Franco Fortini – Hans Magnus Enzensberger, Carteggio 1961-1968

Pubblichiamo alcune lettere dal volume Franco Fortini – Hans Magnus Enzensberger Così anche noi in un’eco, Carteggio 1961-1968 edito per Quodlibet (2022), a cura di Matilde Manara. Ringraziamo l’editore e la curatrice.


[È il 1961 quando Enrico Filippini, allora responsabile della letteratura straniera per Feltrinelli, propone a Franco Fortini di curare un’antologia del poeta tedesco Hans Magnus Enzensberger. A sua volta, Enzensberger si impegna a tradurre Fortini per Suhrkamp. Il progetto è all’origine di un carteggio portato avanti dagli autori fino al 1968. Ai suggerimenti scambiati in vista della traduzione reciproca, Fortini ed Enzensberger accompagnano una serie di riflessioni sulla metrica, sulle sorti delle due Germanie, sull’industria culturale degli anni Sessanta e su Brecht, l’autore che del loro dialogo rappresenta una fondamentale premessa. Le lettere che compongono il carteggio, conservate presso l’Archivio Fortini dell’Università di Siena, sono presentate in ordine cronologico, annotate e affiancate dalla traduzione dei testi in lingua].


Milano, 9 marzo 1961

Milano, 9 marzo 1961

Caro Enzensberger,

È necessario dirle quanto m’abbia fatto piacere la sua lettera? Le dico subito che mi trovo in una condizione ben peggiore della sua, per quanto riguarda la conoscenza della lingua tedesca. L’ho studiata, in altri tempi, ma con poco frutto; ho vissuto in paesi di lingua tedesca, ma era il dialetto svizzero. I risultati che, dicono i miei critici (e fra questi anche dei germanisti), ho ottenuti nelle mie traduzioni – due drammi e un romanzo di Brecht, oltre a 150 poesie; e un romanzo di Döblin; e il Goetz goethiano, e altro[1]– li debbo alla collaborazione costante e attentissima di mia moglie Ruth Leiser, che è di lingua tedesca e il cui nome è associato a quelle mie traduzioni, come lo sarà a quelle dei suoi versi. E poi una lunga pratica di traduzioni, soprattutto dal francese, mi ha data una certa capacità di penetrazione stilistica.

Le sue poesie le ho, le abbiamo, lette solo in parte; indipendentemente dalla simpatia profonda che provo verso il suo universo poetico, mi pare di aver inteso – e ho già fatto degli  ‘assaggi’ di traduzione, sul primo testo di Landessprache – la natura delle concrezioni verbali, dei conglomerati verbali, che sono uno dei suoi fini poetici. Mi par d’aver capito che il suo traduttore debba soprattutto evitare una tendenza che in questi casi è quasi sempre naturale, cioè di ridurre, per ottenere un facile effetto di fondu, l’ampiezza dell’angolo del lessico: mi pare (ma potrei sbagliarmi) che nei suoi versi quelle tensioni siano date dai contrasti fra i diversi piani linguistici (linguaggio colloquiale, tecnico, giornalistico usw.), ma che questi piani siano sincroni fra loro; che cioè solo eccezionalmente lei ricorra alla “allusione” linguistica al passato. Mentre invece la mia poesia giuoca su tensioni tra piani linguistici nel senso della diacronia; passeggia, insomma, su e giù per i secoli della lingua italiana, mantenendosi, come “area” del presente, nel “decoro” toscano. Prima di Poesia e Errore, le scelte delle mie precedenti raccolte erano già state fatte da amici poeti e critici. Io sono incapace di scegliermi. Quando lo scrittore Giorgio Bassani mi ha chiesto la raccolta per Feltrinelli ha invece suggerito di mettere “tutto” o quasi tutto quello che avessi scritto fra 1937 e 1957 in ordine cronologico perché ne venisse fuori un “diario”. Questo potrà spiegare i dislivelli grandissimi di qualità e tono fra composizioni anche dello stesso periodo; non è una scelta di “belle” poesie, è un insieme di voci diverse; un buon terzo è documentario; personalmente considero riuscite non più di 15- 20 poesie. Ecco perché penso che si possa cominciare con l’eliminare un quarto o un terzo delle poesie del libro, soprattutto all’inizio (quasi puerilia), salvo invece aggiungere poesie finora inedite o edite in rivista. La mia formazione è assai composita: c’è costante una certa influenza dell’ermetismo fiorentino 1935-40 (Valéry, Rilke), poi di Montale, ma a partire dalla guerra entra Rimbaud, poi Éluard (che ho molto tradotto); ma sempre con una tonalità nordica, gotica, e in polemica antimoderna con grandissime nostalgie romantiche (Goethe giovane o tardissimo, del Divan). I miei autori sono quelli canonici per un filisteo: Dante, Shakespeare, Baudelaire, Tolstoj… Sentimenti polari verso tutta l’avanguardia, specie surrealista (li ho studiati e ne ho fatto un’antologia). Marxismo su Lukács (Lukács e Adorno) e Sartre; e di qui recupero di Marx giovane, di Hegel – e di Hölderlin. A 18 anni, Kierkegaard, Kafka, e Proust. Kafka e Proust ancora oggi. Ambivalenza per Mann, passione per Musil. Mi piace Pasternak. [G]li spagnuoli, alcuni inglesi… inutile continuare. Non dimentichi che nelle mie poesie c’è una quantità di esercitazioni stilistiche, con risultati vari […].

