editi, inediti

Stéphane Mallarmé | Conflit

Damiàn Ortega, Casino

Traduzione di Matilde Manara

*

CONFLITTO

Era da tempo, da molto tempo ormai – credevo – che la mia idea si dispensava da qualsiasi accidente anche vero; preferendo, al caso, attingere al suo principio, lo scaturire.

Un gusto per una casa abbandonata, che sembrerebbe favorire questa disposizione, mi porta a smentirmi: tanta era la contentezza che verdeggiava, ogni anno tranne questo, la scala esterna di pietra, di spingere contro i muri una persiana invernale per poi raccordare, come senza interruzione, l’occhiata di adesso allo spettacolo immobile di un tempo. Garanzia di ritorni fedeli, ma ecco che questo battito, tarlato, scandisce un baccano, ritornelli, alterchi, di sotto: mi ricordo di come sopraggiunse la leggenda della triste dimora di cui infesto l’angolo intatto, invasa da una banda di lavoratori che offendono il paese perché tutto solitudine, e al momento di partire mi angosciò, andare o no, mi fece quasi esitare – arrivederci, tanto peggio! Il posto sarà da difendere, come mio, magari arbitrariamente, e ci sono. Una tenerezza, d’ora in avanti esclusiva, dovuta al fatto che, nella soppressione dei luoghi ameni, questi abbia ricevuto l’ingiuria peggiore; ospite, divento, del suo declino: inverosimilmente, il soggiorno caro per la desuetudine e l’eccezionalità, trasformato dal progresso in una mensa per operai di ferrovia.

Terrazzatori, scavatori per i quali, un velluto stinto alle gambe, sembra che il terrapieno si muova, alzano, a riposo, in una trincea, la riga azzurra e bianca trasversale delle canottiere come una chiazza d’acqua poco a poco (vestiti oh! Se l’uomo non è la sorgente che cerca!): sono loro, i miei coinquilini che un tempo, nella mente, quando li incontravo per le strade, ho accarezzato come gli operai qualunque per eccellenza: la gente li dice girovaghi. Stanchi e forti, brontolio ovunque la terra ha bisogno di esser modificata, trovano, dove non c’è una fabbrica, sotto le intemperie, indipendenza.

Padroni ovunque, senza imbarazzo, parlano ad alta voce. Io sono il malato dei rumori e mi stupisce che a quasi tutti ripugnino i cattivi odori, meno il grido. Questa calca entra, esce, con il manico, sulla spalla, del piccone e della pala: però suscita, a suo favore, le emozioni nascoste e le costringe a procedere, direttamente, da idee delle quali si dice: questa è letteratura! Poco fa, nemico devoto, entrando in una cripta o cantina comune, davanti alla schiera dell’utensile doppio, questa pala e questo piccone, sessuali, – il cui metallo, riassumendo la forza pura del lavoratore, feconda i terreni incolti, mi prese un non so che di religioso, e insieme di scontento, e commosso m’inginocchiai. Nessun uomo di legge si fa vanto di sloggiare l’intruso – contratti taciti, usi locali – stabilitosi di sorpresa e che ha pure pagato i proprietari: debbo stare al gioco o arginare, è mio diritto, l’invasione. Qualsiasi linguaggio, la fortuna voglia che io impieghi, comporta disprezzo, certo, perché la promiscuità, di solito, non mi piace. O sarà una nota giusta che mi porta a parlare così? Compagni – ad esempio – voi non immaginate lo stato di qualcuno perso in un paesaggio come questo, dove ogni folla si ferma, per il folto della foresta propizio all’isolamento che ho voluto proteggere dell’acqua; ecco la mia situazione e quando si impreca, si singhiozza, ci si batte o ci si storpia, la discordanza produce, come in questa sospensione luminosa dell’aria, il più intollerabile, se voi sapeste, invisibile degli strappi. Non che io tema l’inanità dei semplici, questa confessione li colpirebbe, sicuramente, più di ogni altra e non susciterebbe lo stesso riso immediato riguardo gli undici signori, che ho per vicini: ubriaconi, con il senso del meraviglioso e, costretti ai lavori pesanti, per delicatezze in un certo senso superiori, essi non vedrebbero forse, nel mio doloroso privilegio, un modo di distinguersi socialmente e fare ombra su di loro, ma solo personale, – si guarderebbero un momento, breve, l’abitudine riprenderebbe con ogni probabilità il sopravvento; a meno che uno non rispondesse, subito, da uguale. – Noi, finito di lavorare per un po’, proviamo il bisogno di confonderci, tra di noi: chi ha urlato, io, lui? Il suo colpo di voce mi ha rinvigorito, e liberato dalla stanchezza, tanto che sentire gridare un altro è quasi come bere gratuitamente. – Il loro coro, incoerente, è tuttavia necessario. Cosicché in fretta allento la mia difesa, con la stessa sensibilità che l’ha resa più acuta; e introduco, con la mano, l’assalitore. Ah! All’uso preciso e individuale del sognatore si chiude, nel nero d’alberi, in spazioso ritiro, la Proprietà, come vuole il volgo: bisogna che l’abbia mancata con ostinazione, nei miei giorni – trascurando il mezzo di acquisto – per soddisfare un singolare istinto di non possedere nulla e di essere solo di passaggio, a rischio di una residenza come adesso aperta all’avventura che non è, del tutto, il caso, perché mi avvicina, secondo ciò che faccio di me, ai proletari.

