Paul Farley – Poesie

Pubblichiamo una selezione di poesie tradotte dall’inglese da Carola Borys. I testi sono tratti da Tramp in Flames.

*

The Front

It stood firm for a fortnight, a cloud coast

that marked the front. All along the west 

it towered; a full pan from north to south 

held it in view. We watched it from the beach

each day for signs of movement. It didn’t budge.

I thought of a tidal wave, freeze-framed,

but didn’t say. Somebody on the third night

described it as a parting of the Red Sea

and then I couldn’t help but squint for seals

or fish caught in its watery updraft,

but saw nothing. At certain times of day

you would have sworn you looked upon a land mass

with terns and gannets nested in its darkness.

Once, it grew the grey lip of a carrier deck.

Sunsets came a few degrees early

and, backlit, it glowed like something molten,

the birds heading for home crossing its lid

like car adverts with the sound turned down.

A two-week high of learning to live with it,

of tuning into paperbacks and rock pools; 

the way the thrill of snow-capped peaks in summer

will slowly thaw, become invisible

and be just there: so it was with the front.

On the last day we woke to rain as thick

as diesel slicking the windows, all the shadows

scattered, the light turned low. We were inside it.

*

Il Fronte

Stette fisso per settimane, un banco di nuvole

che segnava il fronte. Svettava

a ovest; una fascia compatta da nord a sud

lo manteneva in vista. Guardavamo ogni giorno dalla spiaggia

se si smuovesse. Non si schiodava.

Pensai a uno tsunami in stop-motion,

ma non lo dissi. La terza notte qualcuno

ne parlò come di un’ala del Mar Rosso

e non potei fare a meno, aguzzando la vista, di cercare foche

o pesci catturati dal suo vortice acquatico,

ma non vidi nulla. In certi momenti della giornata

avresti giurato di vedere un pezzo di terra

con sterne e sule annidate nel suo buio.

Una volta spuntò fuori il becco grigio di una portaerei.

I tramonti si avvicinavano di qualche grado

e, con la luce alle spalle, sfavillava come cosa fusa,

gli uccelli di ritorno a casa attraverso la sua calotta

come pubblicità di macchine a volume spento.

Un trip di due settimane imparando a conviverci,

accordandosi a libri tascabili e pozze rocciose;

come il brivido delle cime innevate in estate

si scioglierà lentamente, diventerà invisibile

e sarà semplicemente : così era con il fronte.

L’ultimo giorno ci svegliammo sotto una pioggia spessa

come di gasolio che unge le finestre, le ombre

sparpagliate, la luce al minimo. C’eravamo dentro.

*

Dormouse Stronghold

Over a hundred years we’ve fortified 

our range; at the last count just thirty miles

from where we escaped The Collections: while the mink

and grey squirrel are coming soon to a place

near you (if they’re not there already) you’ll find

us keeping ourselves to ourselves, only breeding if

the beech harvest is good, sleeping the northern 

winters off, bingeing through good autumns.

Think of me as everymouse, whom the Romans ate 

and the raindrop coshed, as I climbed and sprung the stalk

in fields where ploughs turn up pieces of pot;

Rome fell, but here my radius reaches out

to Luton, Leighton Buzzard, the green on the map,

the blur in the wing mirror, the hills from a train;

a conquest of the back gardens slow as money 

taking root, as it does. I’ve noticed of late

the arrival of the dormouse box, and I’ll take

to this like a stockade. So civilized.

Crawling out under a sky brilliant with stars

a few degrees out of whack, full of dead gods

and symbols I’ll outlive, I feel a rush 

pass through me, tip to tail, like the express

heading north, for what lies ahead, for whatever’s past.

Before the night’s hard work, I allow myself that.

x

La roccaforte del ghiro

Per più di cent’anni abbiamo fortificato

il campo; stando alle ultime cifre, trenta miglia appena

da dove sfuggimmo al Collezionista: mentre scoiattoli grigi

e visoni stanno per arrivare in un posto

(se non sono già) vicino a te, vedrai noi

stare per conto nostro, figliare solo se

i faggi danno un buon raccolto, svernare

in un nordico sonno, ingozzarci nei buoni autunni.