Ed ecco cosa le propongo: io le manderei, di ogni poesia del mio libro, a partire dalla fine e retrocedendo, una parafrasi in prosa, di tipo prettamente scolastico, con la traduzione in tedesco di quei termini e modi e riferimenti che mi paiono più difficili o allusivi; con un commento che accenni all’atmosfera stilistica, e al problema formale che mi sono posto in ciascuna poesia. Poi (o su un esemplare del libro o sulla mia stessa pagina) segnerei lo schema ritmico metrico, gli accenti ecc. in modo da chiarirle i fatti di intonazione. Lei poi sarebbe liberissimo di fare come crede meglio. Le accludo due di queste parafrasi: così fatte, sono forse inutilmente pedanti. Mi dica se le servono o se non sono necessarie così lunghe o come preferirebbe venissero fatte.

Per quanto riguarda le sue due raccolte di versi, penso che certamente vi saranno composizioni che sarà pressoché impossibile tradurre e a cui converrà rinunciare (anche lei farà lo stesso). Io procederò come per Brecht: parto da una traduzione letterale, poi arrivo ad una sistemazione intermedia e alla fine, quando ho bene in testa tutto quanto, termino. Naturalmente se lei potesse fornirmi delle spiegazioni (soprattutto per le allusioni del linguaggio tecnico-giornalistico e per quelle del gergo familiare) esse sarebbero benedette. Un altro problema che mi preoccupa è quello ritmico: non mi è facile capire la chiave del suo verso libero. Lei dovrebbe anche comunicarmi qualche scritto sulla sua opera, ed eventuali traduzioni di poesia in francese o in inglese. In italiano ho veduto le tre poesie tradotte da E. Barba (sul «Caffè» del novembre-dicembre 1960[2]). Non sono male, mi pare; anche se (come ad es. nella prima strofa di Candide, non ha affatto capito il ritmo e l’alternanza di ossitone e parossitone né ha accennato a “verkaufen – Tee” auf o al ritmo di “w[ä] hrend”. Io ad esempio preferisco serbare il ritmo:

