Ugo Bernasconi (1874-1960), invece, non si trova traccia alcuna fra le sue letture. Probabilmente il riferimento è a Ugo Bernasconi, Uomini ed altri animali (Studio editoriale lombardo, Milano 1914) che tanto piacque allo stesso Boine, poi effettivamente letto da Solmi (cfr. la lettera che segue).
Ercole Crovella (1896-1972), che con Solmi e Montale aveva condiviso i mesi di Scuola Allievi Ufficiali di Parma, sarebbe stato ordinato sacerdote nel 1925.
Adriano Grande (1897-1972), poeta ligure, fondatore delle riviste «Circoli» e «Maestrale», pubblicò svariate liriche sul «Baretti», per le cui edizioni uscì la sua prima raccolta, Avventure (1927). Fu amico di Montale (che fra il dicembre del 1919 e il gennaio del 1920 lo presenta a Camillo Sbarbaro) e di Solmi, che ne recensisce diverse sillogi, a partire da Avventure («Il Convegno», IX, 2, 25 febbraio 1928, pp. 100-103). Sulla rivista di Grande, Solmi pubblicherà alcune sue liriche: Momento («Circoli», II, I, gennaio-febbraio 1932, Pp. 23-24), Preghiera alla vita («Circoli», Il, 4, luglio-agosto 1932, pp. s-6), Piogge d’aprile («Circoli», I1, 6, novembre-dicembre 1932, pp. 13-14) e, più tardi, Sera al parco («Circoli», IV, 6, novembre-dicembre 1934 Pp. 24-25). 

*

III 

A Eugenio Montale – [Genova]

* Torino, 16-11-19

My dear Eugenio,

Ho ricevuto con molto piacere la tua lettera, e, come vedi, subito ti rispondo, augurandomi che presto si stabilisca fra noi una viva corrente epistolare, dimodoché poterci continuamente tener d’occhio, secondo la frase del buon Meriano.
Per conto mio, cenere, svogliatezza, assurdi tentativi di scuotermi dall’opaca servitù giornaliera, stanchezza, speranze, insomma i soliti ‘emmerdements de la vie’. Ad ogni modo, mi sento abbastanza forza per vivere e per ricostruirmi.
Ho letto il libro di Bernasconi, che trovo veramente straordinario, e di una potenza e forza insolite. Soprattutto mi piace in lui quell’angoscia tumultuosa e rattenuta, che non trova sfoghi in sbocchi di lirismo, ma che senti ribollire in fondo, e talvolta salire quasi a superficie, come stesse per sgorgare, per venire poi misurata e ritmata nella classica solida compostezza dello stile. Certo è un libro pieno di vita, e rivela una coscienza e una severità, che, per uno scrittore, voglion dire molto.
In questi giorni ho letto inoltre l’Amleto di Bacchelli. Certo, Bacchelli è rimasto fedele alla sua via. Da quel poco che conosco di lui, trovo naturale che dalla tormentosa e scarna introspezione della sua lirica (che lo portava lontano dalla vera poesia) si sia evoluto al dramma. E nell’Amleto c’è veramente un profondo bàttito drammatico. E la figura del protagonista, che viene trascinata dagli avvenimenti incalzanti e forzanti alla conclusione; ai quali avvenimenti tenta sottrarsi con fughe d’imprevisto, o, almeno toglierli dalla brutalità disperante del luogo comune, è veramente ‘amletica’ e in ciò è solo inferiore a quella di Laforgue, dove l’ironia sentimentale e il pessimismo inattivo sono più vivi e universali.
In quanto al libro di Boine ti dirò che mi piace molto, per quanto stimi migliore la sua opera critica a quella poetica.
E adesso finiamola con questa rassegna bibliografica. Oggi è una bella giornata azzurra, di vento, e pare impossibile che vi sia della gente che abbia voglia di pensare alla politica; mentre io vorrei scuotermi così volentieri dalla mia dolorosa freddezza per pensare e appassionarmi a qualcosa.
Sono solo: Crovella è a Susa, Grande è consegnato in caserma causa le elezioni. Ho letto un nuovo idiota articolo di Thovez sulla Gazzetta. Quindi perdonerai[1] il mio irritante malumore.
Attendo la tua piccola ‘pièce’, alla quale, per debito di dovere, invierò il cambio, sperando da parte tua un trattamento di dovuta indulgenza. Salutami tanto Bonzi, di cui ti sarò grato se potrai inviarmi l’indirizzo, perché possa rispondere ad una sua cartolina, e Messina, al quale presto risponderò, e che ringrazierai per il ricordo che ha di me.
Mio carissimo, attendo tue nuove, e, sperando di presto ritrovarci assieme, t’abbraccio, tuo