Pensa a me come a un ratto qualunque, di quelli mangiati dai Romani

e battuti dalla pioggia, mentre scalavo e valicavo gli steli

in terreni in cui gli aratri sollevano cocci e vasellame;

Roma è caduta, ma il mio raggio si estende

fino a Luton, Leighton Buzzard, il verde sulla mappa,

l’indistinto nello specchietto, le colline da un treno;

giardini sul retro conquistati con lentezza, come lento frutta

il denaro, allo stesso modo. Negli ultimi tempi ho notato

che è arrivata la casetta per ghiri, a cui mi abituerò

come a una staccionata. Così civile.

Quando sbuco fuori, sotto un cielo brillante di stelle

sfasato di qualche grado, pieno di dei morti

e simboli cui io sopravvivrò, un brivido

mi passa, dal muso alla coda, come l’espresso

per il nord, per ciò che mi aspetta, per quello che è stato.

Prima che inizi la fatica notturna, me lo concedo.

x

Tramp in Flames

Some similes act like heat shields for re-entry

to reality: a tramp in flames on the floor.

We can say Flame on! to invoke the Human Torch

from the Fantastic Four. We can switch to art

and imagine Dali at this latitude

doing CCTV surrealism.

We could compare him to a protest monk

sat up the way he is. We could force the lock

of memory: at the crematorium

my uncle said the burning bodies rose

like Draculas from their boxes.

xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxBut his layers

burn brightly, and the salts locked in his hems

give off the colours of a Roman candle,

and the smell is like a foot-and-mouth pyre

in the middle of the city he was born in,

and the bin bags melt and fuse him to the pavement

and a pool forms like the way he wet himself

sat on the school floor forty years before,

and then the hand goes up. The hand goes up.

x

Barbone in fiamme

Certe similitudini fanno da scudo termico per il ritorno

alla realtà: un barbone in fiamme sul pavimento.

Possiamo dire Fiamma! per evocare la Torcia Umana

dei Fantastici Quattro. Possiamo passare all’arte,

immaginando Dalì a queste latitudini

che fa un surrealismo a circuito chiuso.

Potremmo paragonarlo a un bonzo in protesta,

per com’è seduto. Potremmo far breccia

nella memoria: al crematorio 

mio zio disse che i corpi ardenti si alzavano

come Dracula dalle loro casse.

 xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxMa i suoi strati

bruciano splendenti, e i sali racchiusi nei suoi orli

sprigionano i colori di una candela romana,

e l’odore è come un rogo di mucche pazze

nel mezzo della sua città natale,

e l’immondizia si scioglie e lo fonde al pavimento

e una pozza si forma come quando si pisciò addosso

sul pavimento della scuola quarant’anni prima,

e allora la mano si alza. La mano si alza.

x

Ruin

I knew their names and shapes from books 

before I saw real clouds.

The walk home from the optician

was full of wonders: birds

on wires, the vertical hold of rain,

a bus’s destination,

as if I’d climbed out of a mist

onto a peak. I’d missed

a decade’s middle distances

but I’ve been grateful since

as nothing now’s too low or small

to honour: one dark brick

stares right back from its newbuild wall

to the ramparts of Uruk.

x

Rovina

Ne conoscevo forme e nomi dai libri

prima di vedere le nuvole vere.

La passeggiata tornando dall’ottico

era piena di meraviglie: uccelli

sui fili della luce, la presa verticale della pioggia,

il capolinea di un autobus,

come se fossi sbucato dalla nebbia

in cima a una montagna. Mi sono perso

un decennio di mezze distanze

ma ne ero grato

perché niente adesso è troppo in basso o troppo piccolo

per essere onorato: un mattone scuro

fissa di rimando dal suo nuovo muro

i bastioni di Uruk.


Per scaricare le traduzioni: Paul Farley, Poesie.

Immagine: Franco Polizzi, Nuvole sull’altopiano, olio su tela.

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