«Mentre che il mondo esploderà ti piace stillare il tuo miele»[3]

ma si può fare di meglio. Io non comincerò a lavorare seriamente prima della fine di aprile: ma ci lavorerò tutta l’estate. Penso che sarà opportuno incontrarsi. Tra Francoforte (ci sono stato nel 1949 e nel 1956, mi pare) e Milano non ci sono molte ore di treno. Possiamo venire noi due, mia moglie ed io, o lei può capitare qui. Le mando: tre articoli sui miei versi, uno di un critico cattolico (Pampaloni) molto intelligente, che vuol “salvarmi l’anima”. Uno di un poeta (Leonetti) e uno informativo (Pautasso)[4]; tre pagine mie per una autopresentazione su di una antologia (trovo che sono ben scritte, immodestamente);[5] alcune pagine autobiografiche, che indicano quale è stata ed è la mia posizione politica; un elenco di quel che ho fatto. Non dimentichi che fra il 1944 e il 1957 sono stato molto attivo nella polemica politico-culturale della sinistra italiana, tanto che mi si considerava “perduto” per le lettere. Tant mieux. I testi della mia vita durante la Guerra Fredda sono in Dieci inverni (Feltrinelli). Le mando anche un lungo saggio sulla giovane poesia italiana8. Nessun obbligo di leggerlo, of course. Sto raccogliendo   in un libro degli scritti su Spitzer, Goldmann, Auerbach, Lukács; note su Proust, Brecht, Éluard, Sartre, ecc. ecc[6]. Il mio lavoro attuale è (a) copywriter per la società Olivetti (b) dirigo una collezione presso l’editore Einaudi. Caro Enzensberger, lei mi vorrà perdonare questa lettera interminabile e sconclusionata. Le prometto che non sarò più così verboso. Le faccio molti auguri per il suo lavoro.

Mi creda suo.

Franco Fortini


[1] A quest’altezza Fortini e Ruth Leiser hanno tradotto per Einaudi Addio al Reno di Döblin (1949); i due drammi brechtiani Madre Courage e i suoi figli (1951) e Santa Giovanna dei Macelli (1951); per le Edizioni RAI il Goetz von Berlichingen di Goethe (1956). Sempre da Brecht il Romanzo da tre soldi (1958) e le antologie Poesie e canzoni (1958) e Storie da calendario (1959), pubblicate anch’esse da Einaudi.

[2] Verteidigung der Wölfe di Hans Magnus Enzensberger, traduzione di E. Barba, «Il Caffè», novembre 1960, pp. 36-40

[3] Barba traduceva i versi «während das Weltall explodiert | schleuderst du gern dein Hönig» con «mentre l’universo esplode | scuoti dai favi il tuo miele» (Ivi, p. 38.)

[4] Gli articoli ai quali fa riferimento Fortini sono: Geno Pampaloni, A metà strada. Recensione a Poesia e Errore, «Palatina», II, settembre 1959, pp. 70-74; F. Leonetti, Un’analisi semantica. Recensione a Poesia e Errore, «Paragone», 120, febbraio 1960, pp. 34-39. e S. Pautasso, L’affanno del disertore. Recensione a Poesia e Errore, «Nuova Corrente», 15, luglio-settembre 1959, pp. 28-38.

[5] L’antologia in questione è Poesia italiana contemporanea (1909-1959), a cura di G. Spagnoletti, Guanda, Parma 1959, pp. 820-821. 8 Le poesie italiane di questi anni, «Il Menabò», 2, 1960, pp. 103-104, poi in Saggi Italiani, De Donato, Bari 1974, pp. 88-137.

[6] il futuro Verifica dei Poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie, Il Saggiatore, Milano 1965.


Francoforte, 7 Maggio 1961

Caro Franco Fortini,

Posso solo sperare nella sua indulgenza. Quello che scrive (e che scrivo anch’io), mi coinvolge profondamente. Questo paese, questa città “schiumano” letteralmente, gorgogliano, si aggrovigliano. Da un anno e mezzo abito qui a Francoforte ed è ormai giunto il momento di partire. Non ho intenzione di scendere con lei nei dettagli di questa vita. La direzione di una casa editrice che pubblica e cura fin troppi libri, il progetto di una rivista internazionale di politica e letteratura e il costante intervento nella pubblicistica quotidiana, in dibattiti aperti, polemiche, radio, televisione, contatti illustri e insignificanti: le difficoltà che vanno insieme a tutto questo le sono troppo note perché io debba commentarle; sa anche che qualsiasi azione pubblica in una tale società rovina, calunnia, arricchisce, rende colpevole o pazzo e compromette profondamente chi la compie; di modo che ciò è giusto diviene automaticamente sbagliato. Ecco perché discutere insieme sarebbe importante; ma non voglio farlo in questa lettera. Basta un accenno, utile a chiarire le ragioni del mio silenzio. Sono un buon lavoratore. Può star certo che non prendo con leggerezza quanto mi è stato affidato. Nell’agosto di quest’anno lascerò il mio posto da Suhrkamp e mi trasferirò in Scandinavia: questa ritirata strategica (e provvisoria) mi permetterà di trovare il tempo anche per la traduzione di Poesia e Errore.