Sergio Solmi

[1] mi perdonerai

Lettera manoscritta con grafia minuta e inchiostro stilografico nero su quattro mezze facciate di un unico foglio piegato di carta rosata.

La riscrittura shakespeariana letta da Solmi è quella di Riccardo Bacchelli, Amleto: dramma in cinque atti, «La Ronda», I, 5, aprile-settembre 1919, pp. 16-40, poi in volume con lo stesso titolo per le edizioni de «La Ronda», Roma 1923. Montale si sarebbe ricordato di quella lettura nel 1969, nel corso di una conversazione con Giuseppe Cassieri, I cinquant’anni della «Ronda», poi in Eugenio Montale, Il secondo mestiere. Arte, musica società, a cura di Giorgio Zampa, Mondadori, Milano 1996, pp. 1565-1566. Al romanziere bolognese, Solmi avrebbe dedicato Il primo e l’ultimo Bacchelli («L’Italia letteraria», II, 32-33, 10-17 agosto 1930, p. 6) e Un poemetto di Bacchellli («L’Illustrazione italiana», n.s., I4, 21 ottobre 1945, p. 246).
Solmi mette a confronto il personaggio di Bacchelli con il protagonista di Hamlé, ou les suites de la piété filiale, una delle Moralités legendaires di Jules Laforgue (1860-1887). Di lui Solmi si sarebbe occupato sin dalla prima giovinezza; gli avrebbe dedicato il saggio introduttivo alle Poesie complete, curate da Sergio Cigada (Edizioni dell’Ateneo, Roma 1966, pp. IX-LI), poi ristampato nel volume La luna di Laforgue (Mondadori, Milano 1976, pp. 13-51). Di lui avrebbe anche prefato le Moralità leggendarie, tradotte da Nelo Risi (Guanda, Parma 1977).
L’articolo di scarso valore cui Solmi fa riferimento è quello di Enrico Thovez, Il filosofo, «Gazzetta del Popolo», 16 novembre 1919, p. 3.

*

XVI 

A Eugenio Montale – [Genova]