Alternative, prevedo la stagione, di simpatia e di malessere…–

O vorrei, per tagliare corto, che uno attaccasse briga: nell’attesa e sola strategia, si tratta di recintare un giardinetto di sabbia, fiorito grazie al mio talento, e farne una veranda sull’acqua, la casa in campagna… Che un estraneo non varchi la soglia come entrando in un cabaret, i lavoratori raggiungeranno il loro cantiere per un sentiero dato in locazione e falciato nei campi.

«Bastardo!» accompagnato da pedate nel cancello, impreca violentemente: capisco chi dice l’amenità, eh! Benché sia un ubriaco, ragazzone con il viso contro le sbarre, mi infastidisce mio malgrado; è per la casta, affatto, non misuro, da individuo a individuo, alcuna differenza, in questo momento, e non riesco a non considerare il forsennato, titubante e vociferante, come un uomo, o a negare il risentimento verso di lui. Tutto rigido, mi scruta con ostilità. Impossibile annullarlo mentalmente: perfezionare l’opera della bevuta, stenderlo, in anticipo, nella polvere e che d’improvviso non sia questo colosso rozzo e cattivo. E non cedo nemmeno a un pugilato che illustrerebbe sull’erba, la lotta delle classi, alle sue nuove provocazioni eccessive. Il male che lo rovina, l’ubriachezza, provvederà, al posto mio, al punto che sapendolo, io soffro del mio mutismo, rimasto indifferente, che mi rende complice.

Uno snervamento di stati contraddittori, oziosi, falsati e il contagio fino a me, per un turbamento, di una qualche ebrezza imbecille.