La ringrazio per la lettera e per il materiale che contiene. Sono molto colpito dalla sua precisione. Il suo senso critico mi mette in soggezione. Io non ne sono ancora capace; ho conservato una certa dose di stupidità, non solo di proposito, ma anche contro la mia volontà. Ho tuttavia intenzione, per quanto mi è possibile, di ricompensarla con la stessa lucidità e chiarezza. Allego qui: un saggio dal titolo Entstehung eines Gedichts[1], fotocopia di un intervento di Hans Egon Holthusen sul mio primo libro (tentativo “benevolo e approfondito” da parte di un vero critico)[2]. Fotocopia di una recensione di Walter Jens sul mio secondo libro (“benevola” ma da parte della sinistra peggiore)[3]. Fotocopia di un piccolo articolo di Reinhold Grimm (insulso germanista)[4]. Studi critici degni di nota non ve ne sono e non le invio le stroncature dei conservatori: può immaginare cosa contengano. La prego di scartare tutto ciò che le sembrerà noioso.

E adesso veniamo ai suoi testi. Sia la traduzione mot à mot che la parafrasi in prosa vanno benissimo. Non so quale delle due le costi più lavoro: forse le parafrasi sono più economiche; può senz’altro essere più stringato, cioè più implicito. L’uso normale, piano e colloquiale dell’italiano non mi crea nessun problema; vorrei mi fossero segnalate soltanto le espressioni gergali, le citazioni nascoste, le allusioni di carattere letterario o concreto, i double sens, le ambiguità e certi particolari aspetti formali (come le rime nascoste). Così il suo enorme lavoro su questa traduzione dovrebbe essere sensibilmente ridotto. Riguardo la selezione dei testi, mi trova quasi completamente d’accordo. Già prima che la lettera arrivasse, avevo segnato quelli che mi parevano significativi (e traducibili): non ho scartato nessuno dei testi da lei suggeriti; e nessuno dei testi da me scelti rientra in quelli da lei espressamente rifiutati. Vorrei però provare a tradurre alcune delle poesie che lei ritiene possibili, ovvero quelle segnate con il più e non con il meno (es. Congedo, Qui libri, Weltgeschichtlich, altre ancora…). Mi conforta particolarmente sapere che ha rinunciato alle prime poesie della raccolta: non avrei saputo come tradurle (troverà qualcosa di simile nel mio primo libro).

Le difficoltà della traduzione sono definite chiaramente nella sua lettera. Per quanto mi riguarda, la domanda cruciale è la seguente: in quale misura gli schemi ritmici dei suoi versi debbono essere rispettati nella traduzione? Questi schemi sono conseguenti e rispettati nel dettaglio. Ho ragione di credere che, nella poesia di oggi, pochi possano competere con lei. Il motivo è storico: più che nelle altre letterature, in quella tedesca la forma chiusa è caduta in un profondo discredito. Tra gli autori che oggi vivono e pubblicano non vi è nessuno che possa concepire, diciamo, una poesia in endecasillabi. Qualora accada (ad esempio in Brecht), ciò risponde a un esplicito cerimoniale di straniamento: si sente il bisogno di scrivere contro il metro e ritmo solo quando si vuole che il verso non funzioni. In altre parole, noi ci troviamo ormai in un regime di quasi anarchico versoliberismo.

Accenno appena a queste differenze, ma sono da prendere sul serio: ne consegue che una traduzione sillaba per sillaba dei suoi versi mi pare impossibile. La prego di dirmi cosa ne pensa.