Torino, 21 gennaio 1923

Carissimo Eugenio,

fuori fa un freddo cane, e approfitto della mia volontaria clausura per scriverti. Sono, come si diceva in termine militaresco, sfessatissimo, e spero di raggiungere, scrivendoti, la «catarsi» dei bravi idealisti.
Ahimè, le mie condizioni sono più che mai disastrose. Malandato, senza un quattrino, con poca voglia di lavorare e mille impegni seccanti col mondo e colla vita. Certe volte mi vengono i sudori freddi. Dovrei pigliare la vita per il collo, e mi contento invece di lasciarmi pigliare. Di giorno in giorno assisto a un crollare continuo di speranze, di propositi, di promesse…
Sospendiamo questi incresciosi discorsi e veniamo alle cose letterarie. Trovo giusto ciò che mi dici a proposito delle poesie di Sbarbaro, che si tratti d’un innesto dell’impressionismo di «Trucioli» a «Pianissimo». Ci avevo pensato anch’io. In alcuni tratti, specialmente nella seconda lirica da noi pubblicata, mi pare che l’impeto lirico si slarghi in certi modi un po’ dannunziani che fanno riflettere. Ma D’Annunzio è sempre presente sotto tanta roba, anche ora, in Italia (è il destino di molti di quelli che tentano, come si dice, di superare il frammento impressionista per chiudersi in una qualsiasi eloquenza). La prima forma (parlo genericamente) che si presenti è quella a linee ampie, semplici, musicali e staccate, di tipo dannunziano. E qui entro nel discorso che volevo farti a proposito delle tue liriche, che ho molto gustate.
Quello che noto soprattutto in esse è un progresso armonioso dalle prime alle ultime. Questo è uno dei tanti segni a cui si riconosce un’ispirazione sincera e fruttuosa. Nelle prime (Accordi, Musica silenziosa etc.) era evidente un residuo di motivi decadenti e crepuscolari (ho ancora, nel cassetto, la tua Suonatina di pianoforte, che mi riafferma nell’impressione) ma che mi sembrano in te più letterari (in buon senso) che altro. Il che ti salva. In una tua antica lettera, se ben ricordo, mi dicevi: versilibrisme, discorsività, va bene. Ma un pizzico di castità formale insieme, non guasta. Questa «castità formale» che tu allora auspicavi, era, mi sembra, un bisogno di guardare le cose con occhio più fermo e distante, una «volontà classica» in certo senso.
Così sei giunto a questa tua nuova maniera «mediterranea». Come tutti noi, che usciamo dalle esperienze più vive del nostro tempo, in te è massimo il bisogno impressionista di caratterizzare e di ambientare, di dar luci, colori, forme. Ma i particolari, nella tua poesia, vengon domati e piegati entro una vena, più che semplicemente musicale, di sottile eleganza lirica, che li raffredda un po’ trasportandoli in un’armonia patetica ricca di sviluppi e di toni. «Riviere, «L’agave su lo scoglio» i «Limoni» son cose perfettamente raggiunte e tue. E non hanno nulla di provvisorio e d’incerto, tanta è in esse l’accortezza e la coscienza del limite e della misura. Troverei a ridire su quel po’ di gnomico e di simbolico che si scorge qua e là, specialmente nelle finali (ad es. dell’Agave) in cui ti significasse altra cosa di motivi estrinseci, quasi partecipanti della staticità del paesaggio (mi dà noia non potermi spiegare meglio).
Per finire, mi sembra che tu, in questa tua ispirazione, come dici mediterranea e solare, ti sia trovato compiutamente e debba sentirti finalmente coi piedi sul solido. Il nucleo della tua poesia, per così dire, il tuo atteggiamento di fronte alle cose è chiaro e definito in questa tua specie di naturalismo delicato e spirituale, che sorpassa l’impressionismo sensuale diffondendolo in un’armoniosa e unita eloquenza. Ora non ti resta che slargare e osare, anche per te, e introdurre nuovi elementi umani.
E qui faccio stop. Ti potrei esporre qualche osservazione di stile, qualche analisi e giudizio intorno alle cose singole. Ma di ciò preferirei parlarti a voce, o in una prossima lettera, perché sono ormai un po’ stanco. Così pure della tua meravigliosa tecnica del verso, e del verso libero, che mi sembra non abbia paragoni oggi in Italia. Io credo che con una diecina di poesie, all’altezza, ad esempio, dell’«Agave» o dei «Limoni» potresti affermarti in modo bellissimo.
Mi accorgo ora, rileggendo questa lettera, che ho tralasciato moltissime cose che avevo intenzione di dirti. Piglia le mie osservazioni per quello che sono, come un primissimo approccio alla tua poesia. Le ultime liriche che ci hai mandato, che trovo tutte molto belle, e in special modo l’ultima, verranno pubblicate tra qualche numero, avendo ora la precedenza alcune poesie di Saba, di Titta Rosa, e di Lucini (inedito). Guarderò ad ogni modo di fartele passare al più presto. Mandaci intanto le recensioni promesse. Sai che abbiamo ottenuto la collaborazione di Cecchi?
Avevo scritto tempo fa a Grande a proposito di Ansaldo, da cui volevate recarvi chiedendo la collaborazione per PT. che ne è stato?
Crovella è qui studente in belle lettere. L’ho visto di sfuggita. Salutami Grande, Sbarbaro, Barile, Messina e ricevi un abbraccio dal tuo

Sergio Solmi

Scrivimi!