Persino la calma, obbligatoria in una regione di echi, appena ci si immerge, ce l’ho, in particolare le sere di domenica, fino al silenzio. Apprensione per quest’ora, che prende la trasparenza della giornata, prima delle ombre, poi la lascia scorrere lucida verso qualche profondità. Amo assistere, in pace, alla crisi e che questa invochi qualcuno. I compagni apprezzano l’istante, a modo loro, si concertano, tra il cenare e il dormire, sui salari o discutono interminabilmente, stravaccati sullo sfondo. Né astrarmi ne andarmene, lo escludo, dalla finestra, sguardo, come me della vecchia costruzione nel posto che lei conosce; per fare al gruppo delle proposte, senza effetto. Sempre così un contatto può, temo, non esserci tra gli uomini. «Io dico» – una voce «che noi sgobbiamo, tutti, per il profitto di altri». «meglio» mi viene da interrompere a voce bassa «voi lo fate per essere pagati ed essere i soli a farlo, legalmente» – «sì, i borghesi» sento dire, poco interessato «vogliono una ferrovia» – «io no di certo» sorridendo «non vi ho chiamati in questa contrada di lusso e sonora, agitata almeno quanto io sono infastidito». Questo colloquio, fitto di mute restrizioni, cessa da parte mia per incanto; che pietre preziose, il cielo fluido! Tutte le bocche qualunque zittite a rasoterra come se sgozzassero la vanità della loro parola. Stavo per concludere «Forse anche io lavoro» … a che cosa? nessuno avrebbe obiettato, ammettendo per via dei contabili, che l’impiego si trasferisse dalle braccia alla testa. A cosa? tace, solo nella coscienza, un’eco – almeno, che possa servire nello scambio generale. Tristezza al pensiero che la mia produzione resti, per loro, essenzialmente, come le nuvole al crepuscolo o le stelle, vana.

Davvero, oggi, che succede?

La squadra di lavoro giace all’appuntamento ma vinta. Sono riusciti, uno per uno quelli che la formano, qui sdraiati nell’erba, lo slancio appena, zoppicanti tutti come sotto un proiettile, ad arrivare e cadere in questo stretto campo di battaglia: un sonno di corpi contro la zolla sorda.

Così liberamente potrò ammirare e pensare.

No, la mia vista non può, dall’apertura dove mi affaccio, fuggire nella direzione dell’orizzonte, senza che qualcosa di me scavalchi, ingiustamente, con mancanza di riguardo e di contegno a mia volta, questa strage di un flagello; della quale, nella mia posizione, debbo capire il mistero e giudicare l’intento: poiché, contrariamente alla maggioranza e molto più fortunati, non gli basta il pane – hanno faticato per buona parte della settimana, per ottenerlo, in principio; e adesso, eccoli, domani, non lo sanno, si trascinano nel vago e zappano senza movimento –a fare secondo il loro destino, un buco identico a quello scavato, fin qui, tutti i giorni, nella realtà dei terreni (fondamenta, certo, di tempio). Essi riservano, con onore, senza testimoniare quale sia né di cosa si illumini questa festa, la parte del sacro nell’esistenza con una sospensione, l’attesa e il momentaneo suicidio. La conoscenza che risplenderebbe – un orgoglio incluso all’opera giornaliera, resistere, semplicemente e stare in piedi, intorno, magnificata da un colonnato di fusti, un istinto la cercò in un numero considerevole, per gettarli così, piccoli vetri e essi ne sono, con l’assoluto di quando si compie un rituale, meno officianti che vittime, per figurare, la sera, l’inebetimento dei compiti se l’osservanza è tale per fatalità più che per volontà.

Le costellazioni cominciano a brillare: come vorrei, nell’oscurità che corre sul gregge cieco, che anche dei punti di chiarore, come il pensiero di poco fa, si fissassero, malgrado questi occhi sigillati non li distinguano per il fatto, per l’esattezza, perché sia detto. Penserò dunque, unicamente a loro, gli importuni che mi precludono, con il loro abbandono, il vespro lontano; e più di prima, per il loro tumulto. Questi artigiani di compiti elementari, è lecito, vegliando su di loro, accanto a un fiume limpido e continuo, guardare il popolo – un’intelligenza robusta della condizione umana che curva loro la schiena di giorno in giorno per trarre senza l’intermediario del grano, il miracolo della vita che ne assicura la presenza: altri hanno fatto i dissodamenti passati e acquedotti o porteranno un terrapieno a una macchina, gli stessi, Louis–Pierre, Martin, Poitou e il Normand, quando non dormono, allora si chiamano, secondo i nomi materni o la provincia; mai piuttosto le nascite si perdono nell’anonimato e il sonno immenso l’orecchio alla generatrice, prostrandoli, questa volta, subisce un avvilimento e un allargamento di tutti i secoli e, per quanto è possibile– ridotta a proporzioni sociali, di eternità.

