Silvia Righi – Nota di lettura su ‘L’inesploso’ di Francesco Brancati

L’inesploso è il titolo della plaquette di Francesco Brancati, seconda parte del libro a sei mani Hula Apocalisse (Prufrock spa, 2018), che comprende anche Affeninsel  di Roberto Batisti e Il sogno di Parsifae di Marco Malvestio, un titolo che rispecchia nitidamente la poetica dell’autore: i versi de L’inesploso sono permeati da una capillare violenza sotterranea, una tensione elettrica che è intuibile soprattutto grazie alla pulizia formale che caratterizza i testi. Visivamente rassicuranti, equilibrati, sono il concentrato di una narrazione posta sotto il controllo di uno sguardo chirurgico, quasi da tavolo operatorio. Ma questa forma comprime un nucleo più oscuro, qualcosa di cui è impossibile definire l’aspetto, che appare alla percezione sempre sul punto di esplodere, appunto, e si manifesta all’improvviso attraverso immagini disturbanti – come pupille, ossa, denti, unghie associati a luoghi in cui non dovrebbero stare: «la vasca colma di occhi umani», «l’osso temporale della colazione», «prigioni di unghie, sbarre di unghie» – oppure attraverso l’incontro con oggetti e persone che marciscono o che un morbo senza nome corrode, sullo sfondo di situazioni al limite del quotidiano. Un immaginario a tinte livide che, considerando la quantità di insetti e la centralità della dimensione fisico-fisiologica, potrebbe definirsi cronenberghiano: Brancati costruisce un’allucinazione imperniata su un ambiente brulicante di umido e organico, dove il corpo si smembra e si trasforma in base alle sostanze che assimila, agli spazi che lo soffocano, alle malattie che lo corrompono, alle assenze che lo mutilano; odori, suoni e sapori più sono dissonanti più si intersecano l’uno con l’altro, costruendo una rete di circostanze inaspettate che avvelenano la percezione dell’individuo:

«Nostri cieli tersissimi noi al mattatoio, / la balbuzie di un feto tra la terra, / inesploso zeffiro»

«L’implosione delle ore (quattro- / centonovantasette minuti / e ottantadue secondi) trattiene / fra i suoi petali l’occhio / composto dell’insetto, / il suo vomito costante, / un piccolo ricordo»

Se si dovesse selezionare una parola-chiave per accedere al testo, forse sarebbe giusto far ricadere la scelta su «spasmo», un termine al quale l’autore sembra essere legato: ne L’inesploso, la scrittura procede per impulsi elettrici che continuamente mutano la prospettiva, la distorcono, provocando uno shock, uno straniamento nelə lettorә; le inserzioni di dialoghi senza fonte, o frammentari, contribuiscono all’effetto e, inoltre, bilanciano una certa tendenza a dissociarsi dal presente con l’impiego del passato remoto. La lingua della plaquette è una sovrapposizione di echi del passato e del contemporaneo, come se la Pizia e lə vicinə di casa si fossero trovatə nella stessa stanza a discutere di massimi sistemi; a volte, questa commistione rimanda a una mimesi del caos moderno, altre a una volontà di mettere in scena una sorta di brodo primordiale, altre ancora si ha la sensazione che tutti questi frammenti – organici, letterari, sonori – siano schermi, si strutturino come una forma di protezione, una volontà di non mostrarsi, cambiando continuamente le carte in tavola. Un dato rilevante, sotto questo aspetto, è il grado di svelamento dell’io che differenzia i versi dalle note (non a piè di pagina ma in verticale, sulla destra, non di semplice commento ma costruite come emanazioni del testo principale): l’esposizione dell’io, nelle note, è più marcata, la voce si fa più distesa e a tratti più ironica, con la tendenza a dissacrare il perbenismo letterario e la postura autoriale:

«Chiunque vinca il Nobel per la letteratura dovrebbe quantomeno considerare che tale riconoscimento è stato in passato conferito a, fra gli altri, Salvatore Quasimodo»

«Non ha nulla a che fare con il video di Close to me, lo giuro»

«Avrei piacere di conoscere il parere de*** studios* di genere circa un etico utilizzo dei morsetti elettrici per capezzoli»

In queste note (non poi così) a margine, si intravede il gusto per la lente d’ingrandimento, il desiderio di avvicinarsi maniacalmente agli oggetti che suscitano un’attrazione perché lo sguardo, restringendosi, possa concentrarsi sul dettaglio infimo e renderlo vicinissimo, a volte enorme, spesso disturbante.

Al centro dell’Inesploso, poi, si incontra una domanda che suona più come un manifesto: «se sgozzata tenue / una rondine sa cantare?». Al limite dell’indovinello, questo interrogativo senza risposta riverbera un senso di sospensione in tutta la plaquette e si configura come un’efficace sintesi del paradosso che vi soggiace: la discordante concordanza tra l’impulso autodistruttivo e lo slancio puramente vitale.

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Per scaricare gli inediti in PDF: Silvia Righi, Nota di lettura su L’inesploso di Francesco Brancati 

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Immagine: Martina Yara Pasquali, Cio che rimane – cristalli – inchiostri e pigmenti su carta (2019)

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