Lettera manoscritta sul recto e sul verso di un foglio di carta intestata «Primo Tempo / rivista letteraria mensile / Redazione-Amministrazione / Corso S. Maurizio n. 36 / Torino». La lettera, conservata presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia – in un fascicolo di 18 fogli, comprendenti autografi montaliani, una lettera di Giacomo Debenedetti, una cartolina postale e una lettera di Sergio Solmi -, è stata pubblicata in Corti, Grignani (a cura di), Autografi di Montale cit., pp. 39-41.

Su Trucioli (1914-1918) di Camillo Sbarbaro si veda la nota alla lettera montaliana del 30 novembre 1920 (n. 12); la silloge Pianissimo era stata pubblicata nel 1914, per i tipi della Libreria della «Voce». L’ultima lirica di Sbarbaro stampata sulle pagine di «Primo Tempo» (1, 6, 15 ottobre 1922) è Testamento.
Alcune delle liriche montaliane indicate hanno visto la luce su «Primo Tempo»: si vedano le lettere del 18 maggio e del 3 ottobre 1922 (nn. 17 e 21).
Non si riusciranno a pubblicare sulla rivista né le annunciate poesie di Saba, né i testi di Titta Rosa e di Lucini, né i montaliani Limoni.
Giovanni Ansaldo (1895-1969), corsivista e condirettore del «Lavoro», fu dapprima gobettiano, per schierarsi poi dalla parte del regime. Dopo la guerra, dirigerà «Il Mattino» a partire dal 1950.

*

24 

A Sergio Solmi – [Milano]

Genova 16-7-23

Carissimo Solmi,

dovrei averti scritto prima, lo so, ma attribuisci tutte le colpe alle mie solite condizioni fisiche. (Del resto anch’io mi attendevo, ed attendo, una lettera vera e propria. Ricordi?) La mia insonnia non è punto guarita, anzi il torrido luglio non fa che favorirla. Che dire? Per parlarti sul serio di me, de’ progetti che ho accarezzati in questi anni e del loro fallimento, avrei bisogno di esserti vicino. Tante cose non si dicono per lettera, o si dicono male. Questo settembre mi cercherò un impiego a Genova (probabilmente in qualche Banca), sperando di non restarci tutta la vita. Non so se resisterò a una vitaccia del genere, posso anzi dubitarne; quel che non posso più fare decorosamente è rimanere disoccupato. Tu mi capirai di certo.
In sostanza continuo a camminare in filo di rasoio: né letterato né uomo pratico. Non pensare a una posa da parte mia. Non posso entrare in realtà in nessuna di queste due categorie di brave persone. Dev’essere anche il tuo caso, caro Sergio! Borghese tra gli artisti, artista fra i borghesi – ateo frammezzo ai mistici, mistico tra gli uomini ‘positivi’ – freddo tra i sentimentali, ma tutto lattemiele fra gli apostoli della ragion ragionante. Questa nostra forma mentis non sarebbe poi peggio di un’altra. Il torto che abbiamo è codesto, di non saper bastare a noi stessi. Abbiamo bisogno del miserabile parere di Sempronio, ci secca che Finocchio ci detesti, ci cuoce che Prudhomme non ci capisca e che Menalco ci trascuri. Peggio se tirassi in ballo le porcate delle Lalagi e delle Dulcinee. Ma non calcherò un terreno tanto insidioso.
Passiamo ad altri discorsi. Qui a Genova ho la fortuna di veder spesso un amico fidato come Grande, che io ho il torto (secondo Sbarbaro) di aver tratto sulla via… della virtù. Dice S. che G. avrebbe avuto la stoffa di un buon leone, fors’anche di un tollerabile paraculo, se il Diavolo (cioè io) non ci avesse messo la coda. Anche Grande avrebbe bisogno di cercarsi un altro mestiere e di studiare con suo agio. Son sicuro che il suo ingegno e la sua sincerità lo porteranno lontano. Uno a cui dovresti mandare almeno un saluto è Messina, che fa cose assai buone, ed ha perfino il cuore di soccorrere qualche suo collega più sfortunato di lui.
Che diavolo è avvenuto di «Primo Tempo»? Dovresti togliermi una curiosità e dirmi perché ne fu sospesa la pubblicazione dopo pochi numeri, e se davvero ripiglierà a vivere.
Debenedetti mi ha chiesto un articolo su Cecchi. Se P.T. esce davvero cercherò di farlo, ma non aspettarti nulla. Quanto ai versi ne ho scritti più ben pochi, del tipo di quei tre rottami che conosci. Te li manderò nella mia prossima lettera, la quale spero non porterà la data di Genova. Quando m’invierai tue cose, in cambio? Ho ricevuto la cartolina con la firma di Cerati. Vuol dire che non è più dentro. Questo mi fa piacere. Salutalo e ringrazialo. Bisogna però che si rassegni a pensarmi non più futurista o fascista o imperialista o socio di dada e via dicendo. La rivoluzione son disposto a farla tutti i giorni dentro di me; ma fuori preferisco non bere olio di ricino o buscare legnate. In arte poi, sto per la grammatica e l’ortografia. Dì a Cerati che mesi fa ho ritrovato Momi ch’è tutto negli affari. Vedremo se gli uomini di Trotyl sapranno far soldi. Seppi da Momi che Marcello Manni rivendica a sé la paternità del famigerato inno “Giovinezza”. Lo credevo più intelligente.
Carissimo S. penso alle malinconie di questa tua nuova vita milanese! Spero che da questa scossa uscirai salvo. È almeno quello che ti augura con un abbraccio affettuoso il tuo vecchio