*

***

*

CONFLIT

*

Longtemps, voici du temps – je croyais – que s’exempta mon idée d’aucun accident même vrai; préférant aux hasards, puiser, dans son principe, jaillissement.

Un goût pour une maison abandonnée, lequel paraîtrait favorable à cette disposition, amène à me dédire : tant le contentement pareil, chaque année verdissant l’escalier de pierres extérieur, sauf celle–ci, à pousser contre les murailles un volet hivernal pis raccorder comme si pas d’interruption, l’oeillade d’à présent a spectacle immobilisé autrefois. Gage de retour fidèles, mais voilà que ce battement, vermoulu, scande un vacarme, refrains, altercations, en dessous : je me rappelle comment la légende de la malheureuse demeure dont je hante le coin intact, envahie par une bande de travailleurs en train d’offenser le pays parce que tout de solitude, avec une voie ferrée, survint, m’angoissa au départ, irais–je ou pas, me fit presque hésiter – à revoir, tant pis ! ce sera à défendre, comme mien, arbitrairement s’il faut, le local et j’y suis. Une tendresse, exclusive dorénavant, que ç’ait été lui qui, dans la suppression concernant les sites précieux, reçût la pire injure ; hôte, je le devins, de sa déchéance : invraisemblablement, le séjour chéri pour la désuétude et de l’exception, tourné par les progrès en cantine d’ouvriers de chemin de fer.

Terrassiers, puisatiers, par qui un velours hâve aux jambes, semble que le remblai bouge, ils dressent, au repos, dans une tranchée, la rayure bleue et blanc transversale des maillots comme la nappe d’eau peu à peu (vêtements oh! que l’homme est la source qu’il cherche) : ce les sont, mes co–locataires jadis ceux, en esprit, quand je les rencontrai sur les routes, choyés comme les ouvriers quelconques par excellence : la rumeur les dit chemineaux. Las et forts, grouillement partout où la terre a souci d’être modifiée, eux trouvent, en l’absence d’usine, sous les intempéries, indépendance.

Les maîtres si quelque part, dénués de gêne, verbe haut. – Je suis le malade des bruits et m’étonne que presque tout le monde répugne aux odeurs mauvaises, moins au cri. Cette cohue entre, part, avec le manche, à l’épaule, de la pioche et de la pelle : or, elle invite, en sa faveur, les émotions de derrière la tête et force à procéder, directement, d’idées dont on se dit c’est de la littérature! Tout à l’heure, dévot ennemi, pénétrant dans une crypte ou cellier en commun, devant la rangée de l’outil double, cette pelle et cette pioche, sexuels – dont le métal, résumant la force pure du travailleur, féconde les terrains sans culture, je fus pris de religion, outre que de mécontentement, émue à m’agenouiller. Aucun homme de loi ne se targue de déloger l’intrus – baux tacites, usages locaux – établi par surprise ayant même payé aux propriétaires: je dois jouer le rôle ou restreindre, à mes droits, l’empiétement. Quelque langage, la chance que je le tienne, comporte du dédain, bien sûr, puisque la promiscuité, couramment, me déplaît: ou serai–je, d’une, note juste, conduit à discourir ainsi? – Camarades – par exemple – vous ne supposez pas l’état de quelqu’un épars dans un paysage celui–ci, où toute foule s’arrête, en tant qu’épaisseur de forêt à l’isolement que j’ai voulu tutélaire de l’eau; or mon cas, tel et, quand on jure, hoquète, se bat et s’estropie, la discordance produit, comme dans ce suspens lumineux de l’air, la plus intolérable si sachez, invisible des déchirures. – Pas que je redoute l’inanité, quant à des simples, de cet aveu, qui les frapperait, sûrement, plus qu’autres au monde et ne commanderait le même rire immédiat qu’à onze messieurs, pour voisins : avec le sens, pochards, du merveilleux et, soumis à une rude corvée, de délicatesses quelque part supérieures, peut–être ne verraient–ils, dans mon douloureux privilège, aucune démarcation strictement sociale pour leur causer ombrage, mais personnelle – s’observeraient–ils un temps, bref, l’habitude plausiblement reprend le dessus; à moins qu’un ne répondît, tout de suite, avec égalité. – Nous, le travail cessé pour un peu, éprouvons le besoin de se confondre, entre soi: qui a hurlé, moi, lui? son coup de voix m’a grandi, et tiré de la fatigue, aussi est–ce, déjà, boire, gratuitement, d’entendre crier un autre. – Leur choeur, incohérent, est en effet nécessaire. Comme vite je me relâche de ma défense, avec la même sensibilité qui l’aiguisa; et j’introduis, par la main, l’assaillant. Ah! à l’exprès et propre usage du rêveur se clôture, au noir d’arbres, en spacieux retirement, la propriété, comme veut le vulgaire: il faut que je l’aie manquée avec obstination, durant mes jours – omettant le moyen d’acquisition – pour satisfaire quelque singulier instinct de ne rien posséder et de seulement passer, au risque d’une résidence comme maintenant ouverte à l’aventure qui n’est pas tout à fait, le hasard, puisqu’il me rapproche, selon que je me fis, de prolétaires.