Naturalmente la stessa difficoltà si incontra nella traduzione dal tedesco all’italiano: lei stesso ammette di non aver chiaro quale sia la mia chiave del verso. In questo frangente vorrei lasciarle assoluta libertà. Ogni verso dipende dal tono (beffardo, felice, inquisitorio, collerico, affrettato, tagliente, tenero e così via…) con cui andrebbe pronunciato. Ci sono molti più modi che espressioni per descriverlo: l’intento principale (soprattutto nella seconda raccolta) è svelare gli antagonismi connaturati alla lingua e a portare all’evidenza gli altri antagonismi (sociali e politici in particolare). Anche i doppi sensi sono una costante: l’argot della metropoli o il gergo della pubblicità, ad esempio, non sono mai usati a scopo illustrativo e vanno presi in parola; una parola che rinvia frequentemente a qualcos’altro. Parente di questa tecnica è l’inserimento di clichés, modi di dire e via dicendo. Il concetto stesso di ‘patrimonio culturale’ viene spinto all’assurdo dall’accostamento ossimorico di vocaboli e intonazioni. Un ruolo particolare giocano le citazioni bibliche; Hölderlin, Wolfram von Eschenbach e altri intervengono occasionalmente. So perfettamente che il tutto rende la traduzione molto difficile. Credo che alcune poesie siano state tradotte in italiano. Non conoscevo le versioni di Barba, la rivista non ha chiesto il mio permesso, né mi ha inviato alcuna copia – è un piccolo furtarello, direi. Aloisio Rendi ha pubblicato tre testi su «Tempo presente». Non riesco a datare l’opuscolo, ma dovrebbe essere uscito ad inizio 1959[5].

Cinque delle mie poesie sono successivamente comparse nell’antologia Poesia tedesca del dopoguerra, Schwarz editore, Milano 1958, tradotte da Gilda Musa[6]. Una versione inglese del lungo testo Schaum uscirà nel prossimo numero di «Evergreen Rewiew» (ad inizio giugno). Gallimard sta curando un’antologia delle mie poesie, ma non ho ancora visto nulla […].

 Appena saprà dirmi quali poesie le sembrano interessanti e traducibili, le spedirò le note e i chiarimenti ai testi scelti, con particolare attenzione ai problemi di traduzione (argot, doppi sensi, intonazioni). Può contare sulla mia precisione. La prego di salutare sua moglie (è forse parente del mio amico Ernst Leiser di Stoccolma?). Verrei volentieri a Milano, ma non sarà possibile prima della fine di giugno. Nel frattempo lavorerò a una bozza delle prime traduzioni, in modo da aver comunque qualcosa in mano, nell’attesa di incontrarci.

Con i migliori saluti e auguri.

Enzensberger.

(Sono appena tornato da Maiorca, dove si è svolto un premio letterario: quanto denaro sprecato. C’erano Vittorini, Calvino e anche Moravia. Non era forse una cosa così inutile come pareva all’inizio, ma ha ritardato di più di una settimana l’arrivo di questa lettera).


[1] Il saggio Die Entstehung eines Gedichts (La composizione di una poesia) dà titolo a una raccolta di poesie pubblicate da Suhrkamp nel 1962.

[2] Hans Egon Holthusen, Die Zornigen, die Gesellschaft und das Glück. Lyrik von Hans Magnus Enzensberger, «Kritisches Verstehen. Neue Aufsätze zur Literatur», 1961, p. 140.

[3] Walter Jens, Paukenschlag und Kanulene, «Die Zeit», 5 agosto 1960.

[4] Reinhold Grimm, Evokation und Montage. Drei Beitriige zum Verstandnis moderner Lyrik, Sachse & Pohl, Göttingen, 1961.

[5] Aloisio Rendi, Giovani scrittori tedeschi, «Tempo Presente», 1959, pp. 290-292

[6] Gilda Musa, Poesia tedesca del dopoguerra, Schwarz, Milano 1958, pp. 276-285.

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Per scaricare il pdf del carteggio, clicca qui.

Immagine: Flaminia Fiocco, Studio movimento

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