Montale.

P.S. Spero di andarmene presto fuori di Genova. Se non ti mando un nuovo indirizzo scrivi pure qui. Lavora e non scoraggiarti. Sai che mai più ebbi nuove di Crovella? Che Dio severo! Stavolta scrivo sulla busta: avv. per maggior certezza di recapito. Era avvocato anche Goldoni.

Lettera autografa vergata fitta con inchiostro stilografico seppia su quattro mezze facciate di un unico foglio piegato di carta bianco paglierino.

I «rottami» cui Montale allude (primigenio modo di designare gli Ossi di seppia) sono: Riviere, L’agave su lo scoglio, I limoni (si veda la lettera di Solmi del 21 gennaio 1923, n. XVI).

*

XX 

A Eugenio Montale – Genova

[Milano, 30 maggio 1924]

Caro Eugenio,

da quando ho ricevuto il plico coi tuoi versi, avevo in animo di scriverti in una lettera le mie impressioni, un po’ largamente. Soltanto, per le vicissitudini della porca vita, non ho mai un minuto di respiro e di quiete spirituale per poter raccogliermi e ritrovarmi.
Mi perdonerai quindi se ritardo. Così pure non dimenticherò, andando a Torino, di parlarne a Gobetti – e credo veramente che la cosa si potrà tare.
Mio caro amico, ho letto più volte le tue liriche, che non hanno fatto che riconfermarmi nella mia vecchia ammirazione. Credo che tu veramente sia dei pochissimi che hanno saputo dire se stessi, e hanno saputo trovare la propria radice. Tu che hai saputo così alleviare il tuo ruolo, andrai d’ora innanzi più leggero. Io non potrò più.
Spero di poter presto scriverti più ampiamente. Ti ringrazio intanto se vorrai dedicarmi una delle poesie.
Ti abbraccio caramente.

Tuo Sergio Solmi

Salutami tanto Grande, Messina e gli altri.

Cartolina postale indirizzata all’Egr. Sig. / Eugenio Montale / Via Privata Piaggio 8/8 / Genova». Timbro postale: «Milano-Genova / 30 maggio 1924». Il documento è conservato presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia: vedi la nota della lettera di Solmi datata 21 gennaio 1923 (n. XVI).

Il plico cui si riferisce Solmi è evidentemente un primo nucleo di liriche che confluiranno nella prima edizione degli Ossi di seppia. Ad essa Montale aggiungerà alcuni componimenti acclusi alla lettera del 9 luglio 1924 (n.26).