Alternatives, je prévois la saison, de sympathie et de malaise..

– Ou souhaiterais, pour couper court, qu’un me cherchât querelle: en attendant et seule stratégie, s’agit de clore un jardinet sablé, fleuri par mon art, en terrasse sur l’onde, la pièce d’habitation à la campagne.. Qu’étranger ne passe le seuil comme vers un cabaret, les travailleurs iront à leur chantier par un chemin loué et fauché dans les moissons.

« Fumier ! » accompagné de pieds dans la grille, se profère violemment: je comprends qui l’aménité nomme, eh! bien même d’un soûlaud, grand gars le visage aux barreaux, elle me vexe malgré moi; est–ce caste, du tout, je ne mesure, individu à individu, de différence, en ce moment, et ne parviens à ne pas considérer le forcené, titubant et vociférant, comme un homme ou, à nier le ressentiment à son endroit. Très raide, il me scrute avec animosité. Impossible de l’annuler, mentalement: de parfaire l’oeuvre de la boisson, le coucher, d’avance, en la poussière et qu’il soit pas ce colosse tout à coup grossier et méchant. que je cède même par un pugilat qui illustrerait, sur le gazon, la lutte des classes, à ses nouvelles provocations débordantes. Le mal qui le ruine, l’ivrognerie, y pourvoira, à ma place, au point que le sachant, je souffre de mon mutisme, gardé indifférent, qui me fait complice.

Un énervement d’états contradictoires, oiseux, faussés et la contagion jusqu’à moi, par du trouble, de quelque imbécile ébriété.

Même le calme, obligatoire dans une région d’échos, comme on y trempe, je l’ai, particulièrement les soirs de dimanche, jusqu’au silence. Appréhension quant à cette heure, qui prend la transparence de la journée, avant les ombres puis l’écoule lucide vers quelque profondeur. J’aime assister, en paix, à la crise et qu’elle se réclame de quelqu’un. Les compagnons apprécient l’instant, à leur façon, se concertent, entre souper et coucher, sur les salaires ou interminablement disputent, en le décor vautrés. M’abstraire ni quitter, exclus, la fenêtre, regard, moi–là, de l’ancienne bâtisse sur l’endroit qu’elle sait; pour faire au groupe des avances, sans effet. Toujours le cas pas lieu de se trouver ensemble; un contact peut, je le crains, n’intervenir entre des hommes. – < Je dis» une voix «que nous trimons, chacun ici, au profit d’autres’.» – «Mieux, » interromprais–je bas, «vous le faites, afin qu’on vous paie et d’être légalement, quant à vous seuls. » – «Oui, les bourgeois, » j’entends, peu concerné « veulent un chemin de fer » . – « Pas moi, du moins » pour sourire « je ne vous ai pas appelés dans cette contrée de luxe et sonore, bouleversée autant que je suis gêné ». Ce colloque, fréquent, en muettes restrictions de mon côté manque, par enchantement; quelle pierrerie, le ciel fluide ! Toutes les bouches ordinaires tues au ras du sol comme y dégorgeant leur vanité de parole., J’allais conclure: « Peut–être moi, aussi, je travaille.. – A quoi? n’eût objecté aucun, admettant, à cause de comptables, l’occupation transférée des bras à la tête. A quoi – tait, dans la conscience seule, un écho – du moins, qui puisse servir, parmi l’échange général`. Tristesse que ma production reste, à ceux–ci, par essence, comme les nuages au crépuscule ou des étoiles, vaine.

Véritablement, aujourd’hui, qu’y a–t–il ?

L’escouade du labeur gît au rendez–vous mais vaincue. Ils ont trouvé, l’un après l’autre qui la forment, ici affalée en l’herbe, l’élan à peine, chancelant tous comme’ sous un projectile, d’arriver et tomber à cet étroit champ de bataille: quel sommeil de corps contre la motte sourde.

Ainsi vais–je librement admirer et songer.

Non, ma vue ne peut, de l’ouverture où je m’accoude, s’échapper dans la direction de l’horizon, sans que quelque chose de moi n’enjambe, indûment, avec manque d’égard et de convenance à mon tour, cette jonchée d’un fléau’ ; dont, en ma qualité, je dois comprendre le mystère et juger le devoir: car, contrairement à la majorité et beaucoup de plus fortunés, le pain ne lui’ a pas suffi – ils ont peiné une partie notable de la semaine, pour l’obtenir, d’abord; et, maintenant, la voici, demain, ils ne savent pas, rampent par le vague et piochent sans mouvement – qui fait en son sort, un trou égal à celui creusé, jusqu’ici, tous les jours, dans la réalité des terrains (fondation, certes, de temple). Ils réservent, honorablement, sans témoigner de ce que c’est ni que s’éclaire cette fête, la part du sacré dans l’existence par un arrêt, l’attente et le momentané suicide. La connaissance qui resplendirait – d’un orgueil inclus à l’ouvrage journalier, résister, simplement et se montrer debout – alentour magnifiée par une colonnade de futaie; quelque instinct la chercha dans un nombre considérable, pour les déjeter ainsi, de petits verres et ils en sont, avec l’absolu d’un accomplissement rituel, moins officiants que victimes, à figurer, au soir, l’hébétement de tâches si’ l’observance relève de la fatalité plus que d’un vouloir.

Les constellations s’initient à briller: comme je voudrais que parmi l’obscurité qui court sur l’aveugle troupeau, aussi des points de clarté, telle pensée tout à l’heure, se fixassent, malgré ces yeux scellés ne les distinguant pas pour le fait, pour l’exactitude, pour qu’il soit dit. Je penserai, donc, uniquement, à eux, les importuns, qui me ferment, par leur abandon, le lointain vespéral; plus que, naguères, par leur tumulte. Ces artisans de tâches élémentaires, il m’est loisible, les veillant, à côté d’un fleuve limpide continu, d’y regarder le peuple – une intelligence robuste de la condition humaine leur courbe l’échine journellement pour tirer`, sans l’intermédiaire du blé, le miracle de vie qui assure la présence: d’autres ont fait les défrichements passés et des aqueducs ou livreront un terre–plein à telle machine, les mêmes, Louis–Pierre, Martin, Poitou et le Normand, quand ils ne dorment pas, ainsi s’invoquent–ils selon les mères ou la province; mais plutôt des naissances sombrèrent en l’anonymat et l’immense sommeil l’ouïe à la génératrice, les prostrant, cette fois, subit un accablement et un élargissement de tous les siècles et, autant cela possible – réduite aux proportions sociales, d’éternité.

*

Immagine: Damián Ortega, Controller of the Universe (2007)

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