*

26 

A Sergio Solmi – [Milano]

8 Via Privata Piaggio
9 luglio 924

Carissimo Sergio,

eccoti un’altra mia cosa da aggiungere al mio manoscritto. Altre verrebbero presto, in caso di accettazione da parte di Gobetti. Tu avrai davvero modo di vederlo e parlargli – senza che questo ti costi? Dimmelo francamente e ti vorrò più bene di prima, tanto più che speranze ne ho pochine. Se ti interessasse avere un biglietto di Lodovici, a mio favore – potrei mandartelo in due o tre giorni. Lodovici è intimo di Gobetti – il quale se n’è fatto editore e critico acuto.
Caro S. ti penso spesso con affetto immutabile, e parlo di te qualche volta a chi può intendere. Dimmi qualche cosa della tua vita. Scrivi più spesso. Ti manderò presto un mio ritrattino. E ti comunico che l’anno prossimo, e forse anche questo autunno, verrò a Milano più di una volta.
Addio, a modo tuo prega per l’anima mia.
Tuo aff.mo

Eugenio Montale

P.S. Cecchi mi scrive da Roma, molto accasciato.
Saluti da Grande.

Lettera di una pagina manoscritta con inchiostro stilografico nero su un foglio bianco paglierino.

In quelle settimane Solmi teneva presso di sé il manoscritto degli Ossi di seppia, con l’intento di consegnarlo a Gobetti appena se ne fosse data l’occasione: Tale consegna sarebbe avvenuta molto verosimilmente il giorno dopo (1o luglio), quando i gobettiani si incontrarono per discutere del futuro di «Rivoluzione liberale» a seguito del delitto Matteotti, Gobetti aveva rivolto un appello per mobilitare nelle principali città italiane gli antifascisti riuniti attorno alla sua rivista – e della collaborazione al «Baretti», come si capisce dalla lettera di Solmi a Gobetti del 23 luglio successivo: «Avrei voluto anche parlarti di Montale, a cui mi lega antica amicizia, e che ho avuto più volte modo d’intendere e d’ apprezzare, Che te ne pare del libro? A me sembra che ‘esista’. Montale, che seguo da sette anni, ha avuro uno sviluppo lento e laborioso, e segue una via buona, tendente a dare alla sua voce poetica una sempre maggiore intimità. […] ‘Fine dell’infanzia’, ‘Mediterraneo’ mi sembrano poi, onestamente, cose che dovrebbero contare nella nostra sparuta lirica degli ultimi anni». Nel frattempo anche Lodovici, dietro richiesta di Montale, avrebbe inviato a Gobetti una lettera nella quale metteva in luce il valore della poesia dell’amico. Le due lettere di Solmi e Lodovici inviate a Gobetti con lo scopo di promuovere la raccolta sono parzialmente pubblicate da Ersilia Alessandrone Perona nel suo Il poeta e il suo bibliopola, «Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica», II, 1997-1998, pp. 49-71, a p.55.
Cesare Vico Lodovici (1885-1968), drammaturgo, critico e traduttore che ben presto avrebbe stretto amicizia con Montale, Solmi e Bobi Bazlen; nel 1926, a Milano, avrebbe fondato il periodico «Il Quindicinale».
Pochi mesi dopo sarebbero uscite Vasca, Gloria del disteso mezzogiorno e Fine dell’infanzia, «Le Opere e i Giorni», III, 9, 1 settembre 1924, pp. 13-19; la medesima rivista avrebbe per prima dedicato spazio ad alcune pagine critiche sugli Ossi di seppia (Carlo Panseri, Opere e figure nella letteratura italiana contemporanea, «Le Opere e i Giorni», IV, 5, 1 maggio 1925, pp. 14-40, 35-39). Risale al 18 giugno 1924 anche la stesura in pulito di Tentava la vostra mano la tastiera, con dedica a Paola Nicoli.

*

*

Per scaricare la selezione delle lettere: Ciò che è nostro non ci sarà tolto mai – Montale, Solmi

Immagine: Flaminia Fiocco

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